Site icon ExPartibus

Incontro esoterico Pulcinella, Fabio Da’ath e Totò

Pulcinella


Cari amici miei, come voi già sapete sogno spesso e facendolo permetto che si veicolino informazioni e altro dall’inconscio alla coscienza.

Consapevole che le persone che incontro oniricamente rappresentino, forse, quegli aspetti di me stesso, che riesco a osservare dall’esterno. Ricordando vividamente quello della notte appena trascorsa, in men che non si dica, ve lo racconto.

Non siate ansiosi, ve lo descrivo immediatamente cercando di regalarvi una piena dovizia di particolari, ma, prima di proseguire, voglio precisarvi che la fraterna amicizia tra me e il discepolo di Kremmerz, il noto Fabio Da’ath, si è consolidata, quindi, cari lettori, non vi meravigliate se è presente anche stavolta.

Il sogno prende vita con un incontro che si svolge per caso nella città dove

‘a luna saglie senzà fa rummore e guarda a terra comm a nu’ lampiòne.

Avete capito, sto parlando di Napoli e, precisamente, della zona conosciuta come di Piazza Dante.

Mi imbatto, inaspettatamente, in Fabio e, contento dell’accaduto, lo invito a bere, in un bar nei paraggi, una deliziosa tazza d’orzo, ossia, quel cereale che, come il grano, è simbolo di morte e rinascita. Sorseggiando l’infuso così ben preparato, decidiamo di recarci in una vecchia bottega fornita di preziosi volumi catalogati e conservati in polverose scansie.

Terminata la degustazione di quella buonissima bevanda, ci incamminiamo verso la libreria che affascina gli avventori, giacché custodisce testi di alchimia, ermetismo, cabala ebraica ed altro ancora. Data la notevole mole di libri presenti, gli scaffali sembrano essere vere e proprie culle sapienziali. Essendoci tre gradini che dividono il piano di calpestio dal sottoscala, adibito a bottega dal titolare, sembra di scendere in una caverna simile a quella del mito di Platone.

La differenza sostanziale tra la bottega e la caverna consiste nel tipo di catene e negli incatenati. Nella caverna ci sono uomini imprigionati che guardano le ombre, giacché il fuoco arde alle loro spalle, mentre nella bottega ci sono lasciti sapienziali, bloccati sulle mensole mediante sottili ma eleganti cordoncini, che osservano l’ombra della luce gelosamente sorvegliata dal loro guardiano.

Il custode di cotanta cultura tiene il negozio quasi al buio, poiché ritiene che quello che custodisce non sia per tutti. Incute tanto timore reverenziale perché è un omone anziano che, nell’aspetto e forse anche nel carattere, sembra somigliare al commendator Giustiniano Lebano.

Giunti alla bottega, scendiamo in questo luogo che, mediante la sapienza serbata tra i ripiani, riesce a collegare il mondo fisico con quello metafisico. È particolare perché ogni qualvolta che un acquirente entra, causa involontariamente un’acuta ferita al cuore del proprietario, che, generalmente, è seduto in fondo al locale ma se l’avventore inizia a toccare i suoi preziosi testi, si alza e, guardandolo con occhi preoccupati, comincia a girargli intorno per controllare.

Rendendoci conto che ci ronza attorno con piglio corrucciato, ciglio aggrottato e inquieta vigilanza, giacché teme che mani profane possano smuovere i suoi testi o i manoscritti dalle loro nicchie, cerchiamo, troviamo e paghiamo velocemente il libro intitolato ‘I Dossier Segreti di Giuliano Kremmerz’. Fabio e io ci rendiamo conto che il titolare diventa sempre più inquieto e, con grande dispiacere, decidiamo di andar via.

Nel momento in cui usciamo, incrociamo, con grande gioia, l’uomo che come me, mediante sberleffi, allegra arte e comica serietà, simbolizza sia il profondo e antico esoterismo iniziatico del popolo partenopeo, che la filosofia di questa città dove gli uomini che aspirano alla luce possono ammirare

‘na stella che guarda o mare cull’uocchie chiare chiare.

