Oggi, purtroppo, Lemuel Gulliver è associato a qualche cartone animato, i più lo considerano solo un personaggio di fantasia e, sinceramente, dubito che il libro che parla dei suoi viaggi venga ancora letto.
L’ultimo rifacimento di cui si ha notizia cercando online è un cartone ucraino del 2021 in perfetto stile manga e un film del 2010 dove quello che è un medico di bordo su una nave viene trasformato in un fattorino di un giornale di New York.
Proviamo a tornare al vero Gulliver, quello uscito dalla penna di Jonathan Swift, un grande pensatore e genio della satira.
Jonathan Swift non poteva saperlo, ma il suo Gulliver eravamo noi. O, meglio, lo saremmo diventati. Quando si imbarcò per quei viaggi assurdi, tra popoli ridicoli e logiche capovolte, stava semplicemente facendo quello che oggi fanno milioni di persone: attraversare mondi governati da regole incomprensibili, dove l’umano non è mai davvero protagonista.
La differenza è che, al suo tempo, i Lillipuziani almeno avevano una certa dignità. Oggi, al confronto con un social network, sembrano dei giganti.
Gulliver approderebbe su TikTok e la prima cosa che noterebbe è la velocità: un Paese dove nessuno ascolta, tutti parlano e nessuno ricorda. Ogni abitante vive in un eterno presente, come se la memoria fosse una malattia contagiosa da evitare.
Si indignano per dieci secondi, cambiano argomento in cinque, diventano esperti di qualsiasi disciplina in tre. Il tutto con la stessa convinzione che i Laputiani mettevano nel discutere del moto dei corpi celesti mentre inciampavano nei gradini.
Poi passerebbe su Instagram, dove regna la nazione degli Incantatori di Specchi. Sono tutti bellissimi, tutti felici, tutti impegnati a costruire una vita che non vivono davvero.
Gli sembrerebbe un popolo composto da Houyhnhnm mal riusciti: creature razionali nel calcolo dell’immagine, ma prive della profondità morale dei cavalli che lo avevano affascinato. Gli abitanti non parlano: posano. Non riflettono: filtrano. Non vivono: mostrano.
Su X, l’antica Twitter, Gulliver scoprirebbe invece la Repubblica dei Permalosi Riuniti. Ogni frase è un delitto, ogni opinione un’aggressione, ogni ironia un abuso.
Qui Swift avrebbe scritto un intero capitolo: è la patria del piagnisteo organizzato, dove il lamento è merce di scambio e l’offesa è valuta. Le guerre non si combattono: si twittano. Gli schieramenti cambiano in base all’hashtag, l’eroismo è una posa che dura il tempo di uno screenshot.
Su Facebook, Gulliver troverebbe il suo vero inferno: gli Yahoos. Non quelli dei suoi viaggi, ma la versione aggiornata. Gli Yahoos moderni sono convinti di essere saggi. Diffondono notizie che non leggono, analizzano geopolitica dopo aver visto un meme, commentano tutto, capiscono niente.
Una sottospecie umana che Swift aveva già immaginato, ma non osato descrivere in versione digitale: rumorosi, ignoranti, aggressivi, convinti di essere geniali perché sanno cliccare.
Alla fine del suo nuovo viaggio, Gulliver tornerebbe a casa con lo stesso disgusto dell’ultima volta. Non sopporterebbe il ronzio dei telefoni, la luce degli schermi, il brusio delle notifiche. Guarderebbe i suoi simili con la stessa tristezza con cui osservava gli Yahoo nella stalla.
Probabilmente prenderebbe una decisione drastica: comprarsi un vecchio Nokia, ritirarsi in un paesino e parlare solo con il suo cavallo.
Ma Swift, che era più intelligente del personaggio, sorriderebbe. Non per ottimismo, perché non ne aveva, ma perché sapeva che l’uomo, anche nelle sue versioni peggiori, può ancora essere salvato se qualcuno ha il coraggio di dirgli la verità senza abbellimenti.
E oggi la verità è che siamo diventati i protagonisti di un libro che Swift non ha fatto in tempo a scrivere.
E abbiamo ancora la sfacciata presunzione di crederci più furbi dei suoi personaggi.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













