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Il concetto di privacy

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Oggi parliamo continuamente di privacy.

La troviamo nei banner dei siti Internet, nelle informative, nelle impostazioni dei telefoni, nelle app e persino nei social network.

Eppure, accade una cosa curiosa: mentre ne parliamo sempre di più, spesso la cediamo con estrema facilità.

Per capire questo paradosso bisogna tornare indietro nel tempo. Non a Silicon Valley, non ai social e nemmeno a Internet.

Boston. Fine Ottocento.

Nel 1890 due avvocati americani, Samuel Warren e Louis Brandeis, pubblicarono un celebre articolo destinato a cambiare la storia: The Right to Privacy.

Il problema che li preoccupava non erano hacker o algoritmi.
Era la crescente invasività dei giornali e delle nuove tecnologie dell’epoca, in particolare la fotografia e la stampa di massa.

Le persone iniziavano a vedere la propria vita privata raccontata, commentata, esposta.

E nacque un’idea rivoluzionaria: l’essere umano aveva diritto a essere lasciato in pace. Il famoso right to be let alone. Essere lasciati in pace.

Pensiamoci. Alla fine dell’Ottocento la battaglia era non apparire. Difendere la propria sfera privata. Evitare che dettagli della vita personale diventassero pubblici.

Oggi sembra quasi il contrario.

Fotografiamo il pranzo, raccontiamo le vacanze in tempo reale, condividiamo spostamenti, gusti, opinioni, relazioni, acquisti. Molti ragazzi crescono lasciando online una parte enorme della loro vita prima ancora di diventare adulti.

Ma c’è una differenza importante rispetto al passato: prima per sapere qualcosa di una persona bisognava cercarla. Oggi spesso sono le persone stesse a consegnare informazioni spontaneamente.

E ciò che una volta richiedeva mesi di osservazione, oggi può emergere da pochi clic, fotografie, ricerche o interazioni sui social.

Paradossalmente, abbiamo più strumenti per proteggerci e meno riservatezza percepita. Password, autenticazione a due fattori, impostazioni privacy, norme come il GDPR esistono proprio per difendere uno spazio personale.

Eppure, nello stesso momento, pubblichiamo frammenti della nostra vita che un tempo sarebbero rimasti nel salotto di casa o in un album fotografico.

Non è necessariamente un male. Internet ha portato opportunità straordinarie. Ha dato voce a persone che prima non ne avevano, creato lavoro, connessioni e conoscenza. Ma qualcosa è cambiato.

Un tempo la privacy era una conquista. Oggi talvolta viene trattata come una moneta di scambio.

Cediamo dati per comodità. Per uno sconto. Per un’app gratuita. Per qualche secondo di attenzione.

La domanda allora non è se la privacy sia morta. Forse è più scomoda: abbiamo ancora voglia di proteggerla?

Perché la privacy non riguarda soltanto i segreti. Riguarda la libertà di scegliere cosa mostrare e cosa tenere per sé.

E, forse, la vera differenza tra il mondo di Boston del 1890 e quello di oggi è questa: allora le persone temevano di apparire troppo.

Oggi rischiamo di apparire sempre, dimenticando il valore di sparire ogni tanto.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.