Avete capito bene amici miei, ci imbattiamo nel principe della risata, ovvero, Antonio de Curtis, in arte Totò. Visto da vicino mette soggezione, giacché manifesta un portamento distinto e quasi regale, una postura adeguata al suo titolo nobiliare e un abbigliamento molto elegante.

È un signore compassato che mostra, con disinvoltura, quelli che sembrano difetti fisici ma che, in realtà, non lo sono, poiché li trasforma magnificamente in pregi e risorse positive.

La linea della bocca distorta, il mento molto aguzzo, le articolazioni slogate e il collo, oltre che snodabile anche allungabile, gli permettono, infatti, espressioni e movimenti inimitabili.

Siamo pervasi dall’emozione perché il principe, nonostante insegni a ridere di tutto, anche della guerra, in realtà sembra rappresentare un esempio di storia, di cultura e d’identità nazionale. Un uomo poliedrico, che manifesta con le sue azioni una smodata purezza d’animo, che cela a molti la sua profonda saggezza, con una spiccata capacità interpretativa, rappresentando la sintesi magica del mito e “regala al popolo partenopeo il sorriso al posto della malinconia”.

Contenti per l’inatteso incontro, sia io che Fabio lo salutiamo con fare così riverente da indurlo a chiederci di essere noi stessi e di considerarlo un amico fraterno. Rendendosi, però, conto del nostro imbarazzo e della nostra emozione, per toglierci dall’impasse, ci invita a bere un caffè con lui.

Giunti al bar, ci sediamo comodamente attorno ad un tavolino, in una saletta priva di avventori, perché sia noi che lui desideriamo intrattenerci in una conversazione che abbracci temi spirituali ed esoterici che pensiamo vadano trattati in in spazi lontani da orecchie non abituate all’ascolto di tali argomenti.

Il principe, guardandoci negli occhi, scrutando nell’intimo delle nostre anime e percependo che il nostro imbarazzo non è scemato, chiama il cameriere ai tavoli e, accennando uno dei suoi soliti ghigni artistici, gli chiede se lavori nel bar. Il lavorante gli risponde con un sì accompagnato da un largo sorriso.

Antonio, con l’aplomb che lo contraddistingue, prosegue nel suo intento di metterci a nostro agio e dice al cameriere ai tavoli che

noio volevam… volevàn savoir

se nel bar si prepari caffè con il cuppetiello e se ritiene sia possibile averne tre assieme ad altrettanti bicchieri d’acqua fresca.

Atteso che il lavorante annuendo torni nell’altro locale per esperire la commessa, contenti per il buon umore di Antonio, cominciamo a rilassarci, lo ringraziamo calorosamente per l’invito al bar, per l’amicizia fraterna e per il tempo che ci sta donando. Continuando a rubargli la scena, orgogliosi delle nostre origini, rompiamo gli indugi e gli facciamo rilevare che le bellezze artistiche e culturali di Napoli meritano una costante attenzione.

Il principe, abituato a calcare le scene da primo attore, avocando a sé la parola, dopo un breve excursus storico, dichiara che Giordano Bruno, Raimondo di Sangro e altri, per gli studiosi di esoterismo partenopei, rappresentino una fonte inesauribile di riflessione.

Continua citando le bellezze artistiche della città e cita la Cappella di San Severo, il Palazzo Sansevero, il Pignatelli di Toritto, la Sacra Vasca del Tempio d’Iside, il Complesso di San Domenico Maggiore.

Parlando di questi luoghi e personaggi, mostra una consistente enfasi e una rilevante dovizia di particolari, attribuendo significati profondi ma nascosti ai primi e consistenti lasciti sapienziali ai secondi. Ritiene che di Raimondo di Sangro ammiri la Sapienza Iniziatica derivante dall’Antica Tradizione, mentre di Giordano Bruno apprezza quella genialità di pensiero che appare palesemente in anticipo sui tempi.

Chiosa asserendo che tanti conoscono il titolo delle opere del nolano ma pochi riescono a coglierne il senso e lui è forse tra questi. Per dimostrarci realmente cosa ne pensa, recita a memoria e in modo magistrale, un passo tratto dalla ‘Oratio Valedictoria’:

quegli uomini stolti e ignobilissimi che non riconoscono nobiltà se non dove splende l’oro, tintinna l’argento, e il favore di persone loro simili tripudia e applaude.

