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I nuovi clown

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Clown


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Ma che tipo di uomo sei, in conclusione?
Sono un clown – dissi – e faccio raccolta di attimi. Ciao.
Heinrich Böll

In giro li vedi e non li riconosci immediatamente. Non fanno paura ma conoscono bene come entrare nella tua mente e manipolarti. Seguono guru inventati, oscillano come il sole con la notte. Non ti danno certezze ma compongono enormi puzzle di verità assolute.

Mirano al tutto guardando al piccolo. Sono ossessionati dalla moda, ma sanno vestire come i clochard. Giocolieri del nulla, guardano all’abisso ridendo: sotto hanno sempre una tela che li protegge dall’impatto finale.

Hanno gli occhi di lepre, la bocca del coccodrillo, le mani palmate che si attaccano a tutto. Non sono cattivi ma si sentono i nuovi selezionatori dell’umanità. Complice la nostra cecità, la nostra volontà di abdicare e di non pensare di pensare, hanno preso tempo e spazio e oggi vivono terrorizzando i pochi che hanno un’anima, plagiando gloriosamente la massa. Sono i nuovi clown.

Il loro circo è tutto il mondo, la loro pista è la luce bianca degli studi televisivi. Sono la nuova razza padrona: campano sui social dettando regole, determinano il bianco e il nero, fuggono dalle loro responsabilità sputando sentenze e accuse.

Sono i nuovi intellettuali: profani che benedicono con una ritualità sacralizzata al loro puritanesimo la povera gente che li segue. Piccoli sacrestani di cattedrali vuote, incensano i genuflessi e fanno abluzioni profumate per redimersi dal peccato universale di abbassarsi alla plebe. Pubblicizzano la loro elemosina, griffati e seducenti, lanciano anatemi, monacali e austeri.

I nuovi clown sono costruiti a tavolino: dimenticatevi la faccia triste che guarda uno specchio sgangherato in uno sporco camerino, dimenticatevi l’omino che trucca di rosso le sue guance e mette una palla sul naso facendo scivolare nell’oblio l’uomo che è in lui.
La loro opinione – quando e se ce l’hanno – è, per principio e per gradazione di rappresentanza, più importante e significativa di qualunque altra.

È un rapporto squilibrato quello che generano: loro possono snobbare quelli che scrivono opinioni, che tentano analisi, formulano proposte, segnalano situazioni di altre realtà locali che anticipano soluzioni virtuose. Sono bravi amministratori di se stessi, alchemici fautori dello strapotere dell’urlo e dello sputacchio, blandiscono e offendono, sono i populisti che incitano e lapidano ogni politicamente non corretto.

Sono quelli che le statue le buttano a terra, le imbrattano, ci pisciano sopra perché sono i portatori sani della democrazia corretta. Loro fanno la storia ma non ricordano nemmeno la data di nascita dei loro cari, fingono di archiviare la memoria fomentando odio e riversando liquami di parole nere come la pece e inutili come il bidet per i francesi.

Figli del sessantotto, figli dei figli dei sessantottini: hanno un posto in ufficio che compete per natali, sono i futuri reazionari, conoscono ogni corridoio che li porterà al potere. Occultano i fascicoli, deturpano i palazzi sfregiando con enormi peni che segnano la necessità di sentirsi all’altezza.

Piccoli e mediocri impiegati del tempo, hanno offeso i veri clown, quelli che sapevano far ridere con il triste ghigno del fallito. In questo confronto – scontro impari, qualcuno si lascia prendere la mano e finisce con l’usare gli stessi loro metodi: la denigrazione, lo smantellamento della credibilità ed onorabilità della persona che si prende di mira.
Sono giudizi di comodo, scadono tra la volgarità e l’elitarismo bieco.

Il loro volgo è tattico, non si esprimono per il consenso delle idee ma per ottenere like e applausi; vivono di convivenza e sensazionalismo, forzano la verità scambiando il sole con la luna, sottraggono energia e succhiano come vampiri impazziti il sangue delle loro vittime. Oggi la riflessione la sostituiscono con le grida.

Masanielli senza tempo e gloria di un mercato dove l’essenza è la forma delle cose, dove il furore del popolo va governato con promesse e istigazioni, sacrificando la pazienza all’istantaneità e preferendo l’informazione alla bugia che accontenta i palati.

