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Il femminile rimosso, Cristo e la rivoluzione dell’amore

Il femminile rimosso

Ieri sera ho rivisto Il Codice da Vinci. L’avevo visto nel 2006 e, dopo vent’anni, mi sono accorto che stavo guardando lo stesso film con un orizzonte molto più ampio.

Questa volta mi ha colpito soprattutto un tema che attraversa tutta la storia: il femminile rimosso.

Al di là delle tesi storiche del film, delle sue forzature e delle controversie che ha generato, c’è un’idea che continua a interrogarmi: quella di un sapere sul femminile che sarebbe stato progressivamente marginalizzato, separato dal sacro, quasi cancellato dalla memoria collettiva.

Maria Maddalena diventa, così, il simbolo di ciò che è stato messo ai margini: la donna, il corpo, l’amore, la generazione, la dimensione femminile del sacro.

Non è necessario prendere per vere le ricostruzioni del film per riconoscere la forza della domanda che pone. Una domanda che, secondo me, va persino oltre Maria Maddalena.

Il femminile non è soltanto la donna.

È una dimensione dell’essere umano che vive anche nell’uomo, nel maschio. Oltre la razionalità, riguarda la capacità di accogliere, generare, intuire, sentire, custodire e mettere in relazione.

Non sono qualità che appartengono esclusivamente alla donna: sono possibilità dell’essere umano.

Quando questa parte viene repressa, negata o considerata inferiore, non viene mutilata soltanto la donna. Si dissocia l’essere umano.

L’uomo perde una parte di sé e può finire per identificarsi esclusivamente con ciò che gli è stato insegnato a considerare forza: razionalità, controllo, conquista, dominio.

La donna, contemporaneamente, può essere confinata in un ruolo definito da altri.

La separazione produce una perdita per entrambi.

Ecco perché, se volessimo cercare simbolicamente un vero “segreto del Priorato”, io lo cercherei proprio qui: nella forza del femminile.

Non come alternativa al maschile, non come nuovo potere da contrapporre a quello precedente, ma come parte necessaria dell’unità dell’essere umano.

Questa riflessione diventa ancora più interessante quando il film sposta il discorso su Gesù.

Per quasi tutta la sua durata, Il Codice da Vinci sembra portarci verso un Gesù sempre più umano e sempre meno divino: un uomo innamorato, un uomo legato a una donna, un uomo immerso nella carne, nella storia e nella relazione.

La sua divinità appare invece come qualcosa che sarebbe stato costruito e consolidato successivamente dall’istituzione ecclesiastica. È come se il film dicesse che, per restituire dignità all’uomo Gesù, fosse necessario sottrargli qualcosa della sua divinità.

Poi arriva Langdon. E proprio quando sembra che questa lettura abbia ormai raggiunto la sua conclusione, pronuncia una frase che spiazza:

Perché deve essere umano o divino? Forse l’umano è divino.

Ieri sera quella frase mi ha fatto fermare. Contiene una suggestione potente, ma anche una differenza fondamentale rispetto alla fede cristiana.

Non è l’uomo che diventa Dio. È Dio che si fa uomo. Questa è l’Incarnazione.

Ed è qui che, per me, comincia la vera rivoluzione di Gesù. Perché un Dio che si fa uomo non viene semplicemente a fondare una nuova religione da mettere accanto alle altre. E, soprattutto, non viene a costruire un nuovo sistema di potere.

La sua predicazione entra invece in conflitto con una religiosità trasformata in formalismo, prescrizione, gerarchia e separazione tra chi è dentro e chi è fuori. Nei Vangeli, il conflitto di Gesù è spesso particolarmente duro proprio con coloro che utilizzano la Legge come strumento di autorità e di giudizio.

Gesù non è contro la fede. È contro una religione che diventa potere.

E questo cambia radicalmente la prospettiva. Perché, nella sua predicazione, non esistono poteri buoni semplicemente perché parlano in nome di Dio.

Il potere non diventa buono perché è religioso, non diventa buono perché è istituzionale, non diventa buono perché possiede una tradizione, una gerarchia o una legittimazione. Il potere deve essere giudicato da ciò che produce nell’essere umano.

Se umilia, separa, esclude, impone paura o crea subordinazione, non diventa buono soltanto perché si presenta con parole sacre. E questo vale anche e soprattutto per il potere religioso, perché quando il potere si presenta in nome di Dio diventa ancora più difficile metterlo in discussione.

La prescrizione può diventare intoccabile, il dogma può sostituire la ricerca, l’istituzione può finire per diventare più importante dell’uomo.

Ed è proprio contro questa inversione che la parola di Gesù diventa radicale: il sacro non può essere utilizzato per dominare l’essere umano. La regola dovrebbe servire l’uomo, non l’uomo servire la regola.

Quando afferma che

il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato

Gesù rovescia il rapporto tra la persona e la prescrizione.

La norma non è il fine. L’uomo viene prima della regola.

Questa non è una semplice riforma religiosa.

È una critica alla logica del potere quando pretende di diventare assoluto. E, forse, è proprio questo uno degli aspetti più scomodi della figura di Gesù: non sostituisce un potere con un altro potere, non chiede all’uomo di cambiare padrone. Mette in discussione la necessità stessa di vivere attraverso la subordinazione.

