Che il vino accompagni la storia dell’uomo dagli albori ai giorni nostri è cosa nota.
Il brindisi probabilmente rappresenta le vestigia non religiose di antiche libagioni sacrificali durante le quali un liquido sacralizzato veniva offerto agli dei, in cambio di un desiderio con una preghiera sintetizzata dalle parole finali come “alla salute”.
Forse meno conosciuto è il suo uso a scopo terapeutico.
Questo dono degli Dei, come ci racconta Emanuele Piedimonte, autore di numerosi testi tra i quali ‘Alchimia e Medicina a Napoli’, è stato usato nella storia come: anestetico, antipiretico, disinfettante, diuretico, antisettico, cicatrizzante, come componente essenziale per la creazione e l’utilizzo di colliri, creme, sciroppi, infusi, decotti, irrigazioni, gargarismi, elisir e molto altro.
Gradirei accompagnare la presentazione di questo libro cercando di incuriosire attraverso un breve cenno sull’uso del vino in alcune società del passato e attraverso aspetti di natura esoterica esponendo, solo alla fine, brevemente le proprietà terapeutiche accreditate del vino.
Tra le spiegazioni della origine del suo nome è verosimile che derivi dalla parola sanscrita “vena” – “amare” da cui deriverebbe Venus – Venere.
Nella mezzaluna fertile abbiamo testimonianza di antiche tavolette di argilla con scritture cuneiformi che testimoniano l’importanza del vino nella società mesopotamica. I Sumeri oltre 6000 anni fa producevano vino e avevano addirittura una Dea del vino chiamata “Ninkasi”.
Shesmu è la divinità egizia del vino, dei frantoi dell’olio e della tortura delle anime dei malvagi, cui avrebbe pigiato le teste in un tino e nei Testi delle Piramidi è colui che offre a Osiride il succo dell’uva.
La prima rappresentazione del procedimento di vinificazione è stata realizzata dagli egizi nel corso del III millennio a.C. con scene raffiguranti su bassorilievi la pigiatura dell’uva. Anfore ricolme di vino bianco sono state riportate alla luce nella necropoli di Abido, luogo in cui sarà sepolto il 7° faraone della I dinastia egizia chiamato Semerkhet.
I sigilli dei tappi di giare ritrovati nella necropoli di Abido riportano iscrizioni che ci fanno sapere che tutti i re della I e II dinastia possedevano a loro nome delle vigne sacre protette da recinzioni.
Nella Tomba del re Scorpione, figura leggendaria forse riferibile al principe Narmer sovrano delle 9 tribù che popolavano l’Alto Egitto incaricato da Horus in persona e vissuto nel periodo predinastico o Dinastia 0 (3200 – 3150 a.C.), sono state trovate circa 700 giare con tracce di vino resinato.
Dal punto di vista terapeutico gli Egizi usavano il vino come anestetico locale.
Il vino emerge almeno 278 volte nei testi sacri della tradizione giudaico-cristiana e per ben 114 volte si parla della pianta della vite
Noè scendendo dal monte ad acque ritirate, vi piantò la vite da lui custodita nell’Arca e taluni sostengono che l’armeno Areni Noir, uno dei più antichi vitigni del mondo, potrebbe discendere da questo.
L’importanza e la solennità della bevanda conviviale è testimoniata dal primo miracolo di Gesù nelle nozze di Cana, durante le quali egli trasforma l’acqua in vino celebrando forse il proprio matrimonio con Maria di Magdala
Ancora nel Vangelo di Luca si parla del suo utilizzo sanitario:
… gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo portò a una locanda e si prese cura di lui
Luca 10, 29-37
Presso i Sufi, dimensione mistica dell’islamismo, il vino è effettivamente un simbolo della conoscenza esoterica e dell’esperienza mistica, ma non nel senso letterale in quanto il suo consumo è proibito nell’Islam, ma in quanto rappresenta l’esperienza spirituale e la connessione con il divino, raggiungibile attraverso pratiche come la danza dei dervisci rotanti.
A proposito di misticismo ed esoterismo in senso lato, gli Indù parlano del Soma, i Persiani di Haoma, cioè elisir capaci di elargire il dono dell’immortalità durante cerimoniali di tipo sacrificale e nel vedismo si indica un succo, che molto verosimilmente comprendeva anche estratto di uva, che viene collegato per ben 114 inni alla divinità nel IX libro dei Rgveda
Le prime testimonianze sull’uso del vino in Grecia giungono attraverso il padre della medicina Ippocrate di Kos che già nel V secolo a.C. lo prescriveva per curare le ferite, per combattere la febbre, come purgante e come diuretico.
