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‘Il vento al guinzaglio’: intervista a Niko Mucci

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Niko Mucci


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Tra musica e teatro la nuova raccolta di poesie del talentuoso artista porticese

Incontriamo Niko Mucci in un locale del centro storico di Napoli per parlare della sua ultima raccolta di poesie Il vento al guinzaglio, Argento Vivo Edizioni, acquistabile in preordine online dal 23 settembre sul sito della casa editrice.

Arguto, scanzonato, empatico ci ha conquistati anni fa, sin da subito, per quel guizzo così tipico che lo contraddistingue accompagnato da tanta dissacrante autoironia.

Lo abbiamo applaudito nelle molteplici vesti di attore, regista, drammaturgo, musicista polistrumentista, e soprattutto apprezzato come amico pronto a farti una confidenza con un sorriso rassicurante, salvo poi disorientarti con una battuta fulminante. La lettura di questa intensa raccolta di poesie ci dà ulteriore conferma di rara profondità e sensibilità.

Ci accomodiamo ad un tavolino per iniziare una lunga e proficua chiacchierata, mentre il barista di continuo tende l’orecchio per captare il più possibile, ma squisito, non osa minimamente avvicinarsi nonostante ci attardiamo oltremodo anche dopo aver terminato, perché, dopo tutto, congedarsi da una mente così brillante non è cosa semplice, anzi.

Niko perché questo titolo?

Di solito i titoli dei miei libri prendono spunto dalla poesia che in qualche maniera è significativa per il periodo in cui le rime sono state scritte. ‘Quelle che portano’ è una poesia dedicata al mondo femminile, non parlo solo di fatti personali, ma di quelle donne che ho incontrato e ammirato per la capacità di esprimere il proprio volere attraverso sia forza che delicatezza. L’immagine sognante di questi versi mi sembrava adeguata a raccontare la loro storia ed è la poesia che va verso quell’isola.

L’illusione svelata è una tematica ricorrente: rassegnazione malinconica o lucida consapevolezza?

Nel momento in cui scrivi forse illusione svelata, quando le rileggi lucida consapevolezza. La poesia ha il potere di farti vivere le emozioni ed è uno dei motivi per cui scrivo per me stesso e per gli altri e per cui mi dedico al teatro. In pratica, è lo stesso meccanismo, perché ti permette di suscitare sensazioni che per te sono anche ricordi e che non è detto che siano tutte biografie, dato che non narro solo storie che ho vissuto io, ma anche situazioni che vivo di riflesso.

Attesa è un’altra parola chiave che si sublima nel sonno eterno, ma “senza fretta”. Affronti il tema della morte con apparente serenità, ma ci ritorni più volte quasi volessi esorcizzarla, sbaglio?

Precisamente, è un modo di esorcizzarla. Viviamo in una società in cui parlare della morte sembra proibito tanto che spesso non portiamo nemmeno i bambini al cimitero e non affrontiamo con loro l’argomento, quando invece, anticamente, nel periodo di Ognissanti, si raccontava che i defunti portassero regali ai vivi.

Dal mondo greco si tramandava anche che alcuni cibi mettessero in comunicazione con l’aldilà, come la fava la cui radice che va verso il sottosuolo si diceva desse al legume la potenzialità di far parlare con l’oltretomba chi ne mangiasse.

È una consapevolezza per me importante, la vivo e l’ho vissuta perché sono stato in punto di morte e mi hanno detto che avevo poche possibilità di salvarmi. In quel momento, dopo la disperazione, ho sentito una voce che mi diceva: “Di che ti preoccupi? Hai fatto quello che volevi nella vita, muoiono tutti quanti! Stai tranquillo! Se ce la fai bene, se no, no!”
Mi sono rasserenato e, dal reparto di rianimazione, ho iniziato a fare battute sciocche con il medico. È più forte di me, a costo di fare figuracce, la tensione mi porta a sviluppare dei meccanismi linguistici che mettono insieme le frasi, evidenziando gli aspetti comici delle situazioni. Non ho paura della morte, temo molto, invece, l’inabilità.

Atmosfere eteree, contorni sfumati, grigiume a cui si contrappongono, ma solo in apparenza, immagini solari. Perché mancano contorni nitidi e tutto appare in veste onirica o di ricordo?

