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Io, la barca e la preghiera

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Non è un racconto per bambini, soprattutto se non sanno nuotare

Abbiamo avvistato in lontananza una barca. C’era gente che si dimenava, gente che rideva, beveva, gridava e godeva. Sembravano pazzi, forse erano solo ubriachi.
Li abbiamo guardati con sdegno, abbassando incolleriti la bocca a mo’ di disprezzo.

Ci sentivamo dei preti di paese di fronte al lascivo balletto di una festicciola organizzata senza autorizzazione dalla Pro Loco. Mio figlio scrutava l’orizzonte inorridito: temeva che fossero pirati e che di lì a poco ci avrebbero attaccato e ci avrebbero conquistato.

Eravamo madidi di sudore e il sale delle onde, urtate dalla velocità della barca, ci schizzava addosso la propria acidità, bruciando gli occhi così che quelle immagini da lontano erano ancora più incomprensibili di quanto già non lo fossero.

Nulla sembrava normale in quel quadro di una estate confinata nelle acque italiote.
Il mondo era in un subbuglio patetico e di auto-commiserazione: il dramma quotidiano si bilanciava con un futuro incerto, che intimoriva anche i più ottimisti.

‘Povera Patria’, cantava la radio attraverso la voce nasale di un noto artista ed eremita siciliano. Povera Patria, senza luce che andasse ad abbagliare le voragini che si stavano aprendo davanti ai nostri passi incerti e noi tutti, piccoli assediati, camminavamo sull’orlo del precipizio assecondando le miserie proprie e mortificando quelle altrui.

Divampava ancora la paura, nessuno avrebbe mai immaginato che un giorno ci sarebbero state file dal panettiere e non perché vendesse prodotti di qualità a buon prezzo; nessuno avrebbe osato immaginare le urla di un calciatore contro il proprio mister in uno stadio vuoto. Eppure, il mondo si era capovolto e aveva reso vero l’impossibile e quell’impossibile una orrenda scorribanda del destino sulla pelle degli uomini.

Io accarezzai mio figlio e lo guardai rapito da quella danza sfrenata: su quella barca continuava una strana dionisiaca esibizione che non lasciava adito ad altre considerazioni.

Lo sguardo si era arreso alla vergogna, inabissavo in una profonda indignazione che nemmeno il contegno da borghese poteva arrestare.

Io dopotutto ero l’italiano fiero che rappresentava la sua classe sociale nel pieno rispetto di quei valori e di quei principi che legittimano una sana incoerenza e che mi consentivano di gestire ogni furbizia come fosse la strada più giusta da intraprendere.

Io ero la massima rappresentazione del genere radical chic: guardavo il prossimo tutelandomi, ovvero non permettevo a nessuno di assumere verso me un atteggiamento che non fosse stato in linea con le mie esternazioni e che non fosse lontano anni luce da quello che intimamente pensavo e a cui credevo.

Sapevo mischiare Schopenhauer a Maria De Filippi, il mio massimo punto di riferimento era l’intellettuale che, di salotto in salotto, riusciva a descrivere il meglio e il peggio del mondo in cui vivevamo. Senza alzare il culo e confondersi con l’uomo della strada. Sarebbe stato provinciale.

Leggevo solo i libri consigliati dagli influencer del momento, ovviamente mi limitavo alla copertina e assimilavo rapidamente le recensioni e le rivendevo nelle cene agli amici e ai parenti. Tutti sapevano che io sapevo, ma solo io sapevo di non sapere nulla se non quanto mi occorresse per tirare a campare, e discretamente bene, nella società o meglio nel mio habitat.

Quella barca però mi snervava, la trovavo veramente fuori luogo. Forse era l’eccesso di una estate che doveva essere snob ed inutile ma che, alla fine, si rivelò furiosamente dura da attraversare, come una fitta discesa verso il buio, come se fossi stato dentro un vortice senza possibilità alcuna di aggrapparmi a qualcosa.

