Il Circo delle Fragilità Sentimentali alla Rotonda a Mare di Senigallia (AN): quando teatro, musica, costume e memoria riescono a fermare il tempo
Ci sono sere in cui si assiste semplicemente a uno spettacolo. E poi ce ne sono altre in cui, quasi senza accorgersene, si attraversa una soglia.
Ieri sera, alla Rotonda a Mare di Senigallia, ho avuto proprio questa sensazione: per qualche ora il presente ha aperto una porta sul Settecento.
Non quello dei libri di storia e nemmeno quello immobile dei musei, ma un Settecento vivo, teatrale, sensuale, ironico e persino un po’ decadente. Casanova, la Regina della Notte, Didone, Mozart, i costumi, la musica, le figure sceniche: mondi lontani nel tempo che sono tornati improvvisamente contemporanei.
Lo spettacolo era Il Circo delle Fragilità Sentimentali, inserito nella programmazione dell’associazione culturale L’Estetica dell’Effimero, realtà senigalliese che costruisce intorno alla ricerca estetica un percorso nel quale costume, teatro, musica, storia e arti performative dialogano tra loro.
E poi c’era il Principe Maurice, al secolo Maurizio Agosti, figura storica del Carnevale di Venezia e suo celebre Maestro di Cerimonie. La sua presenza sembrava quasi naturale dentro quel gioco di epoche, maschere, teatro e trasformazione.
Venezia, il Settecento, il Carnevale, la teatralità: elementi che appartengono a un immaginario comune e che, per una sera, hanno trovato casa sulla Rotonda di Senigallia.
Il titolo dello spettacolo contiene già una parte della sua poetica. Le “fragilità sentimentali” evocano amori impossibili, passioni, desideri e fuochi destinati a consumarsi.
E tutto questo accade dentro una dimensione volutamente effimera: una scena, una musica, un’apparizione, un costume attraversato dalla luce. Tutto accade e subito dopo scompare.
Ma proprio questa consapevolezza rende più intenso ciò che stiamo guardando.
Non possiamo rimandare la bellezza a domani. È lì, in quel preciso istante, e dobbiamo esserci.
È forse questo uno degli aspetti più interessanti della ricerca dell’Estetica dell’Effimero: l’effimero non come qualcosa di superficiale o destinato a perdere valore perché transitorio, ma come condizione capace di restituire valore al presente. Ciò che sappiamo essere destinato a finire ci obbliga, paradossalmente, a viverlo più intensamente.
C’è una nostalgia particolare dentro questa estetica. Una nostalgia che potrebbe facilmente scivolare nella malinconia o nella celebrazione decadente di un passato perduto. Ieri sera, invece, quella nostalgia diventava piacere.
Il piacere di abitare per qualche ora un tempo che non era più quello di ieri e non era ancora quello di domani.
Un presente che si ferma.
La Regina della Notte e il richiamo a Il Flauto magico di Mozart, la morte di Didone tratta dall’Eneide, le musiche, le interpretazioni e la straordinaria cura dei costumi costruivano un racconto nel quale teatro, musica, letteratura, storia e immaginazione non erano compartimenti separati, ma parti di una stessa visione.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, l’estetica smette di essere soltanto estetica.
Dietro la bellezza c’era un pensiero. C’erano l’amore, il desiderio, la morte, la fragilità, la memoria. Temi profondi che non venivano presentati con la pesantezza di chi vuole dimostrare di essere profondo, ma attraverso la leggerezza dello spettacolo.
E questa è una qualità tutt’altro che secondaria: la leggerezza, quando è autentica, non impoverisce il contenuto. Può renderlo persino più penetrante.
Per onestà e per dovere, bisogna però parlare anche della bellezza in sé. Perché ieri sera ce n’era tanta. Nei costumi, nelle figure, nelle voci, nella musica, nei dettagli, nell’immaginario costruito sulla scena.
Una bellezza quasi fisica, capace di riportare alla memoria un’epoca nella quale il teatro, la moda, il gesto e la rappresentazione erano parte di una stessa grande macchina spettacolare.
Da innamorato del Settecento, ho ritrovato Casanova e un mondo che mi ha sempre affascinato. Ma non ho sentito il desiderio di tornare indietro. È questo, forse, il punto più interessante. Il passato non veniva presentato come qualcosa da rimpiangere, ma come materia viva da reinventare nel presente.
Ed è qui che l’effimero compie il suo piccolo paradosso: non conserva il passato, lo riaccende.
Quando le luci si spengono, i costumi tornano nei loro bauli e la musica finisce, lo spettacolo è terminato. Eppure, qualcosa rimane. Un’immagine, una voce, una sensazione, una musica che continua a risuonare dentro di noi.
Forse anche per questo alcune esperienze destinate a durare soltanto una sera riescono a restare molto più a lungo di tante cose che abbiamo davanti agli occhi ogni giorno.
Il Circo delle Fragilità Sentimentali mi ha lasciato proprio questa sensazione: quella di una serata durata un’ora o un istante e di un tempo che, stranamente, non sembra ancora essere finito.
Perché ci sono spettacoli che finiscono quando cala il sipario.
E altri che cominciano proprio allora.













