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I guerrieri venuti dal mare: i Bronzi di Riace



Intervista al professor Daniele Eligio Castrizio, cultore delle due statue

I Bronzi di Riace furono ritrovati in fondo al mare nella Baia di Riace, in Calabria, il 16 agosto del 1972. I numerosissimi studi su di loro effettuati non chiariscono del tutto la loro storia e alcune fasi rimangono ancora poco comprese.

Il Professor Daniele Eligio Castrizio, docente ordinario di Iconografia e Numismatica greca e romana presso l’Università degli Studi di Messina e membro del comitato scientifico del Museo Archeologico di Reggio Calabria, li studia da anni.

A suo parere, le due sculture avrebbero fatto parte di un gruppo statuario formato da cinque personaggi rappresentanti i protagonisti del momento subito precedente lo scontro fratricida tra i figli di Edipo, re di Tebe. Questa ricostruzione sarebbe supportata dal riscontro nelle fonti letterarie congiuntamente alle recenti analisi effettuate sul materiale bronzeo e sull’argilla.

In occasione del cinquantennio dall’eccezionale scoperta ci rivolgiamo proprio all’eminente studioso affinché ci illustri la sua ipotesi.

Professore, da un punto di vista tecnico, quali sono le maggiori differenze tra le due statue, tenendo conto anche delle analisi fatte sul materiale bronzei? Ma soprattutto quale era il loro colore originario?

Ci sono piccole differenze di maestranze. È chiaro che un solo bronzista non potesse fare tutto. Era già stato notato dai restauratori che il modo in cui sono stati inseriti occhi e bocca nelle due statue è diverso. È possibile che si tratti di due orefici differenti.

La lega per realizzarle, inoltre, non è la medesima: un bronzo viene dalla Spagna, l’altro da Cipro.

La differenza maggiore si può ricavare dal fatto che, secondo me, il Bronzo B corregge i difetti di quello A. Nonostante la sua straordinaria bellezza, A presenta delle imprecisioni, tanto è vero che per rendere stabile l’elmo si è dovuto mettere un perno e lo scudo presentava qualche imperfezione.

Riguardo a B, presenta una deformazione della scatola cranica per poter inserire l’elmo senza bisogno di perno; qui viene aggiunto anche un gancio nella parte alta della spalla sinistra per ottenere un ancoraggio più saldo dello scudo.

Altra vera discrepanza, scoperta di recente, è che chi ha creato B ha messo sulla forma interna ricoperta di cera dei salsicciotti di argilla, a simulare le costole, in modo tale da modellarle facilmente.

Ma la difformità più importante è che chi ha fuso A era un genio, chi lo ha fatto con B non era allo stesso livello. Il Bronzo A non presenta alcuna imperfezione, mentre quello B palesa qualche bolla d’aria e punti in cui la lega non si è fissata per bene.

Probabilmente l’autore è l’allievo di Clearcos, Pitagora di Reggio, che aveva un nipote di nome Sostrato. Io ritengo che quest’ultimo avesse aiutato Pitagora, lavorando a compartimenti stagni. Le proporzioni sono identiche, il sistema di lavorazione è uguale e hanno comunque lo stesso ritmo, perché sono stati concepiti dalla medesima mano.

Tra le tante ipotesi che negli anni sono state avanzate, ritiene che i Bronzi sarebbero stati parte di un gruppo scultoreo a cinque. Come è giunto a tale conclusione?

Ci sono tre testimonianze letterarie molto importanti che ho preso in considerazione e che mi fanno propendere per la tesi che le statue appartenessero ad un gruppo a cinque. Se si segue la teoria dei fratricidi, si nota un riferimento nel Papiro di Lille, attribuito a Stesicoro, che richiama una Tebaide, l’originario racconto della storia di Edipo e dei suoi figli, diversa da quella esposta da Sofocle.