Nonostante l’uomo sia una scintilla divina, al di là delle maschere, delle paure e dell’ego, ritiene che la propria vita sia da definire un fallimento, giacché riesce a fare meno di quanto veramente desideri e che, nonostante l’arte offra svariate possibilità, non è capace di afferrarle pienamente.
Con grandissimo dispiacere, sostiene di non essere all’altezza del compito prefissatosi, poiché si ritiene responsabile di un “ammasso di schifezze”.

Modificando ancor di più l’espressione del viso, manifestando profonda tristezza, con gli occhi di chi è conscio di essere in procinto di abbandonare la nave, ci dice che a causa dei suoi insuccessi, anziché lasciar di sé una traccia indelebile nel tempo, ritiene stia diventando un memo poco considerato, presto archiviato, se non completamente cancellato dalla mente; in altre parole, teme che stia consegnando ai posteri un ricordo breve e non degno di nota.

Con occhi quasi lacrimanti si rivolge direttamente a me e asserendo che ogni napoletano si riconosce nelle maschere irriverenti e plebee indossate magnificamente da Pulcinella e Totò.

Aggiunge che entrambe le maschere, oltre a rappresentare un bene immateriale della città di Napoli e dell’intera umanità, simbolizzano il modello di riferimento del rapporto tra i figli della Sirena Partenope e le ristrettezze economiche.

Afferma che avendo un rapporto ancestrale, passionale, sincero, profondo e indissolubile con la città, con le terre che la circondano e con la gente che ci vive, è necessario che entrambe le maschere, oltre a impegnarsi affinché il vizio sia imprigionato là dove non possa più uscirne, operino per il bene del popolo partenopeo in particolare e del cosmo intero in generale.

Incuriosito dall’humus sociologico e culturale delle parole di Antonio, dalla sua encomiabile sensibilità d’animo e dalla sua profonda umanità, rompo gli indugi e gli chiedo se le sue poesie, in particolare ‘A Livella, celino significati esoterici.

Con tono piacevole, guardandoci con gli occhi di un bambino, risponde che appare evidente che ‘A Livella sia ammonitrice della caducità delle cose terrene e, senza darci il tempo di replicare, con fare fermo e serio recita a memoria una strofa della sua poesia:

‘A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino-che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo à morte!

Fabio, seppur affascinato e stordito dalle parole di Totò, rompe gli domanda se l’ingresso solitario e a mezzanotte nel cimitero, rappresenti l’allegoria della caverna e se sia corretto ritenere che il soffermarsi a osservare ciò che il netturbino e il marchese fanno e dicono, simbolizzi il suo personale viaggio iniziatico.

Totò, con il solito brio, prima di rispondere alla domanda, in modo profondamente bonario ci redarguisce, ci autorizza a dargli del tu e pretende che lasciamo da parte le formalità. Fatto ciò, replica che si rivede in entrambi i personaggi giacché ha sia origini modeste, da parte di Anna Clemente del rione Sanità, sia natali nobili da parte del marchese de Curtis. Sottolinea, poi, che le sue origini, nonostante sembrino in dicotomia tra loro, in realtà non lo sono.

Cita, a tal proposito Giacobbe, che, oltre ad avere esperienza dei due stati opposti, ricchezza e povertà, riesce a unirli senza alcun problema. La vita di Giacobbe insegna che la vera crescita spirituale, la reale evoluzione interiore e la strada che conduce alla costruzione del desiderato tempio interiore, consistono nell’essere sempre uguali, nel manifestare lo stesso atteggiamento soddisfatto e felice, sia nella ricchezza che nella povertà.

Abbozzando poi un ghigno malandrino asserisce, inoltre, che l’equilibrio degli opposti riproduce il sale della vita. Vedendoci, poi, immersi nelle sue parole, conscio di essere il domatore dei nostri pensieri, rincara la dose, dicendo che cerca costantemente di bilanciare i due aspetti, i due opposti apparentemente dicotomici e, per farlo, riflette con costanza sul pentagono regolare e sul pentalfa pitagorico.