Così Galeno riteneva che il vino servisse per curare le ferite e per abbassare gli stati febbrili, oltre che come anestetico locale, per rinvigorire i fisici debilitati e persino per svezzare i bambini.
I Greci e il Dio Dioniso sarebbero oggi protagonisti di una sorta di wine party ante litteram: un gruppo di uomini fino ad un massimo di nove, si riuniva, solitamente dopo il pasto serale, per discutere di filosofia, politica, guerra e godere di quei piaceri della vita considerati all’epoca un dono divino.
Durante questo rituale gli uomini erano soliti sollazzarsi con danzatrici e intrattenitrici, le uniche donne ammesse, mentre bevevano una mistura di acqua e vino aromatizzato con miele e spezie.
Fu sempre dalla Grecia che il vino giunse, insieme ad anfore, ceramiche ed al culto di Dioniso, agli Etruschi che identificarono la divinità come Fufluns. gli Etruschi se ne servivano per lenire il dolore causato da lussazioni, tumefazioni, ascessi e ferite, per curare malattie del fegato e della milza, la dissenteria e le coliche, oltre che come rimedio esterno da applicare sulla pelle.
Da allora le tecniche di vinificazione si diffusero in tutta la penisola, venendo poi migliorate dai Romani, che non solo intuirono e sfruttarono le proprietà battericide del vino, ma ne compresero il valore economico, tanto che oggi sappiamo, ad esempio, che la zona di Pompei era al tempo, una delle più rinomate per la produzione di vino di tutto il mondo antico.
Liber Pater era a Roma il Dio del vino, della fertilità e dell’agricoltura e i Liberalia, celebrati il 17 marzo, erano associati con la libertà di parola ed i diritti che giungevano con la maturità.
I giovani maschi festeggiavano il raggiungimento dell’età virile tagliando la prima barba e dedicandola alle divinità guardiane della propria casa, e se liberi cittadini, indossavano per la prima volta la loro toga virilis.
Liber, infatti, era anche la personificazione della potenza sessuale maschile. Tuttavia, i suoi attributi, vennero lentamente assorbiti da Bacco/Dioniso, con cui finì per condividere miti e peculiarità.
Il culto dei Dio Bacco, giunse e si diffuse a Roma intorno al II secolo a.C. culto misterico, riservato ai soli iniziati, inizialmente solo alle donne, chiamate baccanti. Durante la celebrazione dei Baccanali, non solo si beveva, ma si praticava anche attività sessuale di tipo orgiastico, spesso con modalità contrarie alle leggi di Roma.
Per questo, nel 186 a.C. il Senato, emise il Senatus consultum de Bacchanalibus, allo scopo di annientare il culto di Bacco con l’abbattimento dei templi e la persecuzione degli adepti.
Successivamente, i Baccanali sopravvissero come feste propiziatorie celebrate in occasione del raccolto o della semina, ma senza più la componente misterica.
Ricordiamo che nell’antica Roma le donne erano additate come adultere soltanto per aver assaggiato il vino, che era riservato soltanto agli uomini che avessero compiuto trent’anni di età. In età imperiale, poi, le regole cambiarono e le donne poterono bere almeno il vino passito.
Le piantagioni specializzate nacquero inizialmente in Campania, alle pedici dei monti Petrino e Massico, da cui proveniva il celebre Vinum Falernum.
Il vino nell’antica Roma, almeno fino alla tarda età imperiale, non era però così simile a quello che beviamo al giorno d’oggi; veniva ad esempio modificato con bianchi d’uovo montato a neve o latte fresco di capra.
Per calibrare il grado alcolico mescolavano i vini leggeri con quelli più forti, o aggiungendo miele, estratti di erbe o aromi e poi vi erano: il Defrutum, un mosto concentrato, il Merum, vino puro, non tagliato, e il Circumcisicium, vino di scarsissima qualità ottenuto dalla torchiatura delle vinacce miste ad acqua destinato alle classi sociali più basse.
La regola affermava che le persone morigerate bevessero solo tre coppe ben annacquate: una per il brindisi, una per l’amore ed una per il sonno. A questo punto, una persona saggia avrebbe dovuto terminare e andare a casa.
