C’era un tempo in cui a tavola si parlava. Si raccontava la giornata, si discuteva di lavoro, di scuola, di politica, dei vicini, del campionato.
I nonni raccontavano storie che i nipoti ascoltavano magari distrattamente, ma ascoltavano.
Oggi spesso sulla tavola compare un ospite in più. Non prende posto, non mangia, non ordina. Eppure, c’è. È il telefono.
Sta accanto al piatto, vicino al bicchiere, in mano tra una portata e l’altra. Ogni vibrazione interrompe un discorso, ogni notifica sposta lo sguardo.
Ed è curioso: siamo diventati la generazione più connessa della storia e, in certi momenti, forse anche una delle meno presenti.
La scena è ormai familiare. Entriamo in un ristorante e vediamo tavoli interi in silenzio, ognuno con il proprio schermo. Coppie che scorrono contenuti, amici che controllano messaggi, famiglie fisicamente insieme ma altrove con la testa. Non è una questione di età. Succede ai ragazzi, ma anche agli adulti e ai nonni.
Il telefono non è il nemico. Sarebbe una sciocchezza dirlo. Ci aiuta, ci orienta, ci informa, ci permette di sentire persone lontane e conservare ricordi.
Il problema nasce quando smettiamo di usarlo come strumento e iniziamo a portarcelo dietro in ogni momento della vita, anche quelli che forse meriterebbero di restare soltanto umani.
Pensiamo alle vacanze. Un tempo il viaggio era anche scoperta. Si partiva con una cartina, si sbagliava strada, si chiedevano indicazioni, si entrava in una trattoria trovata per caso.
Oggi arriviamo spesso in luoghi che conosciamo già. Abbiamo visto cento fotografie, cinquanta video, letto recensioni, salvato itinerari. Sappiamo già quale panorama fotografare e da quale angolazione.
E allora il viaggio cambia natura. A volte sembra non servire più a vedere un luogo, ma a certificare la nostra presenza in quel luogo.
Si fotografa il piatto prima di assaggiarlo. Si guarda il tramonto attraverso lo schermo. Si riprende il concerto che poi forse non rivedremo mai.
È come se avessimo sostituito il ricordo con il suo archivio.
Il turista moderno ha guadagnato molto: mappe perfette, traduttori istantanei, prenotazioni immediate, informazioni infinite.
Ma, forse, ha perso una cosa che sembrava piccola e invece era enorme: il piacere di perdersi.
Forse abbiamo anche cambiato il modo di ricordare. Una volta il viaggio continuava nel racconto. Si tornava a casa e si mostrava qualche fotografia agli amici, si descriveva un luogo, un incontro, un imprevisto divertente.
Oggi, spesso, il racconto avviene mentre il viaggio è ancora in corso. Condividiamo tutto in tempo reale e, paradossalmente, a volte arriviamo a casa con meno ricordi vissuti e più contenuti pubblicati.
C’è poi un dettaglio curioso: molti turisti visitano gli stessi luoghi, si mettono nella stessa posizione, scattano la stessa fotografia e ripartono.
Come se il viaggio non fosse più cercare qualcosa di nuovo, ma riprodurre qualcosa che abbiamo già visto centinaia di volte online. Il rischio non è la foto. Il rischio è che il posto più importante della vacanza diventi quello dove il telefono prende meglio.
Lo stesso accade a tavola. Siamo presenti con il corpo ma una parte di noi è nel gruppo WhatsApp, nella notifica, nel social, nel messaggio a cui rispondere subito.
Forse la vera modernità oggi non è spegnere il telefono. È riuscire, ogni tanto, a dimenticarlo.
Perché il problema non è avere uno smartphone. È quando il vero ospite della cena diventa lui.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













