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Io, me stesso e la maschera

Io, me stesso e la maschera

L’era e il momento storico attuali segnano un netto confine con un passato assai remoto ormai superato in termini di identità individuale, un tempo intesa come inflessibile monolite sociale di aspettative e cliché confezionati, ora superficie mobile, riflettente, frammentata e ricca di fluidità.

Tale censura epistemica, figlia inquieta del disincanto novecentesco e dell’iperconnessione globale, ridefinisce le modalità attraverso cui l’essere umano si concepisce e si manifesta.

L’identità non è più un’essenza da scoprire, un archetipo da incarnare, ma una narrazione da scrivere, riscrivere e, talvolta, disconoscere. È divenuta processo, fluire, metamorfosi continua.

Si è emancipata dal giogo dell’univocità, abbracciando la molteplicità come condizione esistenziale.

In questa nuova cornice, la persona non è più inchiodata al ruolo sociale assegnatole alla nascita, né obbligata a indossare l’armatura di stereotipi imposti dalla tradizione o dalla biologia.

Essa può ora transitare tra identità di genere, culturali, professionali e relazionali con la stessa libertà con cui un artista muta la propria tavolozza cromatica.

Si assiste così all’affermazione di soggettività plurime, ibride, nomadi, che sfidano la dicotomia tra autenticità e artificio, tra l’essere e l’apparire.

La cultura occidentale si è da sempre nutrita della consapevolezza della mutevolezza dei valori. La staticità del pensiero non ha mai attecchito pienamente in un contesto segnato da democrazie gnoseologiche, dove, pur attraversando fasi di crisi e momenti di rigida imposizione ideologica, ha costantemente prevalso il caleidoscopio delle interpretazioni, delle visioni plurali e delle verità in divenire.

Questa intuizione, oggi confermata dalle più recenti teorie sociologiche e filosofiche, era già stata colta con lucidità precorritrice da Luigi Pirandello, uno dei massimi indagatori dell’animo umano nella modernità.

La sua opera, ben lontana dal semplice realismo psicologico, affonda nelle profondità dell’essere, per mostrare come l’identità non sia mai un’essenza fissa, ma un processo relazionale e rappresentativo, costantemente sottoposto al giudizio degli altri e alla necessità di apparire

Questa molteplicità di io possibili, tanti quante le occasioni e i contesti sociali in cui interagire, distrugge l’illusione dell’identità come unità. L’io non è che una costruzione narrativa, frutto di sguardi, aspettative, ruoli e linguaggi che mutano a seconda dell’ambiente.

La maschera, in Pirandello, non è una finzione esterna da contrapporre a un presunto “vero sé” interiore: è la condizione stessa dell’essere nel mondo. L’uomo è costretto a portarla, pena l’incomprensibilità, l’alienazione, la follia. Proprio questo atto di indossare continuamente maschere rende impossibile ogni stabilità costitutiva.

Il geniale drammaturgo siciliano mostra così l’ineliminabile contraddizione dell’individuo: egli da un lato, desidera affermare la propria autenticità, la propria irriducibile singolarità; dall’altro, ha bisogno della mediazione dell’altro per esistere e quindi è costretto a piegarsi al linguaggio comune, ai ruoli sociali, alla visibilità.

L’autenticità assoluta, se pure esiste, non è mai comunicabile e l’identità, dunque, si dà solo come maschera relazionale.

La lezione pirandelliana resta più che mai attuale. Essa ci invita a diffidare delle etichette, delle definizioni, dei ruoli imposti o scelti e ci spinge a riconoscere che la verità dell’essere si cela nel movimento, nella contraddizione, nella frattura.

L’identità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si abita consapevolmente, anche nella sua incoerenza, anche nella sua fragilità. Perché, come Pirandello ci ha insegnato, siamo tutti uno, nessuno e centomila e in questo paradosso risiede forse l’unica autentica forma di libertà.

Autore Pina Ciccarelli

Pina Ciccarelli, maturità Classica e Laurea in Giurisprudenza. Appassionata di Storia, Filosofia, Letteratura e Musica. La scrittura nasce dell'evasione, dal desiderio di donare colore alla vita, catartico abbandono all'immaginazione. Tra i sentieri nascosti del sublime, fuori dalle logiche del reale, per scoprire se stessi.