C’è ancora chi crede che il curriculum sia decisivo per trovare un lavoro, magari quello dei propri sogni
Due pagine ordinate, una laurea ben esposta, qualche esperienza, un inglese “fluente” e la foto giusta, magari non un selfie in bagno o sulla lounge della spiaggia al tramonto.
Poi lo mandi e aspetti. Con una certa fiducia, anche. È comprensibile. Ma è anche superato.
Perché oggi il curriculum, le aziende lo leggono dopo. Prima guardano altro.
Digitano il vostro nome, aprono i social, scorrono.
Non serve molto tempo. Bastano pochi minuti per farsi un’idea. Spesso è quella che resta anche perché, non dimentichiamolo, crea la “prima impressione”.
Hai una bella laurea. Ottimo. Poi ti trovano tra gli ultras, sciarpa al collo, coro acceso. Niente di illegale, sia chiaro. Ma la domanda che si pone un’azienda non è quella; magari il selezionatore tifa per la stessa squadra.
La domanda è: lunedì mattina sarai presente e affidabile? E il mercoledì di coppa? Mi chiederà un permesso tutti i giorni e le ferie per le trasferte?
Non è una prova, sia chiaro; è un’impressione. Ma le impressioni, nei colloqui, pesano più delle prove.
Oppure sei una ragazza brillante, preparata, magari anche sempre elegante e curi la tua immagine. Ma il tuo profilo è una sequenza infinita di reels di moda, pose, filtri, musica e l’azienda a cui ti sei candidata vuole offrire un’immagine classica, sobria, istituzionale.
Non è un problema morale. È un problema di coerenza. E qualcuno, dall’altra parte, si chiede: cosa ne pensano i miei clienti?
Sono luoghi comuni, certo. Ma funziona così. E proprio per questo contano.
Il punto non è giudicare se sia giusto o sbagliato. Il punto è che accade.
Senza avviso, senza contraddittorio. Tu non sei lì a spiegare, a contestualizzare, a chiarire. Sei un insieme di immagini, di frammenti, di impressioni rapide. E su quelle si decide.
Sei la tua immagine in rete proiettata sulle necessità di quell’azienda a cui vorresti legarti.
Ma è il mio profilo personale.
È una difesa legittima. È inutile.
Perché per chi seleziona non esiste più un confine netto tra personale e professionale. Esiste ciò che è visibile. E ciò che è visibile diventa valutazione.
Non serve neanche cercare troppo. I contenuti emergono da soli, si collegano, si rincorrono. Una foto di tre anni fa torna a galla, una storia salvata diventa permanente, un commento sfuggito prende un peso che non avevi previsto. Non sparisce niente. Si accumula.
Due ragazzi lo scorso luglio hanno rifiutato l’orale alla maturità perché non volevano essere giudicati: legittimo. Ma un’azienda, quando assume, cerca chi affronta il giudizio o chi lo evita perché nessuno gli ha chiesto come sta?
E così il curriculum cambia natura. Non è più solo quello che consegni. È quello che ti precede.
Un selezionatore non guarda solo cosa sai fare. Si fa un’idea di chi sei. E lo fa dove gli è più facile: online.
Poi, forse, legge anche il tuo CV. Ma spesso ha già deciso.
Il risultato è semplice, anche se poco dichiarato: qualcuno entra, qualcuno resta fuori. Non sempre per quello che ha studiato. Più spesso per quello che appare.
È scomodo dirlo, ma è così.
Non perché sia giusto. Perché è umano.
E allora la questione non è rinunciare a essere sé stessi. È capire che oggi “essere sé stessi” ha una vetrina permanente. E quella vetrina parla anche quando tu non ci sei.
Il colloquio vero, ormai, inizia prima. E qualche volta finisce lì.
Perché la tua identità online ha reso superflua ogni ulteriore valutazione.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