Intanto perché gran parte delle emozioni che concentro nelle poesie sono frutto di ricordi, esperienze vecchie, sentite, vissute o convissute insieme ad altre persone. Quindi, in parte, perché alla base c’è il ricordo di certe sensazioni che richiamo anche un po’ attorialmente, con la memoria affettiva. Il ricordo non è mai circoscritto del tutto, perché è come uno specchio deformato nel quale vediamo la realtà di ciò che rammentiamo ed è tutto modificato, sfumato, sfocato. Conoscere le emozioni serve, non dico per padroneggiarle, ma per usarle quando vuoi appunto ricrearle.

Poi, credo che il mondo non sia fatto di colori definiti e divisioni nette, piuttosto che, tra il bianco e il nero, ci siano una serie di tonalità di grigio.
Senza scomodare gli antimanichei, la vita ci insegna che ci sono tutte le gradazioni e che tanti termini che da giovani ci sembravano assurdi ed impossibili in realtà sono alla base delle relazioni sociali. Il problema è non cedere ai compromessi, o meglio, portali in alto non in basso, trovare dei punti di incontro per ottenere ciò che si vuole. Bisogna però farlo in modo cosciente, senza subirlo.

In ‘C’era un segreto’ fai un riferimento palese a Montale, in ‘Occhi che non sanno’ il tuo omaggio a Leopardi è più sottile, mentre in ‘Petali pensieri’ rimandi a Quasimodo in modo forte; che ruolo hanno la poesia ermetica e quella romantica nella tua produzione artistica?

Leggo di continuo, non sempre solo i principali, subendone l’influenza. Ad esempio, ho scoperto l’anglo-somala Warsan Shire che è stata citata da Beyoncé nell’album ‘Lemonade’. Ha scritto una poesia, sintetica e bellissima, che mi colpì immediatamente e che recita: “Ho la bocca di mia madre e gli occhi di mio padre. Sul mio viso sono ancora insieme”.

In una prima fase scrivevo poesie dedicate, alla maniera di Giovanni Rodari, all’uso della filastrocca, a quel mondo démodé di inizio anni venti, a Diego Valeri. Montale è un grande punto di riferimento per me, come lo è Quasimodo. In uno spettacolo teatrale ho fatto anche l’esperienza mistica di musicare le poesie di Leopardi, cosa difficilissima perché rischi di essere fatalmente ridicolo. Mi è riuscito particolarmente bene con ‘L’infinito’, colonna sonora alla pièce, cantata all’epoca da mia moglie – Nunzia Schiano, ndr – e che mi piacque talmente tanto che è stata la musica suonata al nostro matrimonio.

A volte mi scopro a fare parallelismi. Una poesia in un verso si rifà a De André. Non voleva essere una copia, ma da quella sua frase per me partivano altri ragionamenti, magari simili ai suoi. Si dice che, in qualche maniera, sia in musica che in scrittura, tutto si trasformi e venga rielaborato. Ammetto tranquillamente di avere dei punti di riferimento che sono tutta la grande poesia, italiana ed internazionale; da ragazzo leggevo Gregory Corso, Dylan Thomas e qualche cosa anche di loro mi è rimasto, ma lo ritrovo a posteriori.

Tratto temi ricorrenti, come il mare, perché mi colpì la frase iniziale di ‘Moby Dick’ in cui è più volte richiamato come il luogo in cui ciascuno ritrova se stesso come fosse uno specchio. Quando lo cito è perché sto riflettendo su delle cose che mi riguardano: quando si arrabbia, quando mi fa paura, quando mi suggerisce qualcosa, quando è un mistero da attraversare. Si presta a facili parallelismi con il concetto di vita, così come la immagino, un viaggio alla ricerca della bellezza, che è un concetto soggettivo per ognuno di noi. Invito, infatti, tutti coloro che mi leggono e che fanno spettacoli con me a cercare la propria bellezza, che sia recitare, ballare o cantare, e a testimoniarla, così da vivere meglio con se stessi e con gli altri.

Il mio obiettivo è, appunto, cercare la bellezza e, per quanto possibile, lasciare una traccia, un insegnamento per le persone con cui ho a che fare, soprattutto con gli allievi del laboratorio a cui spero di insegnare a pensare in modo autonomo. È un grosso sforzo ed è anche il mio compito di intellettuale in senso gramsciano, portare a pensare, ad utilizzare i pensieri. Purtroppo, ormai sembra una cosa desueta.

