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I nuovi sofisti e il pubblico plagiato

sofisti

Nell’Atene del V secolo avanti Cristo c’erano due modi di parlare al popolo.

Fu proprio in quel secolo che i Greci misero mano al destino dell’umanità. Inventarono la filosofia per capire il mondo, la democrazia per governarlo e la matematica per misurarlo.

In quel periodo il signor Gorgia di Leontini, maestro di retorica, insegnava a vincere le discussioni con le parole. Non gli interessavano i concetti, ma le emozioni. Non cercava la verità, ma l’effetto. Per lui, contava più l’eleganza della frase che la solidità dell’idea.

L’importante era persuadere, non ragionare. Gorgia era un sofista che usava la retorica.
Socrate, invece, faceva l’esatto contrario. Non voleva convincere nessuno, ma far dubitare tutti.

Diceva:

Io so di non sapere

e in quella frase c’era un intero metodo di pensiero.

L’uomo, per lui, cresceva solo se imparava a riconoscere la propria ignoranza, se si abituava a chiedere

perché?

invece di ripetere

così è.

Tra i due vinse Gorgia.

Socrate proponeva un cammino interiore, lento e faticoso: conoscere sé stessi, dubitare, ragionare. E pagò la sua scelta con la vita. Oggi è ricordato come il padre della filosofia, ma morì povero.

Gorgia, invece, offriva un risultato immediato: ti insegnava a parlare in pubblico, a emozionare, a convincere. Era, in fondo, il coaching della parola, la versione ateniese del personal branding.

Mentre Socrate creava pensatori, Gorgia formava vincitori. E vinse davvero, perché la società preferiva la persuasione alla verità.

Da allora, ogni volta che un pubblico applaude chi parla meglio invece di chi ragiona meglio, Gorgia vince di nuovo.

Perché il mondo, allora come oggi, preferisce chi parla bene a chi pensa a fondo. E da allora non ha più smesso di premiare i suoi eredi. Lo vediamo sui social, nei dibattiti, nelle discussioni.

Oggi i sofisti non indossano più tuniche bianche e non insegnano nelle piazze. Lavorano su schermi luminosi, parlano in diretta, pubblicano video brevi e convincenti.

Non vendono filosofia o conoscenza, ma attenzione. Non costruiscono ragionamenti, ma storie. Il loro obiettivo non è la verità, ma la visibilità. E a differenza dei sofisti antichi, che almeno chiedevano un compenso, questi si fanno pagare perché li guardiamo. E mentre li guardiamo.

Intorno a loro, un pubblico sempre più vasto e sempre più distratto. I follower sono i nuovi allievi di Gorgia: si lasciano incantare dal suono delle parole, dalle luci, dai toni accesi, dagli slogan che non significano nulla ma si ricordano bene.

Non cercano risposte, cercano appartenenza. Non vogliono capire, vogliono appartenere a qualcosa che brilla.

La differenza è che oggi non servono più argomenti per convincere. Basta un’emozione.

Un sofista antico doveva almeno studiare l’arte del discorso; il suo discendente digitale deve solo sapere come funziona un algoritmo. Il primo allenava la memoria; il secondo allena il pollice.

Nel frattempo, le voci come quella di Socrate si sono fatte più rare. Dubitare non paga.

Fare domande non porta follower. E chi prova a ragionare, oggi, appare fuori moda: un guastafeste che rallenta la corsa dei like.

Manca, in questo scenario, un nuovo Diogene. Uno capace di uscire dalla sua botte digitale e dire ai padroni del tempo, non più Alessandro, ma Zuckerberg e gli altri guru della Silicon Valley, che la vera libertà non è potersi esprimere su tutto, ma poter tacere quando si vuole.

Manca qualcuno che guardi negli occhi il creatore dei social e gli dica, senza paura e senza hashtag:

Chiudi i social. Blocca l’algoritmo. Mi togli la libertà.

Perché, a ben vedere, non è più il potere che ci censura. Siamo noi che, un clic alla volta, gli consegniamo la chiave della nostra lanterna.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.