In altre parole, riflette su queste due figure che, disegnate l’una nell’altra, in una progressione infinita, manifestano l’alternanza tra loro del pentalfa con la punta rivolta verso l’alto e quello con la punta rivolta verso il basso. Dicendo ciò accenna un sorriso che cela un po’ di tristezza e continua affermando che la loro successione permette la coesistenza del simbolo del bene e del male nello stesso insieme.

Cari lettori è bellissimo ascoltarlo e, per questo, desiderando che prosegua, che ci illumini, dato che sia io che Fabio siamo sempre alla ricerca della luce, gli chiedo di spiegarci il nesso.

Antonio, continuando, spiega che questa è la sostanza di Malkut, una delle dieci Sefirot che compongono l’Albero sefirotico, in altre parole, la prima Sephirah partendo dal basso. Questa è la dimensione che simbolizza la Realtà fisica, che riceve l’immanenza di Dio, che rappresenta l’opera realizzata, ovvero, la creazione.

Ci dice, inoltre, che appare verosimile pensare che se l’individuo decide di percorrere il sentiero di salita, se sceglie di risalire i “dieci stati di consapevolezza”, se vuole andare su lungo la scala di Giacobbe, inevitabilmente debba sottoporsi alla morte iniziatica. A quella morte iniziatica in cui si usa la livella per la ricerca della stabilità e dell’equilibrio e come strumento per armonizzare e oltrepassare l’apparente dicotomia del Pentalfa.

Prosegue poi dicendo che la condizione preliminare per intraprendere il cammino di risalita in direzione dell’irraggiungibile, del trascendente, dell’ineffabile, ossia, del Keter, consiste nello spogliarsi dei metalli, nella morte della Vecchia Personalità.

In merito ai metalli, Totò si dice convinto che il distacco dagli oggetti non legati all’Essere, bensì all’Avere e all’Apparire, sia più complicato per chi nella vita rivesta funzioni e ruoli considerevoli. Infatti, il marchese reagisce diversamente rispetto al netturbino:

Da Voi vorrei saper, vile Carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

A differenza del marchese, il netturbino non possedendo i beni e le ricchezze della dea babilonese Ishtar, è privo di vizi ed è abituato a vivere senza grosse risorse. Desidera, mediante la nudità spirituale, rinunciare all’ego e recuperare l’innocenza originaria. Sembra riuscire a privarsi di ogni bene materiale e di ogni convenzione senza alcuna difficoltà, giacché ama essere anziché apparire e preferisce essere pienamente umano piuttosto che un ologramma sullo sfondo:

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo, obbj’… ‘nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa.

Antonio, abbozzando il suo sarcastico e caratteristico sorriso, ci dice che il netturbino indica chiaramente al marchese che quando intraprende il viaggio iniziatico, l’individuo abbandona le impurità e si allontana dalla sfera materiale, giacché la virtù non richiede ornamenti:

Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, a vita e pure ‘o nomme.

 

Continuando a sorridere, afferma che il netturbino, rincarando la dose, esorta il nobile ad avere un cuore leggero come una piuma, a conoscere se stesso, ad essere tollerante e ad intraprendere la strada dell’amore. Parole che lasciano trasparire che l’uomo è pronto per il cammino iniziatico quando, servendosi della livella, si spoglia della vita, del nome e delle proprietà:

Perciò, stamme a ssentì… nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino – che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e fanno sulo ‘e vive.

Percependo le nostre perplessità, ci spiega che la condizione indispensabile, senza la quale non si può intraprendere il cammino iniziatico, consiste nella morte simbolica, in altre parole, nel periodo di smarrimento dell’individuo, nel processo figurato che, aprendo alla rinascita, oltre a liberare nuove e indescrivibili energie, permette il cambiamento radicale del proprio sistema cognitivo.

Mutando di nuovo l’espressione del viso, manifestamente orgoglioso e con una mimica tutta sua, chiosa lasciando intendere che il netturbino, con l’ausilio della livella, giunge alla purificazione, si distacca dalla vita profana, realizza il percorso iniziatico, lo attesta e dichiara con la frase:

Nuje simmo serie… appartenimmo ‘a morte!

