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Il declino delle città

Il declino delle città

C’è una qualità ancora più meschina della pura bruttezza o del disordine, ed è la maschera disonesta di un ordine finto, ottenuto ignorando o sopprimendo il vero ordine che sta lottando per esistere.
Jan Gehl, urbanista danese

Le città del mondo contemporaneo hanno subito una trasformazione profonda e, spesso, dolorosa, che le ha rese irriconoscibili rispetto al loro passato più vivo e organico.

Un mutamento che non è solo fisico ma soprattutto sociale ed esistenziale, dove i quartieri, un tempo pulsanti di vita quotidiana, ora giacciono fatiscenti, con edifici che cadono a pezzi e facciate crepate dall’incuria.

Le strade diventano impraticabili per buche profonde che inghiottono ruote e marciapiedi dissestati che rendono pericoloso ogni passo, e i servizi pubblici si riducono a zero con trasporti irregolari, scuole fatiscenti, ambulatori lontani e parchi trasformati in discariche.

Tutto questo mentre le vie principali si riempiono esclusivamente di locali per mangiare e per divertirsi, ristoranti con menu turistici standardizzati, bar rumorosi e locali notturni che invadono ogni angolo con musica amplificata, privando i residenti di quiete e di spazi autentici.

Mancano le librerie indipendenti dove un tempo si poteva sfogliare volumi e conversare con il libraio appassionato, punti di riferimento per la mente e per l’anima ora sostituiti da catene impersonali o del tutto assenti.

Mancano le zone dedicate alla socialità genuina, piazze o cortili dove gli abitanti si incontravano per chiacchierare senza consumare o per giocare sotto gli alberi, spazi che favorivano legami comunitari e ora convertiti in aree pedonali sterili o attrazioni per selfie.

Soprattutto mancano i negozi degli artigiani, laboratori dove il falegname riparava mobili, il sarto cuciva su misura e il calzolaio ridava vita alle scarpe, mestieri che incarnavano conoscenza tramandata ed economia locale sostenibile ma spazzati via dalla globalizzazione e dalla speculazione immobiliare.

Tutto si è ridotto a folklore e roba per turisti di passaggio, con mercati trasformati in fiere artificiali di souvenir made in china, feste tradizionali diventate spettacoli a pagamento e centri storici ripuliti solo per Instagram mentre i veri abitanti vengono spinti verso periferie anonime.

Questa trasformazione non è casuale ma deriva da decenni di scelte politiche miopi, piani urbanistici dettati da interessi economici di breve termine e una cultura consumistica che privilegia il profitto immediato rispetto alla vivibilità duratura, facendo perdere alle città la loro essenza di luoghi di incontro e scambio umano per trasformarle in palcoscenici effimeri per visitatori frettolosi che lasciano solo rifiuti e inflazione dei prezzi.

Un tempo le città europee, specie quelle italiane ricche di storia millenaria, rappresentavano un equilibrio tra funzionalità e bellezza, con quartieri popolari dove botteghe artigiane convivevano con abitazioni dignitose, strade curate che facilitavano il commercio locale e servizi efficienti come fontane pubbliche, mercati coperti e biblioteche di quartiere che univano le generazioni.

Oggi quel tessuto si è strappato: quartieri fatiscenti sorgono dove fioriva la vita operaia, con palazzi abbandonati o degradati che attirano marginalità, mentre le autorità concentrano risorse solo sui centri turistici per introiti facili che però distruggono l’anima del luogo.

Le strade impraticabili simboleggiano questo abbandono, con asfalto sgretolato e segnaletica sbiadita, costringendo a zigzagare tra auto in doppia fila e rendendo impossibile una mobilità sicura per pedoni, ciclisti e famiglie.

I servizi zero pesano sulla vita quotidiana: trasporti in ritardo o tagliati di sera, ospedali sottofinanziati con liste d’attesa interminabili, parchi ridotti a sterpaglie con attrezzature pericolose.

Nel frattempo, le vie diventano monocultura commerciale, ogni strada replica di pizzerie, kebab, pub e gelaterie che offrono esperienze standardizzate a prezzi gonfiati, eliminando la diversità dei rioni e le loro specialità genuine.

Quest’invasione non crea comunità ma isole di consumo temporaneo, dove la socialità si riduce a pagare un conto e scambiare chiacchiere superficiali senza spazi gratuiti per incontri reali.

Le librerie sono rarità in estinzione, soppiantate da ebook e catene che vendono solo best seller, privando giovani e anziani di luoghi di scoperta e rifugio intellettuale.

