Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.
Pier Paolo Pasolini
La cultura, come abbiamo detto nel precedente articolo, è un tessuto vivo, e questi nuovi elementi – l’arte che cattura l’anima, il simbolismo che nasconde significati, l’esoterismo che sussurra misteri, la musica che vibra nei corpi – sono fili essenziali di questo tessuto, che si intrecciano con la quotidianità, lo stile, il lavoro, la moda e le abitudini.
Mi lascerò guidare dall’istinto, tornando a volte su idee già accennate per creare una narrazione coerente, ma sempre aperta a nuove sfumature, con quegli accenni filosofici e storici che danno profondità. Preparati, sarà un altro tratto di strada denso e, spero, avvolgente.
Riprendiamo dalla quotidianità, perché è lì che la cultura si manifesta, anche quando non ce ne accorgiamo, e l’arte, in tutte le sue forme, è uno dei modi più potenti in cui questo accade.
Pensiamo a un murale su un muro scrostato di una periferia urbana, magari a Napoli o a São Paulo: colori accesi, figure che sembrano danzare, forse un volto di donna con occhi che ti seguono.
Quel murale non è solo decorazione; è un grido, un racconto, una presa di posizione. È arte che invade la vita di tutti i giorni, che cambia il modo in cui le persone camminano per strada, si fermano, parlano.
L’arte ha questo potere: entra nella routine e la trasforma in qualcosa di più grande. Non serve andare in un museo per trovarla; la troviamo nei mosaici di una chiesa bizantina, nei graffiti di un sottopassaggio, persino nel modo in cui un barista disegna un cuore sulla schiuma di un cappuccino. E ogni forma d’arte è culturale, perché nasce da un contesto, da una storia, da un modo di vedere il mondo.
In Italia, l’eredità del Rinascimento è ovunque: la ricerca della bellezza, della proporzione, si riflette non solo nei dipinti di Raffaello, ma nel modo in cui una piazza è progettata, con le sue linee armoniose che invitano alla socialità.
In Messico, l’arte di Frida Kahlo, con i suoi autoritratti pieni di dolore e colore, non è solo un’espressione personale; è un riflesso della cultura messicana, con la sua fusione di vita e morte, di tradizione indigena e colonialismo.
Ma l’arte non è solo ciò che vediamo; è anche ciò che significa, e qui entra in gioco il simbolismo. Ogni opera, ogni immagine, ogni gesto artistico porta con sé strati di significato che spesso vanno oltre l’intenzione dell’artista.
Pensiamo alla Gioconda di Leonardo: quel sorriso enigmatico è diventato un simbolo universale, ma cosa rappresenta davvero? Per alcuni, è l’eterno mistero dell’anima umana; per altri, un gioco di prospettiva, un trucco pittorico.
La cultura in cui viviamo decide come leggiamo quel sorriso. In un’altra epoca, in un altro luogo, potrebbe essere visto come malinconico, arrogante, persino banale.
Il simbolismo è il linguaggio segreto dell’arte, e ogni cultura ha il suo alfabeto. In India, un loto dipinto su un tempio non è solo un fiore; è un simbolo di purezza, di elevazione spirituale, radicato nella filosofia induista che vede la bellezza nascere dal fango.
In Europa medievale, una colomba in un dipinto religioso era immediatamente riconosciuta come lo Spirito Santo, un segno di grazia divina.
Questi simboli non sono universali; richiedono una chiave culturale per essere decifrati. E quando le culture si incontrano, i simboli si mescolano, creando nuovi significati.
Pensiamo al teschio, un simbolo che attraversa epoche e luoghi: nella tradizione messicana del Día de los Muertos, è un invito a celebrare la vita attraverso la morte; nella cultura punk degli anni 70, era un grido di ribellione contro la società consumista. Lo stesso simbolo, due contesti, due messaggi.
E poi c’è l’esoterismo, che aggiunge un altro strato di mistero al simbolismo. L’esoterismo è la cultura del nascosto, del sapere riservato a pochi, ma che influisce su tutti, anche inconsapevolmente.
Pensiamo all’alchimia nel Rinascimento: non era solo una proto-scienza, ma un sistema di simboli che collegava il materiale allo spirituale. L’oro non era solo un metallo; era la perfezione, l’anima purificata. Queste idee hanno influenzato l’arte, la letteratura, persino l’architettura.
Le cattedrali gotiche, con le loro guglie che puntano al cielo e i loro rosoni intricati, non erano solo edifici; erano mappe esoteriche, progettate per guidare l’anima verso la luce divina.
Ancora oggi, l’esoterismo affascina perché promette di rivelare ciò che è nascosto. Pensiamo alla cultura pop: film come Matrix o romanzi come quelli di Dan Brown attingono a simboli esoterici – il numero 3, il cerchio, l’occhio che tutto vede – per creare narrazioni che sembrano moderne, ma che in realtà affondano le radici in tradizioni antiche.
E nella quotidianità?
L’esoterismo si insinua in piccoli gesti: il modo in cui qualcuno legge l’oroscopo al mattino, o appende un amuleto in macchina, è un’eco di quel desiderio umano di connettersi con l’invisibile, un desiderio che la cultura amplifica o reprime a seconda dei contesti.
In Italia, un cornetto rosso contro il malocchio è un simbolo esoterico che tutti riconoscono; in Giappone, un amuleto shintoista comprato in un tempio serve allo stesso scopo.