Si nascondono dentro i think thank, armature del dolce dir nulla, o nelle task force, epicentri di vaghi progetti sulla carta. Ti lasciano prigionieri della loro real politik, condizionati dal più integralista conformismo, dal pensiero unico economico, dai messaggi subliminali del mercato, dal martellamento dei media, dei social, dal tifo sguaiato di populisti di ogni genere, dalla logica arcaica del “o con me o contro di me”.

La malinconia non li sfiora e se piangono, sfruttano con arguzia ogni goccia di lacrima.
La loro tristezza è calcolata, fredda e spietata: hanno la malinconia dell’assassino, il pentimento del sacrilego.

Tutti sanno che un clown dev’essere malinconico per essere un buon clown, ma che per lui la malinconia sia una faccenda seria da morire, fin lì non arrivano.
Heinrich Böll  

‘Opinioni di un clown’ fu pubblicato nel 1963: subito si attirò la ferocia delle critiche da parte della politica tedesca e dalla Chiesa vedevano in quelle pagine un oltraggio e una derisione già poco in linea rispetto al passo di questi tempi. Heinrich Böll fu bollato come un pacifista e un antisovietico, attivo sostenitore di battaglie civili.

Fu uno scrittore, a mio avviso. Un uomo di parole e di idee, uno capace di rifiutare l’iscrizione nella Gioventù hitleriana. La sua opera è stata definita come la letteratura delle macerie, con evidente riferimento alle rovine causate dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale e i riferimenti ad una Germania post-bellica ferita ma non morta.

Nel 1972 vinse il Premio Nobel per la letteratura per il suo romanzo ‘Foto di gruppo con signora’ del 1971 in cui affrescò, tramite la biografia di una donna, la storia tedesca dalla Prima guerra mondiale agli anni ’60. Per molti studiosi, egli incentivò la cultura del ricordo, un movimento intellettuale che incitò la conservazione di quella ultima parte di storia di cui i tedeschi tanto si vergognavano: combatterono culturalmente per la trasmissione della memoria come monito per le future generazioni, sbattendo contro la dilagante falsità dell’imperante wirtschaftswunder, ovvero il “miracolo economico”, quella rapida e vorace volontà di ricostruire della Germania Ovest atta a voler cacciare nell’oblio le miserie e i dolori di un passato nefasto.

Difatti, il cosiddetto risveglio tedesco aveva delle crepe evidenti: un bieco socialismo statalista legato alla vecchia URSS si scontrava con il filo-occidentalismo intrepido dai piedi argilla del blocco atlantico. Est contro Ovest, disgregazione sociale, frustrazione economica. Il muro all’epoca non era un souvenir.

In un contesto sociale poco ortodosso, in segno di una febbrile protesta, si sviluppa la vicenda di Hans Schnier, un artista giovane che di professione fa il clown. Hans sceglie di fare il clown: è un rifugio di protesta contro una società in cui lui non si riconosce, contro un mondo che si riconosce in un capitalismo senza sentimenti seppur finto-perbenistica.

Si auto-esilia, si ribella preferendo un lavoro apparentemente umile ma ideologicamente sicuro. Conosce la miseria, l’afflizione e la sofferenza. Un isolamento che innalza un muro contro le istituzioni e una chiesa bigotta e arida. Il suo monologo condito di umana precarietà, di sana debolezza, una rara preghiera laica che diventa il dramma di tutti contro un mondo senza compassione e privo di amore verso i suoi figli. Pagine di una prosa asciutta che impone un simbolico affronto contro una ottusa moralità e contro un conformismo economico che grida al miracolo. Come era già accaduto nel pre-nazismo.

Il clown si imbatte in un ostracismo che violenta senza provare commiserazione, che getta le basi alla precarietà delle future generazioni, nell’abuso contemporaneo tra il modello di una società integralista e il singolo individuo. È un sistema che fallisce prima di nascere, che non muore ma appassisce e si genera continuamente sulla pelle dell’uomo.

Anche la cultura abbandona la scena, dimessa ad un ruolo di comprimaria presenza. Così il clown diventa il vero intellettuale, sapendo distinguere il reale malessere della società, la sua sfera intima che si imbatte in una trama soffocante.

