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Il profilo privato che non è mai davvero privato

profilo privato

C’è una parola che sui social viene usata come una coperta di Linus: privato. Profilo privato, contenuti privati, account privato.
La si pronuncia con sollievo, come se bastasse a mettere al sicuro tutto. In realtà, è una parola comoda, rassicurante, ma profondamente ambigua.

Un profilo privato non è un diario chiuso in un cassetto. È una stanza con molte porte. Gli amici vedono, gli amici degli amici intravedono, qualcuno salva, qualcuno fotografa lo schermo, qualcuno condivide.

E poi ci sono gli algoritmi, che osservano in silenzio, catalogano, suggeriscono, ripropongono. Il privato, sui social, non è uno stato giuridico: è una sensazione.

C’è anche il tempo, che lavora contro l’illusione della riservatezza.

Vecchi follower dimenticati, persone accettate anni prima e mai più rimosse, contatti che nel frattempo sono cambiati, cresciuti, spariti, ma che continuano ad avere accesso. Il profilo resta lì, come una casa mai svuotata davvero, dove non sai più chi ha ancora le chiavi.

E poi ci sono i minori.

Profili aperti “per gioco”, “per tenerli controllati”, “tanto lo gestisco io”. In molti casi il profilo lo apre la madre. Lo rende privato, si convince di aver fatto la cosa giusta e poi è la prima a mettere like, a commentare, a taggare.

Un gesto affettuoso, certo. Ma anche il più efficace dei grimaldelli. Perché ogni like è una luce accesa, ogni commento è una porta spalancata, ogni interazione dice all’esterno: guardate qui, c’è qualcosa di interessante.

Si pensa di proteggere e, invece, si espone. Si crede di controllare, e invece si amplifica. Il profilo del figlio diventa una vetrina involontaria, e la parola privato resta lì, a fare da foglia di fico.

C’è poi un fenomeno poco conosciuto ma reale, che nasce proprio da questa esposizione: il cosiddetto digital kidnapping. Foto di bambini e ragazzi vengono salvate, riutilizzate, ripubblicate altrove, a volte con nomi diversi e storie inventate.

O per creare dei profili che falsi non sono, perché tutte le informazioni, magari fornite dai genitori, sono vere.

Non c’è bisogno di violare un account: basta che l’immagine sia stata vista una volta. Il profilo era privato, ma l’immagine ormai non lo è più.

Ed eccoci al punto che fa male. Perché il profilo privato non è una garanzia, è un alibi.
Serve più a tranquillizzare chi pubblica che a proteggere chi appare.

È una formula magica che ci raccontiamo per non doverci fare la domanda vera: chi sto facendo entrare nella mia vita, e perché?

E poi ci sono quelli che dicono

non ho nulla da nascondere.

Davvero?

Hacker che bucano siti della NASA, sistemi di posta certificata, enti pubblici e banche, pensate abbiano difficoltà ad accedere a un profilo social?

Ma anche senza hacker, il punto è un altro.

Non si tratta di nascondere chissà quali segreti: hai la tua dignità, i tuoi pensieri, le tue fragilità, un like messo d’istinto, una frase scritta in un momento di tristezza o di rabbia. È materiale umano, non illegale, ma è tuo. Ed è proprio quello che vale di più quando finisce fuori contesto, fuori tempo, fuori controllo.

Una volta ci si lamentava al bar pensando di essere tra amici. Ogni tanto c’era un delatore, ed era un’eccezione. Oggi il delatore non serve più. Basta un like di troppo, un commento di mamma, una condivisione innocente.

Il profilo è privato, certo. Ma la porta è aperta. E spesso siamo proprio noi a tenerla così.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.