La ferita del sole agli occhi infastidiva oltremodo e il mare mi parve una tavola di ghiaccio pronta a sgretolarsi da un momento all’altro. Intanto su quella barca io intravvedevo la peggiore specie di umanità. Avrei voluto che affondasse e sparisse per sempre nel fondo del mare. Impetuosamente. Sarebbe stato il finale atteso e più vicino allo spirito del momento: una tormentata ma gloriosa chiusura del sipario che avrebbe, con un colpo di spalle, messo la parola fine a quella inutile indecenza.

Mi sarei rimesso a leggere il mio giornale, fingendo di arrivare dalla prima alla quarantesima pagina senza saltare un articolo o una rubrica. Ed invece, dopo aver letto le pagine dello spettacolo, dello sport e qualche informazione di cronaca che poteva suscitare interesse nel raccontarlo o gossiparlo, io mi limitavo ad uno sfogliare annoiato e passivo, come un pomeriggio blindato tra mio figlio e mia moglie.

Povero me e povera patria. Stanco io, genuflessa lei. L’estate mi vomitava addosso un orrido caldo sahariano che mi confortava l’astio che provavo per quelle terre e i suoi abitanti. Quel caldo non lo dimenticherò mai, era l’avvertimento della fine del mondo.

Almeno io e con le mie certezze. Dovevo trovare un metodo alla sopravvivenza e l’unico che intercettavo era nell’odio crudele ma, allo stesso tempo, tediato verso il popolo di quella barca.

Brutta gente e butta quella gente nel mare. Lo pensavo, lo chiedevo ad un dio che mai avevo imparato a pregare seriamente credendoci. Ah, la chiesa, quel meraviglioso e silenzioso avamposto al mio essere terribilmente superiore agli altri. Mi sarei limitato all’incipit ‘Padre nostro che sei…’, poi però mi sarei arreso a quel senso di vuoto che mi prendeva subito dopo le prime quattro parole, dimenticandomi il resto e fingendo di essere superiore anche quel signore con barba messo in croce.

Mio figlio voleva dare un calcio al pallone e colpire quella barca, farla scivolare giù, nella speranza di fare un gol a quelle vite troppe squillanti.

Vuoi una coca o un gelato?

Ma la domanda era troppo decisa e secca per avere il privilegio di una risposta sicura e aperta. Mi sdraiai sulla sabbia disegnando con i piedi una croce, non so perché ma fu un gesto istintivo che mi fece sentire ancora più a disagio.

Non volevo stare lì ma non so per quale mistero o gioco del destino mi trovai al posto sbagliato al momento sbagliato. Era stato il leitmotiv della mia esistenza.

Quella barca, quella maledetta barca, che voltastomaco mi dava. Uno squalo, un mostro marino non poteva uscire fuori dai suoi fondali oscuri e ingoiare tutti?

Sentivo le loro voci sempre più forti e sempre più sconvenienti; sembravano sempre più rapiti da una danza isterica, si toccavano, si aggrappavano l’uno all’altro, si spingevano e ridevano e ridevano. Quelle risate erano uno schiaffo al mio volere essere insignificante e assente a tutto.

Non volevo guardare niente che significasse qualcosa e non volevo pensare a nulla che mi portasse a dover prendere una decisione o fare una considerazione. E allora quella barca ma perché non restava oltre l’orizzonte del mio sguardo, perché non tornava in alto mare, perché non cambiava rotta?

Tutto mi girava contro e mio figlio sembrò più risoluto di me, prese le patatine, quelle salate ed unte fino alle future generazioni, e si avviò verso casa. Scrollando le spalle, facendo rimbalzare il pallone verso un muretto che divideva il nostro lido dalla spiaggia del pubblico non pagante. Urlò un vaffanculo gratis, dopo aver visto rotolare la palla verso la spiaggia, capendo che sarebbe dovuto tornare indietro per raccattarla.

