C’è un momento, ogni anno, in cui l’aria cambia di poco, ma il corpo lo sente prima della mente.
Le giornate si accorciano appena, la luce di fine agosto si fa più obliqua e, in qualche cassetto, in qualche armadio, in qualche angolo di casa che per mesi non abbiamo guardato, ci sono gli attrezzi.
Il grembiule piegato. I guanti. Il metallo che aspetta di essere ripreso in mano.
È il momento in cui i lavori riprendono e io lo sento arrivare come si sente arrivare una marea: senza poterla fermare, senza volerla fermare.
Voglio chiamarvi a voce alta, oggi, con un nome solo: scalpellini.
Non fratelli, non sorelle, non gradi, non cariche. Scalpellini.
Perché è questo che siamo, prima di ogni altra cosa, prima di ogni verbale, prima di ogni statuto, prima di ogni rituale letto con la voce giusta e il tempo giusto.
Prima di tutto il grande carrozzone, burocratico, necessario, a volte persino soffocante, che chiamiamo istituzione, c’è un uomo solo, in un cantiere, con uno scalpello in mano e una pietra grezza davanti.
C’è il Maestro Hiram.
C’è la sua storia, che ognuno di noi ha ascoltato almeno una volta con il fiato sospeso, e che continua a chiederci, ogni volta che rientriamo in officina: tu, cosa stai costruendo?
E con quale coraggio continui a costruirlo, anche quando il tempio sembra non finire mai?
Vi chiamo uomini e donne, perché lo scalpello, a Napoli come altrove, non ha mai chiesto un genere per essere impugnato bene: ha chiesto solo polso fermo e occhio paziente e questo lo sa chi, come me, è entrato in un’officina dove la parola “fratellanza” non ha mai avuto bisogno di declinarsi al maschile per essere vera.
Vi chiamo scalpellini giovani, che avete da poco imparato a tenere in mano lo strumento e ancora vi tremano un po’ le dita.
Vi chiamo scalpellini anziani, che quello strumento lo conoscete a memoria, che sapete dove colpire senza quasi guardare, perché l’avete fatto per trent’anni e più e la pietra ormai vi risponde.
Vi chiamo scalpellini stanchi, che quest’estate avete avuto bisogno del silenzio perché la vita fuori dal tempio pesa, e va bene così: anche la pietra, se lavorata senza sosta, si crepa.
Vi chiamo scalpellini che in quest’arte avete trovato coraggio quando fuori non ne avevate.
Scalpellini che avete trovato un indirizzo per una vita che sembrava non averne uno.
Scalpellini che avete trovato risposte e scalpellini, forse i più preziosi di tutti, che avete trovato solo altri dubbi, più grandi e più onesti di quelli con cui siete entrati.
Vi chiamo sfaticati, che avete bisogno di essere scossi, e iperattivi, che avete bisogno di essere frenati, perché entrambi, a modo vostro, rischiate di scambiare il movimento per lavoro, o l’immobilità per riflessione, quando invece lo scalpello chiede una cosa sola e semplice: il colpo giusto, dato al momento giusto, né uno di più né uno di meno.
Vi chiamo tutti, senza eccezione, perché lo scalpello non guarda chi lo impugna: guarda solo se la mano è disposta a colpire ancora.
A Napoli, città che porta la pietra scolpita in ogni suo vicolo come una seconda pelle, c’è un luogo che a questo pensiero ha dato una forma perfetta.
Nella Cappella Sansevero, nel 1753, Giuseppe Sanmartino prese un unico blocco di marmo e ne fece un corpo velato, disteso, che sembra respirare sotto un tessuto che in realtà è pietra pura.
Non un artificio: un atto di pazienza totale. Nessuno gli aveva promesso che ci sarebbe riuscito. Ha semplicemente continuato a colpire, strato dopo strato, fino a quando il velo è apparso dove prima c’era solo materia informe.
È lo stesso gesto, in fondo, che a Napoli si ripete da tremila anni in ogni forma possibile: non si cancella mai ciò che c’era prima, non si ricomincia mai da zero.