La cultura decide come esprimiamo il nostro bisogno di mistero. La musica, poi, è forse il ponte più diretto tra l’arte, il simbolismo, l’esoterismo e la vita di tutti i giorni. La musica non si vede, non si tocca, eppure ci cambia. È cultura allo stato puro, perché nasce da un luogo, da un momento, ma può viaggiare ovunque.
Pensiamo a un mercato di Marrakech: il suono di un oud che si intreccia con il richiamo del muezzin non è solo musica; è un paesaggio culturale, un invito a fermarsi, a sentire il ritmo di una città che pulsa tra tradizione e modernità.
Ora immagina una discoteca a Berlino: il battito della techno, ripetitivo, quasi ipnotico, non è solo un ritmo; è un’esperienza collettiva, un rituale moderno che ricorda i canti tribali, dove il corpo si abbandona e la mente si perde.
La musica è simbolica, perché porta significati che vanno oltre le note. Un canto gospel in una chiesa di Harlem non è solo melodia; è resistenza, è fede, è la storia di un popolo che ha trovato nella voce un modo per sopravvivere.
E l’esoterismo?
Anche qui c’è il suo spazio. Pensiamo alla musica classica indiana, con i suoi raga, scale musicali che non sono solo suoni, ma porte verso stati d’animo, verso il divino.
Ogni raga è legato a un’ora del giorno, a una stagione, a un’emozione: suonarlo nel momento sbagliato, dice la tradizione, può squilibrare l’universo. È un’idea che sembra lontana, ma che ci ricorda come la musica, in ogni cultura, sia più di un passatempo: è un modo per connettersi con qualcosa di più grande.
Torniamo alla quotidianità, perché è lì che la musica si intreccia con la vita. Immagina una ragazza che cammina per le strade di Roma con le cuffie, ascoltando una playlist che mescola pop italiano, reggaeton, magari un pezzo di jazz. O
gni canzone che sceglie è un frammento di cultura: il pop italiano le ricorda le estati al mare, il reggaeton la fa sentire parte di un mondo globale, il jazz è un omaggio a un’epoca che non ha vissuto ma che la affascina. La musica plasma il suo umore, il suo passo, il modo in cui guarda gli altri.
E non è solo una questione individuale: la musica crea comunità. Pensiamo ai concerti, momenti in cui migliaia di persone cantano all’unisono, si muovono insieme, condividono un istante che non tornerà. È cultura che diventa collettiva, che unisce.
Ma la musica può anche dividere: in alcune società, certi generi sono considerati ‘sbagliati’, pericolosi. Negli anni 50, il rock’n’roll era visto come una minaccia alla morale; oggi, in alcuni paesi, il rap è censurato perché dà voce a chi non dovrebbe parlare.
La musica è politica, perché è cultura, e la cultura è sempre una lotta per il significato. E l’arte, il simbolismo, l’esoterismo, la musica si intrecciano anche con gli altri aspetti della cultura che abbiamo già toccato: lo stile, il lavoro, la moda, le abitudini.
Pensiamo alla moda: un designer come Alexander McQueen non creava solo vestiti, ma opere d’arte cariche di simbolismo, con collezioni che evocavano miti, rituali esoterici, persino la morte. I suoi abiti erano musica per gli occhi, ritmi di tessuto che raccontavano storie.
O pensiamo al lavoro: in un ufficio di una multinazionale, la musica di sottofondo – magari un pianoforte minimalista – non è casuale; è scelta per calmare, per aumentare la produttività, un’eco lontana di quel potere esoterico della musica di influenzare l’anima.
Nelle abitudini, l’arte si insinua nei dettagli: il modo in cui una famiglia appende un quadro in salotto, o sceglie una canzone per un matrimonio, è un atto culturale, un modo di dire questo siamo noi.
E nella storia, tali elementi sono sempre stati presenti: dai canti dei trovatori medievali, che mescolavano amore e misticismo, alle avanguardie del Novecento, che usavano l’arte per scuotere le coscienze, ogni epoca ha usato questi strumenti per ridefinire la cultura.
Un accenno filosofico per chiudere questo tratto: Martin Heidegger diceva che l’arte è un modo in cui la verità si manifesta, un’apertura verso l’essere. Ma la verità dell’arte, del simbolismo, dell’esoterismo, della musica, non è mai unica; è culturale, dipende da chi guarda, da chi ascolta.
Un dipinto di Caravaggio, con le sue ombre drammatiche, parla di fede e peccato a un italiano del Seicento, ma di ribellione e teatralità a un artista contemporaneo. Una melodia di Bach è ordine divino per un europeo del Settecento, ma pura emozione per un ascoltatore di oggi.
La cultura è questo continuo spostamento di significato, questo dialogo tra ciò che è stato e ciò che sarà. E noi, immersi in essa, danziamo tra i suoi simboli, i suoi suoni, i suoi misteri, senza mai fermarci.
La cultura, in fondo, è una danza tra il passato e il futuro. È il modo in cui ricordiamo chi siamo stati e immaginiamo chi vogliamo essere. È il filo che ci lega agli altri, ma anche ciò che ci rende unici.
È la ragione per cui un caffè in Italia è diverso da un tè in Marocco, per cui una gonna in Scozia racconta una storia diversa da una gonna in India. È ciò che ci spinge a creare, a cambiare, a resistere.
E mentre scrivo, mi rendo conto che tutte queste parole non bastano per esaurire l’argomento, perché la cultura è infinita, come la vita stessa. Ma forse, proprio per questo, è così affascinante.
Autore Massimo Frenda
Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.