Böll parla della incomunicabilità e dell’indifferenza: anche l’amore scivola in un freddo e rigido addio burocratese, truccato dal perbenismo religioso che nulla a che vedere con la vera fede e con la ricerca spirituale. In queste pagine c’è il vero clown, no quello di oggi, o, al massimo, il clown che vorremmo vedere quando non è nel suo teatro naturale.

I momenti della vita non si possono ripetere e neppure si possono dividere con altri.
Heinrich Böll 

Il clown che parla al mondo, il clown che decifra il grottesco in questa distorsione morale infinita, il clown che ripudia la libertà pagata, il clown che si maschera per non essere uguale agli altri che non sono più suoi fratelli. Il mio non è solo un invito ad accostarsi questa opera che ha saputo leggere l’animo umano e a prefigurare una società arida e fredda ma vuole percorrere, in un salto generazionale impossibile, il clown autentico ed intellettualmente commuovente con il clown che, oggi, assedia la nostra contemporaneità tra rancoroso vilipendio alla comune morale e feroce opportunismo.

Il clown di Böll ci indicava cosa sarebbe accaduto: eravamo tutti nel suo mirino laconico. La nostra superficiale caparbietà a leggere solo i titoli di coda di ogni evento tragico o felice che sia, la nostra ostinata indifferenza a costruire una realtà solida che possa dare sostenibilità al futuro delle prossime vite, la nostra ferocia populista camuffata da una logorante deriva perbenista ed elitaria.

Hans puntava il dito contro una società borghese che, vedova del nazismo, aveva subito inseguito le chimere di una democrazia zoppa. Lì c’era una nazione devastata che doveva imparare a costruire, dimenticando il funesto passato; un popolo, con il marchio infamante del terrore, che doveva ritornare alla normalità sconfessandosi dietro una mentalità gretta e meschina.

Hans ci ha implorato di capire, ci ha sbattuto in faccia la nostra ipocrisia. Il clown di oggi evoca terremoti e pestilenze dall’alto del suo attico, giostra su comunicati stampa che infangano, critica il mondo che gli ha lasciato il suo daddy facoltoso e con i suoi soldi si lancia in video torrenziali dove insegna come saper vivere. Il clown dei nostri tempi da piccolo voleva il giornalista, da grande fa il giornalista sotto dettatura. Le sue opinioni sono carta straccia ma saranno la biblioteca di domani.

Hans è malinconico e perdente, l’esatto opposto del clown che vige in questi tempi. Rifugge da ogni parrocchia ma non si schiera, le sue parole sono un flusso di coscienza che tristemente e sarcasticamente si tramuta in un canto del cigno. Un addio doloroso ma autorevole perché genuino, moralmente elevato perché fortemente libero.

Hans è il clown che abbandona la scena con lucida maestria mentre il mondo scivola nel suo delirante abisso. Hans accetta di restare nella sua solitudine, necessaria per continuare a vivere inseguendo quell’ideale di libertà assoluto, composto della stessa “materia” della bellezza e dell’innocenza tipiche di un bambino mai domo, che nessuno comprende nella sua scintillante onestà, neanche la donna che ama, Maria. Piccola borghese senza alcuna personalità. Come questi minuscoli clown odierni: imbottiti di ipocrita arte, conoscono a memoria il compito affidato e si mescolano con il buio per mimetizzare la loro vacuità.

Siamo in piena discesa verso la disperazione, ma ancora illusi che con il solo potere del telecomando possiamo cambiare la sorte che ci sta aspettando. Bisognerebbe contrapporsi ma lo scoraggiamento è più determinato nella sua inerzia rispetto all’improbabile resurrezione dello spirito umano.

Guardo ai nuovi clown: politici, intellettuali, artisti, tuttofare dei social e penso ad Hans Schnier, il clown nato dalla penna di Heinrich Böll. A chi interesserebbe oggi ascoltare le sue opinioni? Credo a nessuno, oggi che anche per i bambini il clown è un personaggio cattivo di un film o il simbolo di una nota catena di hamburger. È questa l’amara tragedia dei nostri tempi: non solo non ascoltare i clown sinceri ed autentici ma non sapere più riconoscerli o distinguerli.

Gli attimi bisognerebbe lasciarli così come si sono vissuti, mai tentare di ripeterli, di riviverli.
Heinrich Böll 

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Manager di una azienda delle TLC in cui opera da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato con due bambine.