Molteplici riferimenti temporali con i relativi risvolti psicologici all’inverno, qualcuno all’autunno e alla primavera. Perché dedichi all’estate solo fugaci accenni? Non c’è più posto per la luce?

Il rapporto con le stagioni, in fondo, è quello con il tempo; ognuna ha la sua potenzialità. Alcune le preferisco, come è normale, altre un po’ meno. L’inverno è la parafrasi teorica dell’assenza di vita, ma in realtà, è un modo di riflettere sul fatto che la vita ha degli spazi per ricomparire. L’inverno è sì freddo, ma è la stagione che mi è sempre piaciuta di più, già da bambino, perché ci sono il mio onomastico, le feste, i momenti in cui ci si raccoglie in gruppi più ristretti e ci si concentra sulle relazioni interpersonali.

Amo l’autunno per gli splendidi colori, la primavera per la vitalità, per la bellezza estrema, per l’esplosione della vita. L’estate non l’ho mai sopportata perché vivo male il caldo e soprattutto perché è il periodo dei tempi sospesi che mi fanno paura. Quando non hai più riferimenti e tutto è interrotto e devi aspettare che torni ‘la normalità’ per me è un momento di angoscia. Tra l’altro, in estate ho anche ricordi molto dolorosi.
Era fine luglio, avevo circa 27 anni, ero al massimo del mio sforzo universitario e mio nonno morì dopo un mese in ospedale, e dopo una settimana lo seguì anche mia nonna. Ad agosto mi arrivò la cartolina e sono dovuto partire militare, esperienza bruttissima per me, abituato com’ero ad ambienti e regole del tutto diverse.

Mani, dita, fisicità che si traducono in un furto di sentimenti espresso dalla sabbia che non riesci a tener salda nei tuoi palmi. La caducità delle cose sembra non preoccuparti fino in fondo, perché allora ci torni costantemente?

Perché esiste e quando hai fatto delle esperienze in cui evidentemente ti sono sfuggite delle cose tra le mani te ne fai una ragione, ma ti rimane il rimpianto, o meglio, la nostalgia, perché preferisco sempre tentare e sbagliare, piuttosto che non agire affatto. Immagina cosa significhi in una fase avanzata della mia età, essere limitato fisicamente in alcune cose, quando prima potevo tutto. Non giocare più a pallone, non riuscire più a muovermi bene, non poter fare nei miei spettacoli dei mutamenti in scena: tutte limitazioni che ti sottraggono la possibilità di respirare.

Le mani sono molto importanti perché con gli anni, perdendo un po’ la vista, ho guadagnato con l’odorato, ma non sono riuscito ancora a svilupparlo del tutto. E penso al tatto come ad un senso che abbiamo in qualche maniera sottovalutato. La maggior parte delle mie emozioni sono tattili, mi piace parlare con le persone tenendole per mano, si creano delle belle combinazioni umane, perché anche i polpastrelli ti permettono di percepire stimoli che diversamente non sentiresti, come se avessimo attorno una sorta di campo magnetico che reagisce ai tocchi altrui. Mi piace molto l’idea che il tatto abbia questa predominanza andando non ad esautorare, ma a sostituire delle mancanze di altro genere.

Gli specchi rivelano un altro te e scegli di restare “sul palco recitando copioni”. Che ruolo ha la Parola per te soprattutto in rapporto alla tua attività di musicista polistrumentista?

Sono un musicista polistrumentista pessimo per cui punto molto chiaramente ad integrare con la parola certe mancanze; ho scritto dei testi in cui la musica nasceva proprio dal ritmo delle parole. È vero che le note sono sette, o dodici, come vogliamo, e i vocaboli che usiamo più o meno saranno cinquemila, ma quando li assembli in una certa maniera, siano tuoi o di qualcun altro, quello che è importante è che suonino bene insieme.

Questa grande lezione, che mi è servita tantissimo, l’ho appresa lavorando come regista con Roberto De Simone. Una volta che sembrava in procinto di assopirsi, ho capito solo poi che sapeva invece a memoria tutte le parti, gli chiesi se si fosse stancato e mi rispose che stava sentendo come suonavano le voci e le battute.