Vedendo che Antonio non prosegue, perché intento a rinfrescarsi temporaneamente la bocca, con un bicchiere d’acqua ‘e mummera, gli dico che sembra le parole pronunciate dal netturbino manifestino tutta la filosofia partenopea. Il netturbino è da considerare un poeta dalle umili origini e, probabilmente, Totò si riconosce e s’incarna in lui.

Aggiungo che si ha l’impressione che Antonio affidi al netturbino il compito di comunicare la verità e illuminare l’umanità mediante la denuncia di anomalie morali, etiche e sociali, di far comprendere che l’uguaglianza di dignità rappresenti un bene primario da garantire a tutti.

Continuando ad approfittare del suo silenzio, gli dico che, a mio parere, mediante il netturbino e il marchese, Antonio stigmatizzi il regno della dualità e della molteplicità. Quello in cui convivono ricchezza e povertà, ego e umiltà.

Lui sembra essere d’accordo, tant’è che mentre beve abbozza il suo caratteristico ghigno e annuisce scuotendo lentamente la testa in alto e in basso.

Fabio, ammaliato dalle bellissime rime e dai profondi commenti di Antonio, approfittando della mia pausa e di quella del Principe, chiede all’ormai fraterno amico, se paragoni la sua poesia al ‘Memento mori’ del mosaico rappresentante una livella tra bastoni, scettri, farfalle e orecchie.

Lui gli risponde che, nonostante molti ritengano le sue rime e le sue parole pinzillacchere, in realtà ‘A Livella’ celi tra le righe diversi significati. Tutta la poesia, nel suo insieme, è da considerare un ‘Memento mori’ alla stessa stregua del mosaico, che ogni volta che si trattiene a Napoli, “tomo tomo cacchio cacchio”, va da solo sia per ammirarlo che per riflettere sugli insiti significati, e può farlo spesso giacché, pur provenendo da Pompei, dal triclinio estivo di una bottega adibita a conceria, è ora a disposizione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Continua raccontando che il triclinio estivo, come da filosofia epicurea, oltre ad essere caratterizzato da uno spazio adibito alla convivialità, è decorato con oggetti che manifestano l’associazione per contrapposizione tra i piaceri della vita e l’ineluttabilità della morte, affinché i commensali siano pronti a godere delle gioie ma allo stesso tempo siano consapevoli del destino che tocca a ciascuno.

Nella zona alta del mosaico c’è la famosa livella dal cui angolo superiore pende il filo a piombo che regge il teschio, che sostiene la morte iniziatica mentre sotto c’è la ruota, l’oggetto che rappresenta l’Universo nei suoi cambiamenti, che simbolizza il destino, la ciclicità degli eventi e l’accettazione dell’immenso disegno cosmico. Ci chiede, inoltre, di riflettere sulla ruota, che indica anche il sapere, inteso come saggezza che si fonda sull’esperienza.

Antonio, divagando un attimo, accompagnando il suo sorriso con una gestualità lenta ma incisiva, con una mimica che appare fiera e regale, ostentando un vanitoso compiacimento di sé, dice che nella sua poesia è il netturbino che manifesta ampiamente sia saggezza che esperienza.

Riprendendo a parlare del mosaico, soffermandosi sulla farfalla, svela che raffiguri sia l’anima che la caducità della vita e oltre ad essere un simbolo celeste e spirituale, rappresenti il passaggio dallo stato profano a quello illuminato. Ci parla della metamorfosi di questo grosso e bellissimo insetto, che da uovo diventa bruco, crisalide ed infine farfalla, passaggi che fanno riferimento alla trasformazione spirituale che permette ad ogni individuo di rinascere mediante il VITRIOL.

La farfalla, poggiata su quel supporto, simboleggia sia l’immortalità dell’anima, che la parte immateriale dell’uomo influenzato dalla ruota della fortuna e, in quella posizione, sembra invitare a condurre una vita che non tenga conto del fato e che non si faccia condizionare dalla ruota della fortuna, che può dirigersi sia verso la ricchezza che in direzione della povertà, giacché l’anima dell’iniziato sovrasta le vicende della mondanità.

