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I dati: un impero economico

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Nel 1975 due ragazzi poco più che ventenni, Bill Gates e Paul Allen, fondarono una piccola società con un nome che sembrava un vezzo tecnico: Microsoft.

Cinquant’anni dopo, quella stessa società non è soltanto uno dei colossi dell’economia mondiale, ma il simbolo di una trasformazione epocale: la nascita dell’economia dei dati.

In mezzo secolo siamo passati da un mondo in cui il valore era misurato in beni materiali, infrastrutture e risorse tangibili, a uno in cui il potere economico si fonda sulla conoscenza, sull’informazione e sulla capacità di gestire quantità sterminate di dati personali e comportamentali.

All’inizio, Microsoft rappresentava l’idea di un mondo più libero, dove ogni individuo potesse avere un computer personale.

L’era dei personal computer segnava la democratizzazione della tecnologia, la promessa di un accesso universale al sapere e agli strumenti di lavoro. Oggi, invece, la stessa azienda, insieme alle altre Big Tech, domina le infrastrutture digitali globali, controlla piattaforme di comunicazione, cloud, sistemi operativi, intelligenza artificiale e flussi di dati che nessuno Stato, da solo, è in grado di eguagliare.

Il potere si è spostato dai territori alle reti, dagli eserciti ai server. I giganti del digitale non governano Stati, ma popolazioni di utenti. La loro forza non deriva da miniere, fabbriche o rotte commerciali, ma dal possesso e dall’analisi dei dati.

In questa economia ogni informazione è un mattone di potere: sapere cosa facciamo, cosa cerchiamo, cosa desideriamo e cosa temiamo è il nuovo capitale. L’algoritmo è la zecca del XXI secolo.

È interessante confrontare questa nuova forma di potere con quella dei banchieri fiorentini del Quattrocento o delle Compagnie delle Indie dei secoli successivi.

I Medici, i Peruzzi e i Bardi basavano la loro ricchezza sulla fiducia, sulla capacità di anticipare capitali e garantire crediti, sostenendo re, papi e mercanti.

Le Compagnie delle Indie, invece, nacquero dal matrimonio tra finanza e avventura, combinando il rischio dei mari con l’autorizzazione politica della conquista.

Entrambi i modelli si fondavano sulla gestione del capitale economico e sulla protezione degli investimenti attraverso il potere politico e militare.

Oggi le Big Tech hanno ricreato un sistema simile, ma con un elemento nuovo e dirompente: il capitale informativo. Non più navi o lettere di cambio, ma miliardi di dati che si spostano alla velocità della luce, generando profitti, dipendenze e asimmetrie di potere.

Non possiedono territori, ma influenzano interi continenti. Non hanno eserciti, ma controllano l’infrastruttura attraverso cui passa la comunicazione globale.

Quando un’azienda tecnologica può modificare il modo in cui una nazione vota, comunica o educa i propri cittadini, siamo di fronte a una forma di potere che supera la dimensione economica per entrare in quella culturale e politica.

Il paragone con i banchieri fiorentini aiuta a capire la continuità del fenomeno. Anche allora la finanza era percepita come potere invisibile, in grado di condizionare le decisioni dei sovrani. Ma i banchieri non avevano accesso all’intimità delle persone, non conoscevano i loro gusti, i loro percorsi, le loro paure.

Le Big Tech, invece, costruiscono imperi sulla base di ciò che siamo, di ciò che mostriamo e persino di ciò che non diciamo. È una forma di potere più sottile e profonda, perché nasce dal consenso inconsapevole.

Se i mercanti del Rinascimento gestivano i flussi dell’oro, oggi i giganti digitali gestiscono i flussi delle informazioni, e con essi la direzione del mondo.

La loro forza è nell’essere indispensabili: nessuna impresa, nessun governo, nessun individuo può operare senza passare dalle loro infrastrutture.

Il loro potere non è imposto, ma scelto quotidianamente da miliardi di utenti che, in cambio di servizi gratuiti, cedono il bene più prezioso: i propri dati.

In mezzo secolo, Microsoft e i suoi simili hanno trasformato la promessa di libertà individuale in una rete di dipendenze collettive. Non è una condanna, ma un dato di fatto.

L’innovazione continua, ma insieme a essa cresce la necessità di regole, di limiti e di un nuovo equilibrio tra tecnologia e libertà. Se il dato è il nuovo oro, allora la sovranità dei dati sarà la nuova indipendenza dei popoli.

I banchieri fiorentini inventarono la contabilità moderna.
Le Compagnie delle Indie crearono il capitalismo globale. Le Big Tech, oggi, hanno inventato qualcosa di più pervasivo: il capitalismo algoritmico, dove il valore non si estrae dalla terra o dal mare, ma dalla mente e dalle abitudini delle persone.

È una rivoluzione silenziosa, ma totale. E come tutte le rivoluzioni, porterà con sé una domanda antica: chi controllerà chi controlla i dati?

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.