Così ho iniziato a farlo spesso anch’io, chiudere gli occhi per ascoltare come suonano i livelli, le voci, i rapporti fra le voci. Del resto, quello dell’attore, così come quello del regista, sono mestieri in cui bisogna osservare per avere degli elementi in più, seguire spettacoli, leggere e, soprattutto, prendere esempio da gente che ne sappia più di te.

Lo specchio è il modo attraverso cui mi guardo, ma non è solo la superficie riflettente, è anche il pubblico che ho di fronte quando sono sul palco.
In alcune occasioni è il mare o sono gli occhi delle persone che ti guardano, le domande che ti pongono coloro che ti incontrano perché ti costringono a guardarti dentro. Questa molteplicità degli specchi la identifico in un oggetto concreto che, spesso, è deformato, perché, sia il ricordo, sia l’immagine che ho di me stesso, possono essere alterati.

So scientificamente che quello che vedo allo specchio sono io, ma al di là del fatto del piacermi o meno, quello è un altro problema, a livello emotivo non ne sono realmente certo. Infatti, delle volte faccio cose assurde, perché ho un rapporto strano con me stesso: mi giro all’improvviso per vedere se mi sto guardando. Da piccolo, siccome avevo paura di buttarmi dagli scogli perché mi ero fatto male, contavo fino al tre ma mi buttavo al due, così mi pigliavo di sorpresa…

Dato il tuo carattere mi sarei aspettata una maggiore dose di ironia in questa raccolta, come mai, invece, solo piccole pillole?

È come se la poesia e la regia teatrale avessero per me un’aurea di sacralità, per questo tendo ad essere molto serio su tali argomenti, poi però la mia personalità prevale e scrivo qualcosa che rompe l’atmosfera. Uso l’ironia un po’ per tutto, il che non significa non rispettarsi, quanto capire che darsi delle arie non serve a niente.

Al contrario, riesco a scherzare molto sul fatto di saper far male molte altre cose, tipo suonare, come dicevo prima.

Mi viene da ridere quando mi chiamano Maestro, sia perché chi è maestro è stato allievo, sia perché l’insegnamento avviene come reciproco scambio, in cui dici quello che sai per insegnare ad amare alcune cose ad altre persone. Se dovessi dire “vi insegno quello che so fare io” alla fine i miei ragazzi del laboratorio teatrale avrebbero poco da apprendere.

Quanto la tua natura di attore, musicista, drammaturgo influenza la tua poesia?

Musicista tanto, perché tornando al discorso delle parole che suonano, non insisto sulle rime perché lo voglio io ma perché in qualche maniera vengono da sole. L’uso della rima è uno dei modi che utilizza la memoria, uno dei metodi di base attraverso cui si imparano più facilmente delle cose. Per me imparare versi in prosa è molto più difficile rispetto ad una canzone.

L’attore c’è come esperienza sul campo; questo lavoro mi ha insegnato il potere e l’uso delle parole e che l’ordine in cui le si mette dà loro un senso, un significato piuttosto che un altro.

Drammaturgo non so se lo sono sul serio perché, più che reinventare, riscrivo: sono più bravo a riuscire a portare alcuni versi verso di me che non comporli ex novo. Mi sono dedicato alla stesura di un testo che vorrei mettere in scena immaginando me e mia moglie tra dieci anni, una sorta di ‘Aspettando Godot’ ambientato in spiaggia. Volevo scrivesse anche lei, altrimenti sarebbe stato solo un mio punto di vista, ma mi ha bloccato dicendo che non lo reciterà mai perché è troppo personale, intimo, ed è contraria all’autoanalisi in teatro. Non so se un giorno sarà mai rappresentato, c’è una bella narrazione, ma manca l’evento teatrale che non riesco al momento a sviluppare. La poesia, al contrario, è molto più immediata per me. Bisogna saper fare le cose, non ci si può improvvisare in tutto.

Lasci domande, mai risposte: perché?

Penso che la funzione dell’arte sia sollevare degli interrogativi, non fornire delle risposte. Come artista metto in campo dei problemi, degli argomenti di riflessione, posso indicare dei punti di appoggio, ma non è compito mio dare le soluzioni, ognuno deve trovare le sue.

Questo accade nei miei spettacoli teatrali, nelle mie poesie e specialmente nelle mie canzoni, che fanno poi da tramite tra questi due mondi.

'Il vento al guinzaglio' di Niko Mucci

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Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.