Si aggiunge uno strato. Si continua a scolpire sopra quello che altri hanno già scolpito, come la sfogliata che si fa strato su strato senza che nessuno strato tradisca quello sotto.
È il metodo di questa terra ed è, credo, il metodo di ogni loggia che voglia davvero riprendere i lavori dopo la pausa: non ripartire da capo, ma riprendere esattamente dal punto in cui il colpo di scalpello si era fermato a giugno.
Vincula tua disrumpam.
Spezzerò le tue catene.
Sono le parole incise accanto al Genio alato che nella stessa Cappella indica la via a chi è ancora avviluppato nella rete degli inganni del mondo. Non è una promessa che qualcun altro farà il lavoro al posto nostro.
È un impegno che si prende da soli, colpo dopo colpo, ogni volta che si rientra in officina dopo un’assenza. Le catene non si spezzano una volta per tutte: si spezzano ogni volta che si ha voglia di tornare a lavorare la pietra, anche quando sarebbe più comodo lasciarla grezza.
Scriveva Oswald Wirth che l’iniziazione massonica ha lo scopo di illuminare gli uomini insegnando loro a lavorare in piena conformità con il senso della propria esistenza e che per illuminarli occorre prima liberarli da tutto ciò che impedisce loro di vedere la Luce.
Non da tutto ciò che impedisce di “parlare” della Luce, non da tutto ciò che impedisce di “indossare” la Luce come un titolo. Da tutto ciò che impedisce di “vederla”.
È una distinzione che io porto con me ogni volta che indosso il grembiule: la differenza tra Essere massoni e Fare i massoni è tutta qui, in quel verbo, lavorare, che Wirth non lascia mai cadere.
Io ne ho bisogno. Dopo trent’anni di sentiero, ci sono estati in cui la pietra sembra più dura del solito, in cui la voglia di rientrare in officina si fa aspettare più a lungo di quanto vorrei.
Eppure, ogni settembre torna, puntuale come la marea di cui parlavo all’inizio, il richiamo dello scalpello. E ogni volta che lo raccolgo mi accorgo che non stavo aspettando un grado, non stavo aspettando una carica, non stavo aspettando il plauso di nessuno.
Stavo aspettando solo di potermi rimettere davanti alla mia pietra grezza, con le mani nude e lo strumento in mano, a fare quello che Hiram faceva prima che qualcuno gli chiedesse una parola d’ordine.
Noi ne abbiamo bisogno. Le officine hanno bisogno di mani che tornino a colpire, non di poltrone che tornino a riempirsi.
E il mondo, fuori, ne ha bisogno più di quanto immaginiamo: ha bisogno di vedere che esiste ancora qualcuno disposto a passare una vita intera a levigare una pietra sola, senza fretta, senza garanzie, per il solo gusto di vederla, un giorno, restituire la luce che ha ricevuto.
Non ho scritto queste righe per convincere nessuno a restare massone, o a diventarlo. Chi ha bisogno di convincersi a “essere” qualcosa, in fondo, sta ancora cercando un titolo da appendere al muro.
Ho scritto queste righe per chi, invece, ha semplicemente voglia di “fare”: di tornare in officina e colpire la pietra, senza aspettarsi che qualcuno applauda il gesto o lo annoti in un verbale.
Il resto, i gradi, le cariche, i regolamenti, verrà, se deve venire, come conseguenza e mai come scopo.
Prima viene lo scalpello. Prima viene il colpo. Prima viene Hiram, con la sua storia che non ha bisogno di essere spiegata a chi l’ha già vissuta almeno una volta con il fiato sospeso.
Allora, scalpellini: la pausa è finita.
Gli attrezzi sono lucidi, o lo saranno tra poco. La pietra ci aspetta esattamente dal punto in cui l’abbiamo lasciata a giugno, senza rancore per l’assenza.
Buona ripresa a tutti voi, la pietra non se n’è andata da nessuna parte, vi stava solo aspettando.
Quale colpo di scalpello avete rimandato tutta l’estate e cosa vi trattiene ancora, adesso, dal darlo?