Io restai a guardare il mare e quella barca. Non mi accorsi che intorno a me si era adunata altra gente. La cosa mi spaventò. Per un attimo pensai che fosse accaduta una sciagura. Mi voltai verso di loro, cercando di intuire dai loro silenzi cosa stesse succedendo. Fu inutile, nessuno parlava, tacevano e scrutavano quell’infinito confuso tra l’azzurro del cielo con il verde smeraldo del mare.

Ora le onde si aggredivano, la tavola si era sgretolata e i pezzi non combaciavano più tra loro. La furia era un groviglio di schiuma che si infrangeva ovunque. La barca sembrava impazzita e sopra di essa la gente continuava a dimenarsi, quasi come stessero seguendo a tempo la danza dei flutti deliranti.

Li vedevo e non capivo, intanto l’indignazione montava e volevo sputare addosso a quei manichini di carne ed ossa la mia rabbia verso quello spettacolo indecoroso. Gli uomini affianco a me sorseggiavano parole di accanimento e scientificamente disquisivano su cosa e come, quando e anche perché. Tutto era sul palcoscenico del mondo in attesa che il finale si compisse ed ognuno di noi prendesse il posto che meritava.

Io pensai che la cosa migliore sarebbe stata tornare a casa e dormire al fresco del mio divano. Non era il mio posto quello, mi annoiava guardare gli altri ballare sotto un sole che non perdonava quel diluvio di corpi che non avevano rispetto per il prossimo e per chi volesse trovare sotto un ombrellone appassito il senso della propria vita.

La barca ora sembrava aver capito e si allontanava sempre più, le urla erano più lontane e la gente pareva contrariata di non poter disturbare più. Fu in quel momento che mi ricordai di come continuasse quella preghiera ‘…nei cieli, sia fatta la tua volontà’.

Non me lo spiegai e tornai a casa, quella sera stessa avevamo amici a cena. Come continuava ancora?

Signore del mio cielo,
mi hanno insegnato a pregarti, ad inginocchiarmi davanti a te, a sussurrare le tue lodi.

Signore del mio cielo,
da pochi anni io sono un tuo figlio, avrò tempo per giocare, per ridere e mangiare bene, per studiare e innamorarmi, avrò tempo per incantare, per sognare e per correre, magari volare oltre queste acque di sale e di rabbia.

Signore del mio cielo, il mio tempo è infinito, vero?
eppure, intorno a me vedo gente tremare, ha freddo, e paura e bestemmia nella mia lingua, eppure non riesco a dormire, a sognare, e ho fame e ho lacrime che non so fermare.

Signore del mio cielo, mia madre ha mani fredde che non so riscaldare, e vedo la tua ira in queste acque che spingono, assalgono e sanno di dolore.

Signore del mio cielo, io non so cos’è il dolore ma ho paura e non so capire perché ora tutti piangono e si aggrappano gli uni agli altri, è forse questo il dolore?
Mi hanno detto che andavamo lontano, dove potevo correre e potevo giocare, mi hanno detto che dove saremmo sbarcati non ci sono lampi nel buio e le strade sono belle, e la gente è felice, e si vive nella gioia del tuo nome, si vive…

Signore del mio cielo,
io sto riposando, ho gli occhi stanchi, il viaggio è stato lungo.
Prendimi in braccio e raccontami quella favola che il mio papà mi cantava ogni sera,
ora sono tuo e papà piange ma è lontano,
io sto bene, però avrei voluto che quell’acqua non fosse stata così cattiva e quegli uomini fossero stati più gentili tra loro, invece si calpestavano, si offendevano e si minacciavano,
io sto bene qui ora, però, avrei voluto finalmente correre e giocare, ridere e studiare, imparare nuove cose e una nuova vita per me e per la mia famiglia.

Oltre queste terre, queste onde e il tuo silenzio che mi spaventa.

Ora sono stanco: toglimi questa sabbia che mi brucia gli occhi e non mi fa dormire…
e cantami, cantami una favola dolce e che sia lieve al mio cuore.

E sia la tua volontà a perdonarti, Signore di questo cielo.

 

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.