Se, invece, mostrando ben poca lungimiranza, fosse rimasto a banchettare, avrebbe fatalmente scoperto che:
• la quarta coppa apparteneva alla violenza;
• la quinta coppa era legata al chiasso;
• la sesta coppa era connessa all’allegria dell’ubriachezza;
• la settima coppa avrebbe portato alla rissa;
• l’ottava coppa avrebbe condotto al tribunale;
• la nona coppa avrebbe causato un attacco di fegato;
• la decima e ultima coppa avrebbe irrimediabilmente portato alla follia ed alla distruzione del mobilio.
Proseguendo nella storia, intorno al 1200 il vino fu utilizzato spesso in campo medico per le ferite suppurate ritenendo fosse in grado di consentire l’espulsione della materia peccans.
Ma fu il ‘Liber de Vinis’, un trattato sui vini scritto dal medico catalano Arnaldo da Villanova, a ribadire con fermezza il concetto di uso del vino a scopo terapeutico, durante il tardo Medioevo.
Egli scriveva:
Il vino mirabile giova ai melanconici, ai malati di cuore, a quanti soffrono di bruciori, soprattutto nelle vie epatiche, urinarie e alla vene; naturalmente e adatto anche ai colerici.
Compilò, inoltre, una lista di vini aromatizzati efficaci contro ogni sorta di malattia, come ad esempio il vino al rosmarino capace di regolare l’appetito, raddrizzare i tendini, rendere bello il viso e far crescere i capelli.
L’uso del vino a scopi terapeutici è stata portato avanti nei secoli fino al 1800. Infatti, per lungo tempo, tutti i medici provenienti dalle scuole più importanti d’Europa lo utilizzarono come antidolorifico e cicatrizzante, da versare su una fasciatura, poi lasciata sulla ferita con bendaggi che oggi chiameremmo occlusivi, fino alla sua completa guarigione.
Le cronache del tempo parlano di personaggi illustri che si sottoposero a terapie simili. Ad esempio Luigi XIV, il Re Sole, negli suoi ultimi giorni di vita, per alleviare i dolori lancinanti provocati dalla cancrena di una gamba, dietro consiglio del suo medico, la immerse in una vasca piena di vino caldo aromatizzato.
L’Ottocento vide anche il successo dei “vini medicinali”, primo fra tutti il Vino Mariani, realizzato con foglie di coca del Perù; una bevanda che entusiasmò classi agiate, re, regine e papi. Emile Zola e lo Zar russo decretarono il suo successo nelle classi più potenti dell’epoca. Una fase di sviluppo alla quale seguì poi un declino quasi inesorabile dovuto al proibizionismo nell’utilizzo della coca.
Oggi viene prodotto un remake definito Vin Tonique Mariani venduto a 40 euro a bottiglia nelle enoteche, distillato di foglie di coca ed estratto di bacche di cola. I due passaggi salienti di infusione e fortificazione, vengono così sostituiti da una unica fase di lavorazione, che garantisce uguale apporto aromatico ma la totale legalità del prodotto, visto che in distillazione la componente psicotropa della coca perde le sue proprietà.
In campo esoterico esiste un vino prodotto da 60% di barbera e 40% di croatina, lieviti indigeni e senza solfiti, con raccolta manuale, che una azienda piacentina da anni produce secondo le indicazioni della teoria orgonica di W. Reich
Nella prima metà del secolo scorso lo psichiatra e psicanalista Wilhelm Reich, laureatosi in medicina all’Università di Vienna nel 1922 e direttore all’ambulatorio di Vienna di Freud, descrisse una forma di energia che, secondo i suoi “studi”, attraversa tutto lo spazio che ci circonda. Affermò anche che alcune malattie erano la conseguenza di squilibri di orgone all’interno del corpo.
Per ciò che riguarda più specificamente gli aspetti clinici, da tempo anche la scienza ha confermato che il consumo moderato di vino rosso offre benefici tanto che molte autorevoli riviste come Nature ne pubblicano i risultati di studi scientifici che confermano le sue proprietà benefiche.
Il vino bianco non deriva dalla fermentazione di bucce, semi e steli ma dalla sola pigiatura delle uve mentre i composti attivi derivano proprio dai semi.
I nostri nonni tante volte hanno affermato evidentemente non a caso:
Buon vino, fa buon sangue!