Le zone di socialità autentica sono sacrificate all’efficienza turistica, con piazze monopolizzate da tavolini e eventi sponsorizzati. I negozi degli artigiani rappresentano la perdita più grave: incarnavano sapere pratico, riparazioni economiche e produzioni uniche resistenti all’omologazione globale, ma oggi sopravvivono solo in enclavi folkloristiche mentre i giovani scelgono lavori precari nel turismo, perdendo contatto con la materia e la tradizione.

Questa deriva ha radici nel boom postbellico con espansione caotica, poi accelerata dalla globalizzazione degli anni Novanta quando il turismo di massa divenne la nuova religione urbana e i sindaci ragionarono in termini di destinazioni da vendere piuttosto che di comunità da nutrire.

Ne è uscita una città bifronte: quartieri ricchi gentrificati per expat e professionisti, e periferie lasciate al degrado assoluto con infrastrutture crollanti, creando fratture sociali, risentimento e alienazione.

Le strade impraticabili segnalano disprezzo per chi vive lì ogni giorno, madri con carrozzine, anziani a rischio cadute, lavoratori in code infinite. I locali proliferano perché rendono rapidamente con investimenti minimi, attirando capitali che non curano l’identità locale e trasformando piazze storiche in food court rumorose dove la cultura è solo sottofondo per aperitivi.

Mancano alternative perché politiche culturali deboli tagliano fondi per biblioteche e centri sociali, favorendo commercio effimero. Il folklore è l’unica narrazione consentita: rievocazioni che riducono storia complessa a spettacoli colorati per turisti, ignorando lotte, innovazioni e vite reali.

Tutto è roba per turisti di passaggio che consumano l’immagine senza toccarne la sostanza, lasciando un’economia dipendente e fragile, vulnerabile a crisi.

Le conseguenze sono interconnesse: perdita di coesione sociale che genera solitudine e problemi di salute mentale, aumento delle disuguaglianze con residenti espulsi da affitti impossibili, e calo della capacità innovativa dal basso perché senza artigiani e spazi genuini manca terreno fertile per idee creative.

Le strade diventano teatro di conflitti tra residenti esasperati dal rumore e commercianti, mentre amministrazioni oscillano tra promesse non mantenute e progetti faraonici inutili.

Per invertire la rotta serve una visione coraggiosa che metta al centro la vivibilità per chi abita stabilmente: investimenti nella manutenzione di strade e infrastrutture, servizi decentrati come ambulatori e biblioteche moderne, sostegno agli artigiani con sgravi e spazi a basso affitto, e regolamentazione severa dell’espansione di locali.

Recuperare quartieri fatiscenti con rigenerazione partecipata, piantando alberi, creando aree pedonali tranquille e botteghe miste. Proteggere librerie come beni comuni con incentivi e programmi di lettura comunitaria. Progettare oasi gratuite di socialità con panchine, fontane e sale gestite dal basso.

Il turismo va ridimensionato e qualificato, privilegiando forme lente che integrino i visitatori nella vita locale piuttosto che consumarla, limitando accessi motorizzati e promuovendo esperienze legate a mestieri vivi.

Solo così le città torneranno organismi viventi, non musei o parchi divertimento, ma luoghi dove passato e presente dialogano e ogni generazione scrive il futuro.

La trasformazione negativa non è inevitabile ma frutto di scelte umane, reversibile mettendo persone prima del profitto, comunità prima dello spettacolo, sostanza prima dell’apparenza.

Strade possono essere riparate, servizi ricostruiti, quartieri rinascere e, al posto di locali anonimi e folklore superficiale, possono tornare artigiani, lettori e vicini che costruiscono insieme qualcosa di duraturo.

Questa è la sfida del ventunesimo secolo: ritorno alle radici umane di abitare un luogo comune, condividendo spazi, storie e speranze oltre il consumo passeggero.

Le città non sono merci da vendere ma ecosistemi da curare. Riconoscendo il male profondo della loro trasformazione potremo guarirle, mattone dopo mattone, incontro dopo incontro.

Serve un cambio di mentalità collettiva: cittadini che si riapproprino della città attraverso comitati e partecipazione, politici che pensino in decenni investendo in manutenzione ordinaria.

Solo allora quartieri cesseranno di essere fatiscenti, strade diventeranno praticabili, servizi torneranno a funzionare e al posto di vie dedicate solo a mangiare e divertirsi sorgeranno luoghi per pensare, creare, incontrare e appartenere, restituendo alle città la dignità di habitat umano completo.

La crescita è inevitabile e auspicabile, ma la distruzione del carattere della comunità non lo è.
James Howard Kunstler

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.