Il processo evolutivo che la scienza propone per ‘essere umano parte 13 milioni di anni fa e, attraverso tappe intermedie, Orango – Gorilla – Bonobo – Australopiteco – giunge 2 milioni di anni fa a quel salto evolutivo ancora inspiegabile per l’assenza anche di reperti archeologici, definiti come “l’anello mancante”, che vede dall’Homo Abilis venir fuori l‘Homo Erectus e, infine, il Sapiens.
Già Alfred Russel Wallace, il meno noto coautore con Charles Darwin del testo ‘L’Origine della specie’, contestò al suo collega la possibilità per la specie umana di abbinare i concetti di selezione naturale che avessero portato al bipedismo, all’opponibilità del pollice e alla conseguente acquisizione di capacità manuali da determinare il salto in avanti in termini evoluzionistici.
Alcuni genetisti come Pietro Buffa evidenziano nel Sapiens la presenza di numerosi inspiegabili tratti neotenici, cioè la persistenza di tratti infantili durante lo sviluppo, una spiccata socievolezza ed evidenti segni di domesticazione e di assoggettamento, questioni queste tuttora aperte che sembrerebbero potersi attribuire a manipolazioni geniche esterne successive da parte di attori terzi, come confermato in precedenza dal noto antropologo Roger William Prescott.
Tra i fattori neotenici più importanti si sottolinea la plasticità cerebrale, che viene mantenuta dall’uomo anche per buona parte della vita.
Inoltre, le modifiche del bacino in larghezza hanno consentito l’inserimento di potenti muscoli consentendo il bipedismo, che rimane una caratteristica neotenica diversamente da quanto accade nelle scimmie.
Hanno dato, però, luogo al dilemma ostetrico cioè alle difficoltà del passaggio lungo il canale da parto del feto in una specie ad alta encefalizzazione, caratteristica unica in natura, che si differenzia rispetto alle altre specie e che rende spesso il parto distocico con necessità di intervento medico esterno.
Tale prerogativa appare paradossale, poiché mette a rischio la prosecuzione della specie e sembra spingere in una direzione opposta alle teorie sull’evoluzione della stessa e, del resto, non si riscontrava in quelli che sono stati i precursori come l’Homo Abilis e l’Erectus, i quali presentavano minor grado di encefalizzazione.
All’interno dell’ordine dei primati esiste una correlazione tra dimensioni encefaliche e durata della gestazione, nel senso che essa dura più a lungo se la specie è più encefalizzata.
A questa regola fa eccezione il Sapiens, la cui durata di gestazione dovrebbe essere calcolata intorno a 18 mesi. Il parto avviene, invece, dopo 9 mesi e dà alla luce un feto immaturo, fragile, bisognevole di assistenza e il cui encefalo, guarda caso, completerà lo sviluppo a ritmi elevatissimi nei nove mesi successivi.
Quindi, in un’ipotesi progettuale che desse vita a bipedi a grande sviluppo cerebrale, è stato necessario ridurre i tempi di gestazione probabilmente attraverso modifiche geniche sulla molecola del FSH, dal momento che una gravidanza più lunga avrebbe reso la sproporzione feto/pelvica incompatibile con la nascita da parto spontaneo.
Oltre al grado di encefalizzazione, il dilemma ostetrico e la capacità di postura ortograda c’è pure il dilemma dell’assenza di una pelliccia in grado di contrastare condizioni climatiche avverse.
Il 2% del nostro genoma codifica per proteine con un bagaglio di soli 20.000 geni codificanti, GCP, numero simile a quanto posseduto da alcuni vermi. La risposta alle modifiche sul genoma deve per questo risiedere dello Junk DNA, che ne rappresenta il 98% e all’interno del quale il Dark Matter of Genoma rappresenta la materia oscura genetica con circa 100.000 mutazioni, che possiede attività di regolazione su geni non codificanti proteine, GNCP, e contenente 2.700 regioni di DNA non codificante, definite HARS o Regioni Umane a Evoluzione Accelerata.
In conclusione, il processo di ominazione ha richiesto interventi esterni forse molteplici al fine di realizzare un essere che rispondesse a determinate esigenze.
Il ‘mito’ sumero
Ricordiamo come il mito sumero attribuisca, secondo le traduzioni di Z. Sitchin, tale ruolo ai due fratellastri Enlil e Ninhursag (Ninmah-Nintur-Nantu), che, 300.000 anni addietro, avrebbero condotto esperimenti di ingegneria genetica miscelando il DNA Anunnaki con quello di specie terrestri ai fini di elaborare un Lulu, uno schiavo lavoratore per loro conto, vista la ribellione degli Igigi, tra loro Dei minori ai quali era stato imposto il pesante onere di raccogliere oro nelle miniere.
L’esperimento di ingegneria genetica sarebbe riuscito solo quando avrebbero utilizzato l’ovulo di Ninmah, poiché con quelli di donne terrestri si sarebbero realizzati fallimenti con elaborazione di creature ibride o con importanti difetti fisici al limite delle mostruosità, oppure difetti funzionali come l’incapacità di parlare e/o riprodursi.
È da allora che la Dea sarà conosciuta come la Dea Madre.
Autore Altiero Biello
Altiero Biello, medico-chirurgo, specialista in Ginecologia ed Ostetricia, con particolare competenza in infertilità di coppia, diagnostica ecografica, medicina in menopausa. Dirigente Medico presso PMA Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli (NA), specialista territoriale, pratica tutte le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita. Cultore di Studi Tradizionali è il fondatore dell’Associazione Culturale “Il filo sotterraneo: oltre la nebbia” alla ricerca di testimonianze di studiosi, traduttori ed archeologi indipendenti che sembrano far risalire la nostra civiltà ad un’antichissima tradizione e cultura.













