Invitare qualcuno alla nostra tavola vuol dire incaricarsi della sua felicità.
Anthelme Brillat-Savarin
Un giorno, in continuità degli articoli inerenti il Tracciamento Tavola – Apparecchiamento e ambiente e Tracciamento Tavola – Costruzione menu, abbinamenti e impiattamento, dovrò approfondire l’intero filone di ricerca – che potrei chiamare “semiologia della tavola apparecchiata” – che, a mio parere, nella coppia trova la sua massima espressione.
Disporsi a un tavolo in posizioni precise e studiate: dalla stessa parte o di fronte? Di fronte è il confronto, l’amore che si guarda negli occhi. Dallo stesso lato è la complicità che guarda insieme il mondo.
Accendere una candela, scegliere la tovaglia ben stirata e del colore giusto, poiché la superficie su cui mangiamo diventa spazio sacro, rigorosamente separato dal resto del mondo e posizionare i piatti in modo che lo scambio possa essere favorito senza creare disarticolazioni o sporcature in giro.
È in quel perimetro che si sospende ogni tipologia di economia dell’ego per entrare nell’economia altruistica, del donare: “assaggia questo”, è la frase iniziale e iniziatica di ogni comunione.
Porgere un pezzo della propria porzione è un gesto che annulla le distanze fisiche e anche affettive ed è come dire: “ciò che è mio è tuo, e ciò che è mio sono io”.
L’ultimo boccone di un piatto unico? Mai provato? Resta un pezzetto di pane, un angolo di sughetto. Lo si offre all’altro dicendo: “è per te, io sono sazio”.
Non c’è atto più solidale, più amorevole e anche erotico, nei casi opportuni.
Si pensi, per contrasto, a chi mangia con bramosa gelosia, a chi difende il proprio piatto come un territorio di proprietà. Lì, se non è deipnofobia, il più delle volte è l’assenza di amore che si svela.
E poi c’è la fisiologia spirituale del pasto comune: mangiare insieme produce una digestione condivisa non solo dei cibi, ma degli eventi, dei dolori, delle storie, delle gioie. Esiste un brodo del noi, un ideale liquido di vita in cui galleggiamo.
Quando l’altro prepara quel caldo che cura o quel fresco che allevia, ed entrambi testimoniano. È una minestra senza ricetta che dice: “ti curo io!” E l’atto del nutrire e di curare sono probabilmente le più alte forme di amore anche per la coppia.
… ma saremo in due a curarle le tue malattie
E quandanche saranno loro ad averla vinta su di te,
tu non dovrai mai temerle, mai, mai, oh mia bella.
La spingo io la carrozzella, Angela.
Checco Zalone – Angela
Non dimentichiamo poi la funzione catartica del cucinare assieme: uno di fianco all’altra, uno di fronte all’altra o spalle contro spalle.
Questa cucina è troppo piccola per noi due.
Anche se non è affatto vero, è ciò che ogni tanto dico quando siamo entrambi ad armeggiare sui nostri 4 fuochi in linea.
È un atto fondativo potente quello di fare assieme qualcosa. Personalmente con la mia metà ne faccio tante ma emblematico è fare gli gnocchi di patate al sugo di salsiccia.
Due paia di mani che con un unico intento lavorano la stessa massa, che sentono la stessa sensazione, che osservano la formazione e che compiono la magia, come un neonato che prende forma dal caos di ingredienti fisici e sentimento d’amore. In quell’istante, la coppia è un piccolo demiurgo che crea.
Genera qualcosa da sé che si amalgama con l’altro; produce il proprio sostentamento e il proprio simbolo. E qualunque cosa sia, bellissimo o bruttino, sarà il Vostro, solo Vostro! Non ce n’è un altro uguale nell’universo.
E ogni volta che lo rifarete, non sarà mai lo stesso, perché ad esempio l’umidità dell’aria, l’umore delle vostre mani, la temperatura delle vostre anime saranno irripetibilmente diversi.
Ecco l’unicità del rito.
E così giorno dopo giorno il palato del noi evolve, si affina, ridiscute le proprie certezze. Perché ciò che ieri era il nostro conforto – quella carbonara cremosa, quel dolce chantilly al cucchiaio – domani potrà essere sostituito da nuove scoperte, da nuove conquiste di coppia.
Si tratta di un menu degustazione di una vita insieme che non è mai una table d’hôte fissa, ma un continuo à la carte, scritto e riscritto a quattro mani, continuamente, dove l’importante non è il singolo piatto, ma la coerenza armonica della sequenza. E la coerenza, in amore come in cucina, non è rigida ripetizione, ma la capacità di sorprendersi restando fedeli a un principio di cura e rispetto.
Esiste il gusto affettivo? Si, credo proprio di sì.
Ma non c’è un manuale per tutto questo, non c’è una ricetta perfetta da seguire pedissequamente dosando al milligrammo. Ogni coppia deve scrivere la sua giorno per giorno, sbagliando dosi, bruciando qualche teglia, sporcando tanto, tantissimo e leccandosi le dita.
La Lettera d’amore gastronomica appesa al frigo, di cui abbiamo già parlato, ne è un semplice pro-memoria.
Questo che avete appena letto è, invece, l’invito a nozze; le nozze gastronomiche della cucina condivisa, appunto, ricordandovi che siete insieme e che la prossima portata è già in preparazione, anche se non l’avete ancora pensata.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
Autore Investigatore Culinario
Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.













