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Il cassetto dei vecchi telefoni e dei caricabatterie

Il cassetto dei vecchi telefoni e dei caricabatterie

Apriamo un cassetto di casa a caso.

Molto spesso troviamo un piccolo museo tecnologico: caricabatterie di telefoni che non esistono più, cavi misteriosi che non sappiamo più a cosa servano, vecchi auricolari, adattatori, batterie dimenticate, magari perfino un cellulare spento da anni.

Quasi tutti abbiamo quel cassetto. Ed è curioso perché racconta una storia. Non solo tecnologica. Personale.

Ogni telefono cambiato ha segnato un periodo della nostra vita. C’era il primo cellulare usato quasi solo per gli SMS, quello delle fotografie sfocate, quello del lavoro, quello regalato ai figli, quello che sembrava modernissimo e oggi appare quasi preistorico.

In pochi decenni siamo passati dal telefono che serviva per telefonare a uno strumento che contiene una parte enorme della nostra esistenza. Oggi nello smartphone non ci sono solo contatti.

Ci sono fotografie, conversazioni, documenti, mappe, banca, salute, biglietti di viaggio, password, lavoro e ricordi.

Ed è qui che il vecchio caricabatterie dimenticato nel cassetto diventa quasi simbolico.
Perché ci ricorda una domanda: quanti oggetti abbiamo cambiato? E quanto velocemente?

La tecnologia corre a una velocità impressionante. Un telefono che cinque anni fa sembrava il futuro oggi può apparire lento, superato o insufficiente. E, spesso, non lo cambiamo perché è rotto, ma perché esiste qualcosa di nuovo. Più veloce, più sottile, più potente.

Non è necessariamente un male. L’innovazione migliora la vita. Ma ci abitua anche a una cultura della sostituzione continua.

Una volta gli oggetti accompagnavano le persone per molti anni. Si riparavano, si conservavano, a volte passavano perfino da una generazione all’altra. Oggi, invece, viviamo in un’epoca in cui cambiamo dispositivi con una rapidità che fino a pochi decenni fa sarebbe sembrata impensabile.

Eppure, quei vecchi telefoni restano nei cassetti.

Perché?

Forse per nostalgia. Forse perché contengono fotografie che non abbiamo mai trasferito, messaggi che non rileggiamo più o numeri che non servono più. Oppure perché custodiscono una versione passata di noi stessi: una vacanza, una persona, un periodo della vita.

C’è poi un aspetto poco considerato: quei dispositivi spesso conservano ancora dati. Fotografie, contatti, accessi, e-mail, documenti e talvolta perfino applicazioni ancora collegate. Per questo, prima di regalarli, venderli o buttarli, sarebbe sempre bene cancellare correttamente le informazioni contenute.

Il vecchio telefono nel cassetto non è soltanto elettronica.

È memoria.

E, forse, quel cassetto pieno di caricabatterie racconta qualcosa anche della nostra epoca.
Conserviamo oggetti che non usiamo più mentre corriamo continuamente verso il successivo.

E in mezzo, senza accorgercene, lasciamo pezzi della nostra storia dentro dispositivi che un giorno finiscono in un cassetto, accanto a un caricabatterie di cui non ricordiamo più nemmeno il telefono.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.