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Il professor Schettini e le parabole di Internet

parabole di Internet

Oggi il potere si misura in approvazione da parte del popolo della rete. O almeno così credono in molti.

Basta entrare in una scuola superiore per capirlo.

Non si chiede più “che cosa vuoi fare da grande?”, ma “quanti follower hai?”.

C’è il ragazzino che cammina con l’aria di chi possiede il mondo perché ha centomila seguaci su una piattaforma.

Parla, si filma, commenta tutto. Politica, guerre, finanza, morale. E attorno a lui un piccolo esercito digitale applaude, condivide, rilancia.

Ma chi vi credete di essere?

Centomila follower non sono centomila persone che ti stimano. Sono centomila account che scrollano. Domani saranno altrove. L’algoritmo ti alza, l’algoritmo ti abbassa. Non è leadership. È traffico.

È come sentirsi ricchi perché a Monopoli hai comprato Parco della Vittoria.

Hai case verdi, alberghi rossi, banconote colorate. Ma quando chiudi la scatola del gioco, torni nella tua cameretta. La banca era finta. La ricchezza era di cartone.

Il problema non sono i ragazzi.

Il problema sono gli adulti che hanno scambiato visibilità per autorevolezza. Che invitiamo influencer a parlare di temi complessi solo perché “bucano lo schermo”. Che confondiamo l’audience con la competenza.

Essere ascoltati non significa avere qualcosa da insegnare. Essere seguiti non significa essere seguiti nel senso profondo del termine. Un conto è intrattenere. Un altro è guidare.

La rete ha creato un’illusione democratica: tutti possono parlare, quindi tutti contano allo stesso modo. È una bella favola.

Ma la realtà è più dura. Nella vita vera contano la preparazione, la responsabilità, la capacità di assumersi le conseguenze di ciò che si dice.

E averlo costruito su basi solide; dimostrabili e di cui poter parlare.

Un follower non ti chiede conto delle tue parole. Un cliente sì. Un paziente sì. Un giudice sì. Un elettore, forse.

E la rete pure. E presenta il conto in un colpo solo.

Il ragazzino con i follower crede di essere potente. In realtà è ospite di una piattaforma che può spegnerlo con un click. I veri potenti non dipendono da un algoritmo. Lo studiano. Lo governano. O lo ignorano.

E noi, adulti, dovremmo avere il coraggio di dirlo: non sei importante perché ti guardano. Sei importante se quello che dici regge quando le luci si spengono.

Ed è qui che casi come quello del professor Schettini diventano istruttivi. Non per giudicare la persona, ma per comprendere il meccanismo.

Quando una reputazione nasce e cresce quasi interamente dentro una piattaforma, sostenuta dal ritmo degli algoritmi, dalla velocità dei contenuti e dall’approvazione immediata del pubblico digitale, quella stessa reputazione può diventare improvvisamente fragile nel momento in cui cambia il contesto.

Basta che l’attenzione della rete si sposti altrove, o che il clima mediatico muti, perché centinaia di video, milioni di visualizzazioni e anni di esposizione digitale smettano di essere una forza e si trasformino in un punto di debolezza.

Il passaggio decisivo arriva quando il personaggio esce dalla piattaforma ed entra nello spazio reale. Può essere invitato a un convegno, a una conferenza, a una trasmissione, o semplicemente chiamato a rispondere pubblicamente delle proprie parole.

In quel momento non c’è più il montaggio, non c’è la ripetizione della clip riuscita, non c’è la possibilità di rifare la registrazione. Se qualcuno ti parla addosso, se il confronto diventa diretto, se le domande sono incalzanti, il linguaggio del video non basta più. Il video si può rifare. Il confronto pubblico no.

Ed è lì che si misura la differenza tra la visibilità e la solidità. Perché la prima può essere costruita in pochi mesi. La seconda richiede tempo, preparazione e struttura.

La ricchezza di Monopoli finisce quando qualcuno ribalta il tavolo.

La reputazione vera resta anche senza connessione.
Il resto è un gioco.

E chi scambia il gioco per la realtà, prima o poi presenta il conto.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.