Arrossendo come un peperone, profondamente imbarazzato dalla presenza di un uomo, così saggio, gli chiedo di spiegarci il senso delle orecchie annesse al teschio.

 

Antonio non indugia e risponde che la presenza delle orecchie indica il legame tra il regno dell’oltretomba e quello dei vivi, il mezzo per ascoltare le richieste da trasmettere a chi è deputato a esaudirle. Le orecchie fanno riferimento all’ascolto, al “vissuto” del teschio, al ricordo della vita fisica che la morte, in ogni caso, livella.

Continuando a parlare del mosaico dice che nei bracci della livella vede due raggi di una circonferenza che partono dal centro, ossia, dall’Uno e si dirigono verso la Manifestazione. A destra e a sinistra di questi, raffigurati in perfetto equilibrio, vi sono da un lato i simboli della povertà e dall’altro quelli della ricchezza. Da una parte, infatti, si scorge il mantello del mendicante, la bisaccia e il bastone che gli ricordano quel viandante, a lui molto caro, che prima si spoglia di ogni bene materiale e poi intraprende il viaggio lungo e colmo di avversità.

Manifestando una consistente emozione, ci dice che si identifica in quel viandante che veste i panni del matto, sempre in cammino e senza alcuna meta. Simboleggia l’Archetipo del viaggiatore che procede lungo la terra di nessuno alla ricerca di se stesso e della luce; l’andare, il trasmutare, il divenire, l’essere, la creazione, la volontà, lo slancio e il progetto.

Sembra un fiume in piena desideroso di esondare, poiché, senza alcuna soluzione di sorta, continua ad occuparsi dello stesso argomento e lo fa dicendo che dall’altro lato del mosaico sono rappresentati lo scettro, la corona e il mantello color porpora. Lo scettro è pregno di riferimenti biblici e simbolizza l’autorità regale, la potestà, la forza e il comando.

La corona ricorda, invece, Kether, la Sefirot più alta, la cima del Tempio Celeste, la prima manifestazione divina, il potere conferito da Dio e la superiorità riconosciuta. Quest’oggetto rimanda sia alla “corona regale della verità” che a quella “salomonica” e, per certi versi, incarna l’archetipo della perfezione, cioè, il cerchio.

Vedendoci così attenti, sfoggiando un sorriso a trentadue denti, dice che il mantello color porpora, oltre ad indicare dignità regale ed elevato rango sociale, è assimilato al rosso, colore che indica una precisa fase alchemica ed è associato a Seth, l’assassino di Osiride.

Fabio e io continuiamo ad ascoltarlo come immersi in un fiume di parole capaci di trasportarci dal mondo materiale a quello metafisico.

Percependo che Antonio desidera ascoltare un nostro commento, Fabio prende la parola e ci fa rilevare che sia la poesia che il mosaico manifestano una profonda ed inequivocabile simbologia. Continua asserendo che sono ben commentati da Antonio e appaiono come uno specchio dove osservandosi, si riesce a comprendere quell’insito memento mori che ammonisce e manifesta la necessità di fare i conti con l’inevitabile livellamento messo in atto dalla morte, la Signora con la falce, colei che restituisce all’uomo pari dignità e giustizia.

Contento dell’intervento di Fabio, Antonio riprende la parola e, in merito alla parità di dignità e giustizia, dice che la livella del mosaico è uno strumento composito, costituito da una squadra alla cui sommità è appeso un filo a piombo. La livella misura l’orizzontalità mediante la verticalità, ossia attraverso il suo opposto, e il filo a piombo divide in due segmenti uguali quel regolo che tiene saldi tra loro i bracci.

Afferma che leggendo il versetto biblico

Io porrò il diritto come misura e la giustizia come una livella
Isaia 28,17

si può pensare che il Profeta voglia far intendere che il regolo stabilisce l’equità, mentre la livella garantisce la giustizia. Non si ferma a questa considerazione, ma prosegue considerando come la livella sembri essere simbolo di giustizia, giacché rappresenta l’ineccepibile coesione della verticale e dell’orizzontale, tra la posizione piana del defunto e l’ascesa al cielo dell’anima.