Bisogna sottolineare l’aspetto della moderata assunzione, che si concretizzerebbe in un massimo di due bicchieri al giorno, oltre la quale i pericoli emergerebbero dalla componente alcolica.
È stato ormai dimostrato che il vino contiene oltre 600 sostanze in soluzione e grazie alla sinergica azione di alcune di esse assume un ruolo di rilievo nella prevenzione delle patologie cardio-vascolari aumentando nel plasma le concentrazioni delle lipoproteine ad alta densità, HDL, che veicolano nel sangue il colesterolo verso il fegato, il cui eccesso è, unitamente all’ipertensione, un’importante causa di danni vascolari gravi, anche se oggi dovremmo parlare di infiammazione cronica e malattia endoteliale.
Favorisce, inoltre, il processo antiossidante, in quanto neutralizza l’attività tossica sulle cellule dei radicali liberi tramite particolari molecole, ad esempio i polifenoli, inibendo, tra l’altro, la formazione dell’endotelina-1, una tra le più potenti molecole ad azione vasocostrittrice conosciute in natura capace di innescare la formazione di depositi di grasso ed il processo arteriosclerotico.
Ma cosa sono i radicali liberi di cui si sente tanto parlare oggi?
Essi sono molecole particolarmente reattive che contengono almeno un elettrone spaiato nel loro orbitale più esterno. Sono altamente instabili e cercano di ritornare allo stato di equilibrio sottraendo ad altri atomi vicini l’elettrone necessario per pareggiare la propria carica elettromagnetica.
Questo meccanismo dà origine ad ulteriori nuove molecole instabili, innescando una reazione a catena che, se non mantenuta entro valori “fisiologici”, può danneggiare le strutture cellulari.
L’attività fisica a livello estremo, l’inquinamento ambientale, lo stress e molte sostanze farmacologiche possono essere al contempo cause di sofferenza cellulare cui l’organismo risponde con un incremento di produzione dei radicali liberi.
Nel corso dell’evoluzione, l’organismo ha sviluppato sistemi di difesa endogeni con enzimi capaci di neutralizzare i radicali liberi e sostanze antiossidanti in grado di contrastarne l’azione.
Esistono poi sistemi di difesa esogeni: si tratta di vitamine e antiossidanti che vengono assunti con gli alimenti oltre che il condurre una vita sana
Altra scoperta all’interno del vino sono gli stilbeni che si trovano comunemente in molte piante dove agiscono come protettivi, contro virus, batteri, insetti e funghi e stressogeni.
Il resveratrolo è uno stilbene, un composto polifenolico la cui individuazione nel vino rosso, nei primi anni 90, ha destato un grande interesse poichè è stata utilizzata per spiegare il paradosso francese, ossia il fatto che gli abitanti del sud della Francia, nonostante una dieta ricca di grassi saturi, presentano una incidenza ridotta di malattie cardiovascolari.
In sintesi, le azioni del vino sarebbero diverse:
– inibente l’ossidazione delle lipoproteine, vasodilatatrice e inibente l’aggregazione piastrinica, quindi con effetto antitrombotico e di protezione cardiovascolare secondo gli studi fino al 51% grazie agli antociani, resveratrolo, tannini, acido gallico e acidi idrossicinnamici;
– prevenzione del danneggiamento delle cartilagini e riduzione del dolore articolare;
– contrasto all’invecchiamento cellulare grazie all’azione contro i radicali liberi;
– contrasto al rischio di cancro per la potente azione anti ossidante;
– aumento delle endorfine e, quindi, un tono dell’umore più incline al rilassamento e allegria;
– azione antidiabetica perché aumenterebbe la sensibilità alla insulina;
– rallentamento del declino intellettuale.
Autore Altiero Biello
Altiero Biello, medico-chirurgo, specialista in Ginecologia ed Ostetricia, con particolare competenza in infertilità di coppia, diagnostica ecografica, medicina in menopausa. Dirigente Medico presso PMA Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli (NA), specialista territoriale, pratica tutte le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita. Cultore di Studi Tradizionali è il fondatore dell’Associazione Culturale “Il filo sotterraneo: oltre la nebbia” alla ricerca di testimonianze di studiosi, traduttori ed archeologi indipendenti che sembrano far risalire la nostra civiltà ad un’antichissima tradizione e cultura.