Nel testo di quest’ultimo, Giocasta muore dopo aver dato alla luce quattro figli da Edipo; secondo la versione fornita da Stesicoro, invece, è probabile che si sia uccisa la prima notte di nozze, per la vergogna, dopo aver riconosciuto i piedi gonfi del figlio. L’eroe greco, in seguito, avrebbe preso in sposa la cugina della moglie, Eurigania, che lo rende padre di Eteocle, Polinice, Antigone e Ismene.

La seconda testimonianza è il Papiro di Lille, che forse ci dà il fumetto del gruppo statuario: in esso la madre fa un discorso prima che i figli si battano. Con l’aiuto di Tiresia li invita a dividersi l’eredità del padre. I due accettano. C’è una parte poco leggibile del papiro che non è stata mai approfondita, ma nella quale forse Tiresia accusa Polinice di aver portato l’esercito contro Tebe, lo esorta a prendere gli armenti e ad andare via.

Polinice ormai non appartiene più a Tebe, ha sposato la figlia del re di Argo e ne diventerà il re; nel papiro, infatti, è riportata la parola “wanax”, che in greco antico indica “colui che comanda, dominatore, signore, re”.

In ultimo si legge “si arrabbiò”. È probabile che Pitagora di Reggio avesse tra le mani la Tebaide di Stesicoro.

Altro riferimento è Stazio, che li descrive nella sua opera intitolata Tebaide – XI libro, collocandoli proprio a Roma. Stazio prende un’immagine molto suggestiva con i due protagonisti mentre combattono contro dei demoni. Tolto un altro vede. L’unico duello nel mondo greco in cui sono presenti i demoni è quello relativo ad Eteocle e Polinice, i figli di Edipo.

Terza e ultima testimonianza: i Bronzi vengono visti da Taziano alla metà del II secolo d.C. che, nella Lettera ai greci li presenta come il gruppo dei fratricidi.

Pare li abbia individuati anche Marziale.

Ma c’è di più: questo gruppo ha lasciato dei confronti provenienti da Roma e tutti pertinenti. In ognuno, i tre personaggi principali – Eteocle, Polinice e la loro madre in mezzo – sono sempre presenti e Polinice è sempre arrabbiato, esattamente come dice Stazio nella sua opera.

È sorprendente come la mimica facciale di tutti questi confronti abbia un soggetto raffigurato adirato: è la sola statua del mondo greco rappresentata mentre digrigna i denti in segno di astio. Ha anche l’occhio sinistro strizzato.

B non guarda negli occhi A, ma A fissa B perché, secondo la mia ricostruzione, le due statue erano l’una di fronte all’altra, entrambe consapevoli della morte che sta per arrivare.

Esiste una sola copia romana dei Bronzi e si trova al Museo Reale di Bruxelles.

Perché il colore dei loro capelli sarebbe stato proprio il biondo?

Tutto nasce da un’infinita serie di dialoghi tra me e il mio grafico Saverio Autellitano. Discutendo e facendo mille ipotesi, abbiamo pensato al fatto che i Bronzi fossero a colori: gli occhi erano di una tinta simile al quarzo, il sacco lacrimale rosa, i denti bianchi. Abbiamo capito che per scurire il bronzo basta il bitume.

Nell’analizzare la lega e facendo un confronto con le statue antiche, abbiamo notato che tutte possedevano i capelli di una sfumatura biondo pallido, molto tenue. Anche l’aspetto della barba e dei capelli dei bronzi risulta in linea con la colorazione greca. Facendo una ricostruzione grafica il risultato è molto gradevole. Io stesso ne sono rimasto piacevolmente colpito.

Autore Rocco Romeo

Rocco Romeo, giornalista pubblicista, architetto, docente di disegno presso la Facoltà di Scienze e Tecnologie Applicate dell’Università degli Studi 'Guglielmo Marconi', professore di sostegno all'IC Giovanni XXIII di Sant'Antimo (NA). È membro del Rotary Club/Reggio Est e cura il concept e la progettazione di opere orientate al design. È autore di pubblicazioni sull’inclusività della scuola e sulle tecnologie a supporto dell’insegnante di sostegno.

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