La struttura della livella permette a chi la osserva di ricollegare il suo simbolismo a quella croce in cui il piano orizzontale e quello verticale si intersecano. Una croce che, mediante l’asse verticale, connette la terra con il cielo e, attraverso quello orizzontale, si offre al microcosmo e al mondo intero.

Una croce che, piantata al centro di tutte le cose, con le sue dimensioni cosmiche, oltre a rappresentare la manifestazione della “Volontà Celeste”, sempre presente nel fulcro del cosmo, simbolizza quell’illuminazione armonica, a livello cosmico, che permette allo spirito di giungere alla luce della verità.

Vedendoci assorti tra le guise di ciò che racconta, richiamando la nostra attenzione, Antonio afferma che l’anello di congiunzione tra la sua opera e il mosaico consiste nel livellamento che accompagna il cammino iniziatico nella trasmutazione e nell’evoluzione dell’uomo.

Detto ciò, esternando una mimica alquanto preoccupata, osserva l’orologio, ci ringrazia sia per la fraterna amicizia dimostrata, sia per l’ascolto interessato, e ci informa che, purtroppo, deve lasciarci per un impegno improcrastinabile, dato che deve portare sollievo economico a bambini disagiati che dimorano in un Istituto che ospita infanzia abbandonata.

Totò si alza in piedi, scruta i nostri occhi, ci stringe la mano e, abbozzando una tenera e disarmante mimica, dice che è importante

Amare il prossimo come se stessi e aiutarlo a fare del bene senza limiti di sorta.

Che l’uomo non deve a se stesso

Niente, all’infuori del miglioramento spirituale.

Detto ciò accende una sigaretta aromatica e, prima di andar via, ci osserva per qualche attimo con gli occhi che scrutandoci sembrano

Ddoje stellè che ca’ guardano a luna cull’uocchie de guagliune.

Amici miei, credetemi, nessun’altra frase può descrivere meglio quello sguardo né delineare l’emozione indescrivibile che ci pervade in quegli attimi che sembrano interminabile poiché percepiamo che oltre a leggere nella nostra mente, sta percependo il senso di ciò che stiamo pensando.

Avvertendo il nostro imbarazzo, ci saluta con un semplice gesto della mano, esce dal locale e si dirige verso la Mercedes grigia, ben sapendo che a bordo lo attende il fido autista.

Prima che giunga all’auto, gli dico che ascoltando le sue parole possiamo intendere che la morte sia il punto d’incontro tra la conclusione del percorso terreno, sempre caratterizzato da meri beni materiali, e l’inizio di quel cammino che, conducendo alla verità, realizza il beneficio individuale e collettivo. Continuo chiedendogli se sia corretto affermare che la morte iniziatica permetta di accedere alla tanto desiderata luce, mediante il ritorno al grembo materno e l’immersione nella luminosità del buio cosmico.

Fabio, invece, gli dice che concepisce la morte come un inizio anziché una fine e che l’uomo sembri essere un’entità spirituale che, nel corso della vita terrena, accumula esperienza materiale e non il contrario, giacché il corpo fisico funge da mezzo mediante il quale lo Spirito si esprime; che il corpo fisico sia l’essenza effimera della materia e che funga da involucro in cui dimora il suo Spirito.

L’uomo ri-tornando alla “forma” o “stato primordiale”, con la consapevolezza maturata nel corso del viaggio terreno, diviene, in qualche modo, immortale. Questo stato di coscienza funge da energia atta a vivificare lo spirito intelligente dell’individuo e a renderlo eterno.

Il Principe, proseguendo nel suo cammino, gira leggermente la testa verso di noi, annuisce con la sua solita gestualità e dice che ‘a cera se struja e ‘o muorto nun cammina, in altre parole, ci informa che è terribilmente in ritardo, quindi, la morte iniziatica, può essere l’argomento da trattare in altri momenti.

Fabio ed io, felicissimi per l’incontro e per la mole di cose apprese, ci incamminiamo verso la stazione ferroviaria per raggiungere la nostra cittadina di provenienza e mentre lo facciamo, penso alla celebre frase di Luis Sepúlveda:

E se è tutto un sogno, che importa. Mi piace e voglio continuare a sognare.

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.

Exit mobile version