Gesù ha reso comprensibile Dio.
Gerhard Ebeling
Il Gesù che interessa alla società di oggi non è necessariamente il figlio di Dio che cammina sulle acque, ma l’uomo che duemila anni fa ha lasciato una traccia così profonda da diventare un punto di riferimento costante, anche per chi si definisce ateo, agnostico o semplicemente “non religioso”.
È una figura che funziona come specchio: ognuno ci vede dentro ciò che cerca o ciò che teme.
Per alcuni è il prototipo del ribelle non violento che sfida l’impero senza prendere le armi, per altri il maestro di empatia radicale in un mondo che premia l’indifferenza, per altri ancora il simbolo di una sconfitta apparente che si trasforma in vittoria simbolica, una specie di archetipo universale della resilienza.
La sua storia – un predicatore itinerante di periferia giustiziato come sovversivo politico – continua a parlare perché tocca corde che la modernità non è riuscita a silenziare: il senso della dignità anche quando si è in basso, la possibilità di cambiare il sistema senza diventare come il sistema, la capacità di mantenere l’umanità in situazioni disumane.
Nella cultura contemporanea Gesù appare ovunque, spesso senza che ce ne accorgiamo.
Quando qualcuno dice “porgere l’altra guancia” in una discussione online, quando un attivista si incatena per bloccare un cantiere o quando una persona comune decide di perdonare un’offesa grave, c’è un’eco di quella figura, anche se chi parla non ha mai aperto un testo sacro in vita sua.
È diventato un meme vivente, un codice culturale che viaggia più veloce della fede organizzata.
Nei film, nelle serie, nella musica, nel linguaggio quotidiano, Gesù è stato svuotato del dogma e riempito di significati nuovi: per i punk degli anni Settanta era un anticapitalista ante litteram, per i movimenti hippy un guru della pace e dell’amore libero, per certi rapper di oggi un uomo nero ingiustamente condannato dal sistema giudiziario bianco, per i movimenti femministi sudamericani un alleato delle donne oppresse che parlava con le emarginate in un’epoca in cui le donne contavano zero.
La sua forza sta nel paradosso: un perdente che vince.
Viene ucciso a trentatré anni come criminale di stato, i suoi seguaci scappano, il movimento sembra finito in una mattina di primavera, eppure, due millenni dopo, metà del pianeta calcola ancora le date partendo dalla sua nascita presunta.
Questo ribaltamento è una lezione che la psicologia moderna ha imparato a riconoscere: la storia della vittima che diventa simbolo di liberazione è una delle narrazioni più potenti che l’essere umano conosca.
Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di sterminio, diceva che l’ultima libertà che resta all’uomo è scegliere il proprio atteggiamento in qualsiasi circostanza; molti, senza saperlo, applicano una logica che parte da quella croce trasformata in icona di speranza.
Nella società iper-individualista di oggi, dove il successo si misura in follower e fatturato, Gesù rappresenta l’antidoto estremo: uno che non aveva casa, non aveva soldi, non aveva un esercito, non aveva neanche una famiglia tradizionale nel senso classico, eppure è diventato la persona più famosa della storia.
Questo crea un cortocircuito interessante.
Da una parte il capitalismo usa la sua immagine per vendere panettoni e calendari, dall’altra la sua vita è la critica più radicale possibile al meccanismo del “più hai, più vali”.
Non è un caso che movimenti come il minimalismo, il downshifting o le comunità intenzionali spesso citino, anche senza dirlo, l’idea di vivere con poco e dare importanza alle relazioni invece che agli oggetti.
Un altro aspetto che lo rende attuale è la capacità di parlare agli esclusi senza fare paternalismo. Non andava a predicare nei palazzi, andava dove stavano i malati, i debitori, le prostitute, i collaborazionisti odiati da tutti.
Oggi lo tradurremmo così: stava con i tossici, i migranti senza documenti, i precari senza rete, le persone con disturbi mentali che la società nasconde. Non li giudicava, li ascoltava e li rimetteva al centro.
Questo modo di fare è diventato un modello per tantissime pratiche laiche: la riduzione del danno nelle dipendenze, l’approccio narrativo in psicoterapia, il lavoro di strada delle ONG, la giustizia riparativa invece di quella punitiva.
Persino chi odia la Chiesa spesso finisce per usare metodi che, a risalire indietro, hanno radici in quel modo di rapportarsi alle persone rotte.
Poi c’è la questione del potere. Gesù è forse l’unico leader della storia che ha rifiutato sistematicamente ogni forma di potere coercitivo.
Non ha fondato un partito, non ha guidato una rivolta armata, non ha scritto leggi, non ha accumulato ricchezze. Ha solo parlato, raccontato storie, mangiato con chiunque. Eppure, il suo movimento è sopravvissuto a imperi, persecuzioni, scismi, scandali.
