Non è una frase qualsiasi. Non è una formula da ripetere, né un’affermazione da esibire. È qualcosa che accade.
Arriva, spesso in silenzio, in un momento in cui ci si ferma davvero. Non quando si pensa, ma quando si percepisce. Quando, anche solo per un istante, smettiamo di rincorrere ciò che dobbiamo fare e iniziamo ad ascoltare ciò che siamo.
“Io sento di essere” è un’esperienza prima ancora che un pensiero.
Nel linguaggio iniziatico, questo passaggio è essenziale. Non si tratta più di dire “io sono” come un’etichetta, qualcosa di definito e chiuso. Qui l’essere diventa vivo, dinamico, in movimento.
È qualcosa che si scopre, che si affina, che si trasforma. È un sentire che cambia mentre noi cambiamo.
E in Massoneria, questo momento coincide con una soglia: quella del Tempio interiore.
Se guardiamo al passato, agli antichi costruttori, comprendiamo che nulla veniva realizzato senza consapevolezza. Prima della pietra, c’era l’intenzione. Prima della costruzione, c’era il progetto. Ma ancora prima, c’era un uomo che si interrogava su sé stesso.
Non si costruisce nulla di solido senza una base interiore.
Eppure, lungo il tempo, qualcosa si è smarrito.
Abbiamo imparato a definirci attraverso ciò che facciamo, attraverso i ruoli, attraverso le aspettative degli altri.
Ci siamo abituati a dire “io sono questo”, “io sono quello”, dimenticando di chiederci: cosa sento davvero di essere?
Qui si apre una differenza fondamentale, spesso sottile ma decisiva: quella tra il profano e l’iniziato.
Il profano vive prevalentemente all’esterno. Si riconosce in ciò che appare, in ciò che possiede, in ciò che gli viene attribuito.
Il suo “io sono” è legato a definizioni: lavoro, status, ruolo sociale. È un’identità che cambia con le circostanze e che spesso dipende dallo sguardo degli altri.
L’iniziato, invece, inizia, appunto, a spostare l’asse verso l’interno. Non smette di vivere nel mondo, ma smette di identificarsi completamente con esso.
Il suo “io sento di essere” non dipende più da ciò che accade fuori, ma da una percezione più profonda, più stabile, più autentica.
Non è una superiorità. È una responsabilità.
Perché vivere in questo modo significa non potersi più nascondere dietro le apparenze. Significa vedere, e accettare, ciò che si è davvero. Senza maschere.
Albert Pike scriveva:
Ciò che siamo oggi deriva dai nostri pensieri di ieri, e i nostri pensieri presenti costruiscono il nostro domani.
Il profano spesso subisce questo processo senza accorgersene; l’iniziato, invece, prova a parteciparvi consapevolmente.
E questa consapevolezza nasce nel presente.
Perché è solo nel presente che l’essere si manifesta davvero.
Quante volte siamo altrove, anche mentre siamo qui? Quante volte il corpo è fermo, ma la mente corre? Il lavoro iniziatico, in fondo, è anche questo: imparare a tornare. Tornare al respiro, al gesto, alla presenza.
Nel Tempio, nulla è casuale. Il silenzio, i tempi, i movimenti: tutto educa a una forma di attenzione. Non perfetta, ma sincera. E poco a poco, si impara a stare. Non a fare, non a dimostrare. A stare.
“Io sento di essere” nasce proprio lì.
Rudyard Kipling ci offre una chiave preziosa quando scrive:
Se riesci a incontrare il Trionfo e la Sconfitta e trattare questi due impostori allo stesso modo… allora sarai un uomo.
Questo equilibrio non nasce dall’indifferenza, ma da una radice più profonda: sapere chi si è, anche quando tutto intorno cambia.
Sentire di essere significa non perdersi completamente nelle cose che accadono. Significa viverle, certo, ma senza diventarne prigionieri.
E, tuttavia, questo sentire non è mai isolamento. Non è chiusura. Non è un viaggio solitario nel proprio mondo interiore. Al contrario, si chiarisce e si rafforza nella relazione.
