Un punto di non ritorno: l’Italia ha perso il suo ultimo treno verso il futuro
Da forte sostenitore del sì non nascondo la delusione, non tanto quella politica nel momento in cui non supporto più di tanto il governo in carica, che, a mio parere, ha grosse criticità, quanto quella civile e riformista, che avrebbe voluto vedere il primo passo verso un paese più moderno e liberale.
Personalmente, io vedo questo risultato come un punto di non ritorno perchè si sono evidenziati tutta una serie di comportamenti ed eventi che minano la speranza di vedere, anche in tempi lunghi, una società degna di essere definita tale.
Prima di cominciare voglio essere sincero: i giochi sono fatti, è inutile che esprima opinioni come se fossimo in una una campagna elettorale, già non è il mio stile ma sarebbe oltremodo fuori luogo; tuttavia, il fenomeno a cui abbiamo appena assistito non solo lascia degli strascichi, ma le conseguenze, che possiamo vedere già in questo momento, non potranno essere considerate trascurabili.
Niente sarà come prima, che ci piaccia o meno, e, molto probabilmente, l’Italia ha perso il suo ultimo treno verso il futuro.
Per prima cosa dobbiamo partire da un punto: il No è stato un voto assolutamente sbagliato.
Eccetto che per pochissimi casi che non fanno statistica, questa scelta è stata una vera e propria negazione della realtà.
Non esisteva alcun attacco alla Costituzione, molte delle criticità evidenziate erano inesistenti, quelle pochissime perplessità razionali sorte, come un presunto conflitto tra articoli diversi, erano state superate dopo un’attenta analisi da parte di esperti.
Non è mia intenzione elencare i motivi del perchè il No sia stata una posizione scellerata, sia perchè è impossibile discutere razionalmente con la gran parte di questi veri e propri tifosi senza cervello, sia perchè si è scritto già troppo e chiunque abbia un minimo di materia grigia può facilmente trovare le fonti e studiarsele, anche se in ritardo.
L’obiettivo, adesso, è un primo sguardo alle criticità evidenziate di un fenomeno che va ben oltre il referendum stesso.
La prima su cui dobbiamo meditare è la quantità di bugie che sono state raccontare; mai prima di oggi mi sono trovato di fronte ad una tale mistificazione della realtà.
Molti di quelli che sostenevano il No fino a poco prima erano assolutamente dalla parte del Sì, è facile trovare online dichiarazioni e filmati che li “inchiodano” ad una responsabile e consapevole ipocrisia, una vera e propria dichiarazione di disonestà, che farebbe rabbrividire qualunque persona con un minimo di dignità personale, il tutto per becero interesse politico, ideologico o pratico.
Che siano politici o magistrati poco importa, vi è stata una negazione ridicola della realtà, che trascende qualunque amore della propria rispettabilità ed onorabilità.
Per quanto il Sì avesse ben più frecce razionali al suo arco, per onestà, bisogna dire che anche qui si sono dette molte balle, spesso spacciando questa riforma come la panacea di tutti i mali della giustizia e, per quanto importante fosse, di certo non era la quadratura del cerchio.
Quello che però mi ha spaventato non è tanto che dei bugiardi di professione si comportassero da ciarlatani, quanto il fatto che sia stato relativamente semplice ingannare la platea a cui ci si rivolgeva.
Arriviamo, quindi, al vero nocciolo del problema: in Italia il 35% delle persone non riesce a comprendere quello che legge.
Più di una persona su tre è poco più di una scimmia più o meno parlante, una specie di mentecatto che non sa quello che fa.
Tra gli studenti il 40% non supera un test PISA di secondo livello, mostrando l’insufficienza sia nel leggere che nel fare di conto.
È agghiacciante che quasi la metà delle persone in età da liceo non sappia né leggere né scrivere correttamente, tanto meno comprendere un testo.
E tra quelli che dovrebbero essere dotti? Ebbene, il 17% dei laureati presenta sempre lo stesso fenomeno.