Per questo il suo comandamento fondamentale assume un significato ancora più radicale:

Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

L’amore non viene presentato come una vaga emozione spirituale, ma come un comandamento e, quindi, come una responsabilità concreta. Se l’amore diventa il criterio, allora deve diventare anche il criterio con cui giudicare il potere, la religione e le religioni, le istituzioni, l’uomo e noi stessi.

Ed è difficile immaginare qualcosa di più destabilizzante per la logica del potere della sua altra affermazione:

Amate i vostri nemici.

Il potere ha spesso bisogno del nemico per consolidarsi.

Ha bisogno di un “noi” contrapposto a un “loro”, di qualcuno da temere, giudicare, escludere o combattere.

Gesù rompe questo meccanismo alla radice: non chiede di eliminare il nemico, ma di amarlo. Non significa approvare ciò che l’altro fa, ma rifiutare che l’odio diventi il fondamento della propria identità.

È qui che l’amore diventa qualcosa di molto più profondo di un sentimento. Diventa un criterio etico e, direi, anche iniziatico, perché non basta conoscerne il principio: bisogna trasformare se stessi fino a renderlo possibile nell’azione.

È una richiesta molto più difficile di quella di appartenere a una religione, di rispettare una prescrizione o di dichiararsi dalla parte della verità.

Ed è per questo che trovo interessante mettere insieme le due questioni apparentemente separate del film: il femminile rimosso e l’Incarnazione.

La repressione del femminile e la costruzione del potere possono nascere dalla stessa logica: quella della separazione e della gerarchia.

Stabilire chi comanda e chi obbedisce, chi interpreta il sacro e chi deve soltanto accettarne l’interpretazione, chi possiede la parola e chi deve tacere.

Riconoscere il femminile significa allora anche mettere in discussione questa logica, non per sostituire un dominio con un altro, ma per ricomporre ciò che è stato diviso.

Qui l’Incarnazione acquista un significato ancora più radicale. Se abbiamo separato il femminile dall’umano, abbiamo mutilato l’uomo. Se, parimenti, separiamo l’umano dal divino, perdiamo proprio ciò che il cristianesimo considera il mistero più grande: Dio entra nella carne.

Non fugge dall’umano, non lo considera indegno, non lo guarda da lontano. Si fa carne. È questo che rende l’Incarnazione così sconvolgente: Dio non chiede all’uomo di smettere di essere uomo per incontrarlo. Entra nella sua condizione, nella fame, nella sete, nella sofferenza, nell’amore, nella solitudine e nella morte.

E, allora, forse, il vero punto non è decidere se Gesù fosse soltanto uomo oppure Dio. La domanda è molto più radicale: che cosa significa davvero che Dio si sia fatto uomo?

Forse significa anche che non c’è più bisogno di mutilare una parte dell’essere per salvare l’altra.

Non maschile contro femminile, non uomo contro donna, non umano contro divino, ma l’uomo ricomposto nella sua interezza.

Una ricomposizione che non cancella le differenze, ma impedisce che le differenze diventino gerarchie; che il maschile debba dominare il femminile, che la ragione debba cancellare il sentire, che lo spirito debba disprezzare la carne, che il divino debba essere separato dall’umano.

È forse questo il punto in cui la figura di Cristo diventa ancora più radicale. Non è soltanto un uomo che ci insegna ad amare. Per la fede cristiana è Dio che si fa uomo e che mette l’amore al centro della relazione tra gli esseri umani.

E se l’amore è davvero il criterio, allora nessun potere può considerarsi buono per definizione, nemmeno quello che parla in nome di Dio. Ogni autorità deve essere misurata da ciò che fa all’uomo: se lo libera o lo sottomette, se lo rende più responsabile o più obbediente, se lo avvicina all’altro o lo separa.

È anche per questo che la questione del femminile non è, in fondo, una questione soltanto femminile. Riguarda la possibilità di ricomporre l’essere umano dopo secoli di separazioni, gerarchie e opposizioni.

E, forse Il Codice da Vinci, al di là delle sue tesi storiche e delle sue provocazioni, riesce ancora a porre questa domanda: che cosa abbiamo perso quando abbiamo separato il femminile dal sacro, l’umano dal divino e la persona dalla propria interiorità?

La risposta che trovo nella figura di Cristo non è un nuovo sistema di potere, né un nuovo dogma da contrapporre ai precedenti.

È una responsabilità: amare. Non come formula consolatoria, ma come criterio con cui vivere, giudicare il potere e mettere continuamente in discussione anche noi stessi. Perché quando l’amore diventa davvero il centro, ogni potere perde il diritto di considerarsi assoluto.

E forse è proprio qui che la rivoluzione di Gesù conserva ancora tutta la sua forza: Dio si fa uomo, il femminile torna a essere parte dell’umano e l’amore diventa la misura di ogni potere.

Il resto può diventare potere.

L’amore no.

Autore Raffaele Mazzei

Sono Raffaele Mazzei, MAZZEI.3. Scrivo canzoni che la gente canta e brand che la gente sceglie. Capire cosa vale la pena dire, e perché devi dirlo tu e non un algoritmo: questo non è un mestiere per macchine. Se vuoi che il tuo brand vibri, cercami qui. www.raffaelemazzei.it