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Il Compasso della misericordia: cerchi di Luce contro l’ombra dell’ego

Il Compasso della misericordia

Immagina di trovarti solo nella tua camera di riflessione. Il silenzio pesa come piombo.

Tra le mani tieni il Compasso: le sue punte fredde, una fissa a terra, l’altra che si libra leggera. Lo apri piano e tracci un cerchio perfetto sul pavimento grezzo.

Non è solo geometria: è un invito a espandere l’anima oltre i confini angusti dell’io.

Qui inizia la nostra storia, la storia della misericordia in Massoneria, quel principio luminoso che combatte l’egoismo come un antidoto divino, tessendo solidarietà umana senza barriere.

Misericordia, dal latino miserum cor dare, avere cuore per chi soffre.

Non pietà lagnosa, ma forza regale. Un arco che dal centro egoico si protende verso l’infinito.

Partiamo dal Compasso, emblema del secondo grado.

Il catechismo recita:

Circoscrivi i tuoi desideri e mantieni i tuoi passi nel cerchio della virilità.

Ma che significa?

L’egoismo è quella punta fissa che ti inchioda: ti fa vedere solo il tuo piccolo quadrato, la tua luce fioca, i tuoi bisogni urlanti. Ti convince che il mondo ruoti intorno a te, erigendo muri invisibili.

Il Massone lo sa bene, lo ha visto negli occhi del Profano che bussa alla porta del Tempio. Eppure, aprendo il Compasso, quel cerchio si allarga. Non è un’espansione casuale: è misericordia in movimento.

James Anderson lo comprese tre secoli fa nelle sue Costituzioni del 1723:

Un Massone è un uomo amabile e tollerante, che agisce sulla linea retta e secondo il cerchio della benevolenza, abbracciando tutta la natura umana.

Ecco il punto: la benevolenza non è astratta. È misericordia pratica, sine discrimine personarum, senza distinzione di persone.

Pensa ai nostri rituali, specialmente nel Rito Scozzese Antico e Accettato, dove la misericordia si fa carne.

Ricordi Hiram, il Maestro Assassinato? Giace nel sepolcro, pugnalato dalla sua stessa squadra, eppure dalla tomba non sale una maledizione, ma un perdono silenzioso. È il cor cordium, il cuore tra i cuori, che si piega non per viltà, ma per elevare.

Nei lavori di Loggia, evochiamo questo: il Compasso misura non solo pietre grezze, ma distanze umane.

Dante lo direbbe meglio:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Virtù prima tra tutte? La misericordia, che dissolve l’egoismo come nebbia al sole nascente.

Ma andiamo oltre i simboli. La Massoneria non è un club di contemplativi: è azione. L’egoismo, quel daimon interiore, ci tenta con l’isolamento, “io prima di tutti”. La misericordia risponde con la fratellanza universale.

Nelle antiche Costituzioni di Edimburgo del 1599 si legge:

Tu amerai il tuo Fratello come te stesso.

Non solo il Fratello di Loggia, ma l’uomo tout court. È qui che il Massone coltiva la solidarietà senza distinzioni: il profano indigente, il viandante straniero, la vedova dimenticata dalle opere pie.

Non filantropia da vetrina, ma caritas discreta, come i Cavalieri Templari che, secoli prima, aprivano ospedali per lebbrosi senza chiedere credo o censo.

Lascia che ti racconti una storia vera, di quelle che scaldano il petto.

Anni fa, in una Loggia napoletana, un Fratello anziano, Maestro Venerabile, venne a sapere di una famiglia profana in rovina: padre disoccupato, figli affamati, madre ammalata. Nessun appello in catena, niente enfasi.

Prese il Compasso interiore, aprì il suo portafoglio e radunò i Fratelli in silenzio. Portarono cibo, medicine, un lavoro. La famiglia non seppe mai dei loro grembiuli.

Questo è il Massone alla prova: misericordia che prevale sull’egoismo, tessendo reti invisibili di solidarietà.

Goethe, iniziato massone, lo evocava nel ‘Faust’:

Due anime, ahimè, abitano nel mio petto, e l’una vuole separarsi dall’altra.

L’una egoista, l’altra misericordiosa. Noi scegliamo la seconda.

E l’esoterismo?

Qui entriamo nel sancta sanctorum.

Il Compasso non è solo strumento: è il Gamma celeste, che dal Grande Architetto Dell’Universo misura la Creazione con equità indulgente.

Deus misereatur nostri et benedicat nobis.
Salmo 66

Nella Kabbalah ebraica, che influenza i nostri riti alti, la misericordia è Chesed, la sefira della Grazia destra, che bilancia la Giustizia severa di Gevurah.

Il Massone, nel suo Laboratorio Alchemico, fonde i metalli: l’egoismo/piombo in oro solidale. È trasformazione interiore, solve et coagula.

Ricorda Ermete Trismegisto:

Ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso…

La misericordia cosmica si riflette nel nostro cerchio: ampliandolo, tocchiamo l’Uno.

Misericordia come Forza.

Ma attenzione: la misericordia non è debolezza. La misericordia massonica è virile, forgiata sul banco del Compasso. Non perdona il male per inerzia, ma lo corregge con compassione attiva.

Se l’egoismo è solitudine, la misericordia è comunione. Nei nostri Tenuti parliamo di philanthropia, amore per l’umanità.

Cicerone, nel ‘De Officiis’, scriveva:

La misericordia è la disposizione dell’animo a cercare di ottenere perdono per chi ha sbagliato.

Il Massone la incarna: non giudica il Profano caduto, lo solleva. È antidoto all’ego: dal “mio” al “nostro”.

Fratres semper, fratres omnes.

Fratelli sempre, fratelli tutti.

Chiudiamo il cerchio, come il Compasso che torna al centro. Coltiviamo la misericordia non come precetto morto, ma pratica viva. Perché solo così, dall’ombra egoica, emerge la Luce.

In hoc signo vinces.

Sotto questo segno vincerai.

E il tuo cerchio?

Sarà infinito.