Meditazione sui suoi simboli
Concluse le dovute presentazioni e i necessari prolegomeni, possiamo iniziare il nostro cammino attraverso l’analisi del primo Arcano Maggiore: il Bagatto o Mago, associato, secondo la cosiddetta “scuola esoterica francese”, Papus – Levi, all’Aleph, che, come valore gematrico, è pari ad uno.
La lettera ebraica di cui scrivo presenta ulteriori caratteristiche, desumibili dalla sua scomposizione in tre parti, corrispondenti, graficamente, a due Yod e a una Vav, che, in termini numerici, equivalgono a due dieci e un sei.
Sommati, daranno come risultato ventisei, cioè lo stesso numero del Tetragramma. Moltiplicando, poi, questo risultato per tre, otterremo settantotto, ancora una volta il totale di carte presenti nel mazzo.
La mia personalissima idea è che questi numeri, associati al Mago, indichino, nel primo caso il riconoscimento in sé della scintilla divina, primo passo nel tentativo di “reintegrarsi” con l’Uno; nel secondo caso che, all’interno di sé, siano già presenti tutti i simboli e gli archetipi che via via incontrerà nel viaggio, elementi che fanno parte dell’uno e che man mano scinderà e approfondirà per poi riunificarli e riunificarsi.
Una visione meno conosciuta, seppur sempre relativa a quest’operazione di scomposizione, atta a ritrovare in strutture più semplici eventuali connessioni con altre lettere, vede al centro della Aleph, due Vav anziché una.
Aggiungendo, dunque, quest’ulteriore quantità numerica, connessa alla lettera trovata, otterremo trentadue, ovvero la somma tra il numero di Sephirot e i sentieri dell’Albero della Vita.
Se abbiamo bene a mente la lettera ebraica su cui stiamo meditando, possiamo notare come in alcuni mazzi, Marsiglia o Wirth, il Mago assuma con il corpo una posizione che ricorda perfettamente la lettera a lui associata.
Bisogna anche aggiungere che, con la sua postura, egli testimonia la prima legge Ermetica, riportata dalla Tavola di Smeraldo:
Come è in alto, così è in basso.
L’Aleph è una delle tre lettere madri dell’alfabeto ebraico e, a sua volta, è associata all’elemento aria; quest’ultimo, nel tradizionale parallelismo con i colori, appare connesso al giallo; basti guardare il cielo alle prime ore dell’alba per comprendere il perché di tale analogia.
Ciò appare perfettamente in linea, a mio parere, con lo sfondo del Mago nel mazzo Rider-Waite-Smith, che prenderemo come riferimento da questo punto in poi della nostra riflessione.
La parola Aleph è composta dalla medesima lettera fin qui approfondita, da una Lamed e da una Peh, rispettivamente equivalenti ai seguenti valori: uno, trenta e ottanta, per un totale di centoundici.
Grazie a questo risultato è possibile creare un collegamento con le seguenti parole:
• Pele, che vuol dire miracolo in ebraico;
• Olah, che vuol dure sacrificio;
• Meunakh, che vuol dire verticale;
• Masveh, che vuol dire velo;
• Migdal Babel, che vuol dire Torre di Babele.
L’iniziato, nell’intraprendere il suo cammino, solleverà il velo dagli occhi per poter cominciare la sua ascesa verticale verso il Divino, aspetto rappresentato dal fatto che la Aleph a cui il Mago è associato, nasconda in sé il valore del nome Divino.
Per farlo, necessiterà di sacrificio, non a caso i lavori a cui facciamo costante riferimento, in certi testi stranieri, vengono indicati con il termine di Labour, traducibile come travaglio. Se il lavoro verrà effettuato correttamente, con calma e umilmente, non si rischierà la caduta dalla Torre.
Gli elementi disposti sul tavolo, nel tempo, sono divenuti i simboli dei quattro semi degli Arcani Minori, a loro volta collegati ai quattro elementi, alle quattro stagioni e ai quattro assiomi magici:
• il Bastone è associato al fuoco, all’estate e all’assioma magico del Volere;
• la Coppa è associata all’acqua, all’inverno e all’assioma magico del Sapere;
• la Spada è associata all’aria, alla primavera e all’assioma magico dell’Osare;
• il Denaro o Pentacolo è associato alla terra, all’autunno e all’assioma magico del Tacere.
Il bianco della veste è il bianco mercuriale; il rosso del mantello è il rosso sulfureo. Il Mago è colui il quale possiede in se la congiunctio oppositorum, esattamente come avviene naturalmente nel Cinabro, elemento indicato dal simbolismo alchemico con un glifo che ricorda un trentatré doppiamente barrato.
Il suo cordone separa il sottile dal grossolano, così come la sua mente separa il falso dal vero, cosicché la menzogna non si annidi dentro ai suoi gesti e alle sue parole.
Per operare bisogna far sì che gli istinti inferiori non prendano il sopravvento su quelli superiori.
Anche questa riflessione si lega al simbolismo dell’Aleph, in quanto le due Yod e la Vav centrale discusse inizialmente rappresentano la separazione delle acque superiori dalle acque inferiori avvenuta durante la creazione.
Il Mago è quindi capace di operare questa separazione atta a collocare ogni cosa al suo posto. Non si tratta di un’attesa che tale separazione possa avvenire, egli opera concretamente e nell’immediato.
Sotto al tavolo, una rosa rossa e un giglio bianco mostrano, attraverso un linguaggio floreale, ciò di cui si è finora parlato.
Questi due fiori provengono direttamente dal Cantico dei Cantici:
Io sono la Rosa di Sharon, il Giglio delle Valli…
Questo specifico passaggio lo ritroviamo citato nel braccio verticale inferiore della croce che appare sulla copertina del testo ‘Gli insegnamenti dei Rosacroce dei secoli sedicesimo e diciassettesimo’.
I medesimi due fiori li ritroviamo all’interno di una tavola dello stesso manoscritto, affiancati, rispettivamente, al sole e alla luna, simboli rappresentanti oro e argento. Si tratta di elementi accomunati dal medesimo colore. Lo ritroviamo, infatti, in zolfo e mercurio, in fuoco ed acqua.
È bene ricordare che Arthur Edward Waite e Pamela Colman Smith, disegnatrice del mazzo, furono parte dell’Ordine Ermetico dell’Alba Dorata, che nacque da una specifica corrente Rosacrociana.
Il mazzo in questione è strumento per sintetizzare e trasmettere gli insegnamenti magici, alchemici e cabalistici trasmessi all’interno di quella realtà.
Il mago è un uomo d’azione, è colui che sfrutta l’occasione, costruendo l’iniziativa attraverso il fare. E lui sa fare. Conosce gli strumenti del mestiere e porta avanti il suo lavoro con competenza.
Avendo a che fare con il numero uno è sempre indicatore di inizi, solitamente favorevoli. Ha il controllo della situazione perché conosce gli strumenti e sa come operare, questo è anche dovuto alla sicurezza di sé, che nasce dal poter esprimere, con gesti concreti, la sua forza di volontà.
È la carta di chi persegue un obiettivo e fa di tutto pur di raggiungerlo, agendo con determinazione, rapidità, e sapendo mettere a frutto il proprio potenziale.