Questo fa impazzire chi studia la leadership: come si spiega che un modello così “debole” abbia funzionato per duemila anni?
Alcuni sociologi parlano di “potere morbido” estremo, altri di autorità carismatica pura, altri ancora di una forma di influenza che non passa per il dominio ma per l’esempio.
In un’epoca di populismi muscolari e di leader che urlano e minacciano, ricordare che si può cambiare il mondo anche senza prendere il palazzo d’inverno è una provocazione forte.
Anche sul tema della morte Gesù dice qualcosa che la cultura contemporanea fa fatica a digerire. Oggi la morte viene medicalizzata, nascosta, rinviata a tutti i costi con creme, integratori, crioconservazione.
Lui, invece, la guarda in faccia, la prevede, ci scherza pure
tra poco mi ucciderete, ma non preoccupatevi.
Accetta la fine senza illusioni e senza ribellarsi al destino.
Questo atteggiamento stoico, quasi zen, colpisce chi cerca senso nel dolore inevitabile. Nella cultura pop Gesù è stato tutto: rivoluzionario marxista per alcuni teologi degli anni Settanta, hippie pacifista per i figli dei fiori, femminista per certe studiose che sottolineano quanto desse voce alle donne, anarchico per chi vede nella sua critica al tempio una critica a ogni istituzione, terapeuta esistenziale per chi legge le sue parabole come koan.
Persino il Gesù “muscolare” dei film hollywoodiani, o quello ironico e tormentato di Scorsese ne ‘L’ultima tentazione di Cristo’, servono a tenere viva la discussione. È una figura che resiste a ogni tentativo di imbalsamarla: più la si vuole fissare in un’immagine definitiva, più sfugge.
Un fenomeno curioso è che molti atei dichiarati lo rispettano più di quanto rispettino le chiese che dicono di rappresentarlo.
Camus, Sartre, Foucault, Pasolini: tutti, a modo loro, hanno trovato in quell’uomo qualcosa di autentico che le istituzioni successive hanno spesso tradito.
Pasolini arrivava a dire che avrebbe voluto fare un film su Gesù girato interamente con primi piani sul suo volto, perché era convinto che lì ci fosse la verità dell’uomo, non nelle prediche o nei dogmi.
È il Gesù storico, spogliato del sovrannaturale, che continua a camminare nelle periferie delle metropoli, nei centri sociali, nelle carceri, nei reparti oncologici, nei campi profughi.
Anche nell’ambito della psicologia profonda la sua figura funziona come archetipo. Jung parlava del “Cristo come simbolo del Sé”, cioè dell’integrazione totale della personalità, luce e ombra insieme.
Molte persone che fanno percorsi di crescita personale, anche lontanissime dalla fede, si ritrovano a confrontarsi con l’idea di morire a se stessi per rinascere diversi, di portare la propria croce come metafora delle parti dolorose che non si possono eliminare ma si possono attraversare. È un linguaggio che si è secolarizzato, ma che continua a funzionare.
Infine, c’è la questione della speranza. In un mondo che sembra andare verso il collasso ecologico, la disuguaglianza estrema, l’intelligenza artificiale che ci supera, la solitudine di massa nonostante la connessione permanente, la storia di uno che è stato torturato e ucciso ma i cui amici hanno continuato a dire “abbiamo visto qualcosa di più grande della morte” conserva una forza strana.
Non serve crederci letteralmente per sentire che, se un gruppo di pescatori spaventati è riuscito a cambiare il mondo partendo da una tomba vuota, forse anche noi, nel nostro piccolo, possiamo fare qualcosa quando tutto sembra perduto.
Gesù, insomma, è diventato una specie di software open-source dell’umanità: ognuno può scaricarlo, modificarlo, remixarlo, usarlo per i propri scopi. È stato usato per giustificare crociate e per fermare guerre, per difendere la schiavitù e per abolirla, per chiudere le porte e per aprirle.
Questo significa che non appartiene più a nessuno in particolare, ma è disponibile per tutti. Ed è forse questa la sua vittoria più grande: essere diventato un bene comune dell’immaginario umano, una storia che non finisce mai di essere raccontata perché tocca qualcosa di molto profondo nel bisogno di senso, di giustizia, di relazione, di resistenza.
Anche chi non prega, anche chi non crede, anche chi lo considera solo un uomo morto duemila anni fa, finisce prima o poi per fare i conti con lui, perché in fondo sta facendo i conti con la parte più scomoda e più viva di se stesso.
Gesù ha volato più alto di chiunque altro.
Friedrich Nietzsche
Autore Massimo Frenda
Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.