L’università, che dovrebbe aprire le menti e generare la crema di questo paese, fallisce miseramente una volta su sei, nemmeno una scadente fabbrica di prodotti economici in un qualunque posto afflitto da dumping salariare è così disastrosa.
L’acre odore della catastrofe si percepisce potente da questi semplici dati oggettivi.
Tali numeri non lasciano speranza. Con questi presupposti non possiamo pensare che possa esistere una classe dirigente capace o un popolo minimamente in possesso di spirito critico, il referendum ha solo brutalmente evidenziato questa agghiacciante realtà: una riforma che non avrebbe dovuto lasciare dubbi sulla propria bontà e necessità non è passata perchè la “gente” non ha capito nulla.
Mandare il Parlamento a casa? Era un referendum, non le politiche.
Attacco alla Costituzione? Ma dove?
Non c’era nulla che avrebbe potuto portare la magistratura alle dipendenze dell’esecutivo.
Voto di protesta contro il Primo Ministro?
Faccio presente che, ad oggi, non solo non si è dimessa, ma, probabilmente, arriverà a fine mandato, con una bella pensione e il vitalizio, e, a meno della sua volontà, il referendum non l’avrebbe MAI potuta mandare a casa.
Voto ideologico? In un referendum su una cosa che è un problema per tutti?
Ecco il problema: gli elettori, soprattutto quelli del No, non hanno votato nel merito della legge ma, per motivi che non c’entravano nulla, arrivando a farsi del male da soli, e ancora peggio, condannando anche quelli che invece avevano scelto bene.
Semplificando il tutto, possiamo affermare con certezza che il 47% degli italiani più o meno pensanti è ostaggio di un 53% di italiani che il cervello non l’hanno utilizzato.
Ancora peggio: la minoranza decente di questo paese viene condannata da persone che non sanno più né leggere né scrivere.
Le conseguenze?
Possiamo elencarne alcune palesi.
Immobilismo strutturale: un paese al collasso non potrà mai migliorare perchè gli stupidi, facilmente manipolabili, bloccheranno tutto, come è stato per il nucleare, come per le trivellazioni e, adesso, con la giustizia.
Economia stagnante: con questi presupposti è impossibile attirare investimenti o elaborare una politica economica degna di questo nome, con il risultante e ulteriore impoverimento di tutti.
Depauperamento delle risorse umane: la persona intelligente e capace non trova terreno fertile e quindi farà ciò che si è sempre fatto in questi casi, ovvero emigrare. Il territorio si desertifica di giovani validi, mentre rimangono quelli senza gli strumenti per essere competitivi nel mondo del lavoro.
Sfiducia nella giustizia e nella politica: campagne condotte scandalosamente a suon di bugie, reazioni aberranti come la presa di posizione dell’ANM o i festeggiamenti dei magistrati a Napoli con tanto di “Bella ciao”, che testimoniano la mancanza del minimo di senso di vergogna nel mostrare che le accuse di partigianeria erano vere, sono tutti colpi potentissimi verso quel già debolissimo patto sociale che unisce il popolo allo Stato, rafforzando, così, populismi e mafie.
Mi fermo qui e sintetizzo: questo referendum ha evidenziato un paese irrimediabilmente compromesso, putrefatto, senza speranza, destinato all’irrilevanza e alla desertificazione economica e sociale in tempi brevi.
Non ci siamo giocati solo una valida riforma; troppi non si sono accorti che abbiamo perso con estrema probabilità l’ultima possibilità di un futuro migliore.
L’Italia è un paese finito.
E ce lo siamo meritato.
Personalmente consiglierò alle mie piccole di emigrare da grandi: se volete bene alle persone a voi care e che un futuro ce l’hanno, fate lo stesso.
Autore Ambrogio Di Renzo
Ambrogio Di Renzo, Biologo per errore. Strassivendolo per necessità. Per diletto giocatore. Tutto curiosità.