Nel percorso massonico, l’altro è fondamentale. Il fratello, la sorella, non sono solo compagni di cammino: sono specchi. A volte riflettono parti luminose, altre volte zone che preferiremmo non vedere. Ma sempre, in qualche modo, ci aiutano a conoscerci.
“Io sento di essere” diventa allora anche “io mi riconosco attraverso l’altro”.
Giuseppe Garibaldi lo esprimeva con semplicità disarmante:
Chi non vive per gli altri non vive neanche per sé.
È una frase che contiene una verità iniziatica profonda: l’essere autentico non si chiude, si apre.
E aprirsi non è facile.
Significa esporsi, accettare di non avere sempre ragione, accettare di essere visti per ciò che si è davvero.
Significa, a volte, lasciare cadere le difese.
È qui che il lavoro diventa reale.
Perché sentire di essere implica anche attraversare ciò che non ci piace di noi. Le fragilità, le paure, le incoerenze. Non per giudicarle, ma per comprenderle. Per lavorarle, come si lavora una pietra grezza.
La differenza tra il profano e l’iniziato si vede anche qui: il primo tende a nascondere le proprie imperfezioni, il secondo impara, lentamente, a trasformarle.
La pietra, all’inizio, non è bella. È informe, irregolare. Ma contiene una possibilità. E il lavoro iniziatico consiste proprio in questo: vedere quella possibilità e avere la pazienza di portarla alla luce.
Non esiste trasformazione senza tempo. Non esiste crescita senza fatica.
Un’antica espressione latina lo ricorda con forza:
Nosce te ipsum.
Conosci te stesso.
Ma questa conoscenza non è teorica.
Non si acquisisce leggendo o ascoltando soltanto. Si costruisce vivendo, sbagliando, ricominciando.
E, soprattutto, restando presenti.
Perché il rischio più grande è sempre lo stesso: allontanarsi da sé. Perdersi nelle aspettative, nelle distrazioni, nelle illusioni di controllo.
“Io sento di essere” è allora un ritorno continuo. Non una conquista definitiva, ma un gesto che si rinnova.
Ogni giorno.
E questo gesto ha una direzione. Non resta fermo. Si proietta in avanti.
Il futuro, nella prospettiva iniziatica, non è qualcosa che semplicemente accade. È qualcosa che si costruisce. Non con grandi dichiarazioni, ma con piccoli atti coerenti.
Voltaire ci ricorda che il dubbio è parte del cammino. E ha ragione. Non sapere, a volte, è più autentico che credere di sapere tutto. Sentire di essere significa anche accettare questa apertura, questa ricerca continua.
Non c’è rigidità nell’essere. C’è movimento.
E poi, quasi senza accorgersene, arriva un momento in cui tutto questo prende forma nella vita quotidiana. Non in modo evidente, non in modo teatrale. Ma nei dettagli.
Nel modo in cui si ascolta qualcuno, in cui si risponde, in cui si sceglie di esserci.
È lì che il lavoro interiore diventa visibile.
“Io sento di essere” smette di essere una frase e diventa un modo di stare al mondo.
Un modo più attento, più presente, più vero.
E, forse, è proprio questa la trasformazione più grande: non diventare qualcosa di straordinario, ma diventare autentici.
Senza bisogno di dimostrare. Senza bisogno di apparire.
Solo essere.
Con le proprie luci e le proprie ombre, ma con una direzione chiara.
Una direzione che unisce il passato, che ci ha formati, con le sue radici e le sue memorie, il presente, che ci chiede presenza, attenzione, verità e il futuro, che ci chiama a costruire, a migliorare, a lasciare un segno.
“Io sento di essere” è il punto in cui tutto questo si incontra.
È radice, respiro e slancio.
È memoria, presenza e possibilità.
Ed è, forse, una delle poche certezze che non hanno bisogno di essere dimostrate.
Perché quando la si sente davvero, non si spiega. Si vive.
Io sento di essere.
Io resto presente.
Io trasformo me stesso.
Io costruisco luce.
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.












