La lentezza dei processi e della realizzazione della giustizia costituisce il punti di maggiore criticità con cui ha dovuto fare i conti il sistema giuridico italiano, benché ampiamente fondato su principi solidi e rispettati.
Il fenomeno dell’arretrato giudiziario, che si manifesta nella lungaggine processuale, è un problema che ha radici profonde, risalenti già al periodo post-bellico, e che continua a condizionare il funzionamento della giustizia anche ai giorni nostri.
Nonostante le riforme attuate nel corso dei decenni, essa è in Italia ancora percepita da molti come un percorso che fatica a rispettare le tempistiche necessarie per rispondere alle esigenze dei cittadini.
Tale rallentamento non solo mina la fiducia nelle istituzioni, ma solleva interrogativi fondamentali sul valore del tempo nel processo di realizzazione della giustizia.
Il diritto a una risoluzione rapida del contenzioso, infatti, è un principio fondamentale che si intreccia con il concetto di giusto processo, sancito dalla Costituzione.
La giustizia è amministrata in nome del popolo, ma ciascuno ha diritto a che la causa sia trattata in modo giusto e nei tempi stabiliti dalla legge.
Con queste parole, l’articolo 111 della Costituzione italiana riconosce non solo il diritto a un processo equo, ma anche a un iter che si svolga entro un termine ragionevole, ribadendo così la funzione non banalmente accessoria del fattore tempo ritenuto coerentemente elemento essenziale ed integrante del diritto alla realizzazione della giustizia pura.
Un processo che si protrae troppo a lungo perde il suo valore intrinseco, perché, oltre a compromettere la certezza del diritto, rischia di creare ingiustizie, rendendo vano il diritto del cittadino a una decisione rapida e risolutiva.
L’attesa di una risposta processuale dilatata nel tempo può minare il principio di giustizia stessa, trasformandola da strumento di tutela dei diritti a fonte di ulteriore sofferenza e incertezze.
La riflessione sulle tempistiche della celere realizzazione dell’iter processuale affonda le radici nella filosofia antica, in cui già Aristotele la connetteva al concetto di “equilibrio” e “adeguatezza”.
In ‘Etica Nicomachea’, egli afferma che l’azione giusta può solo avvenire nel modo opportuno. Per lui, un processo giuridico giusto non si limita a un atto di equità, ma deve avvenire tempestivamente, restituendo equilibrio alla situazione che lo richiede.
Allo stesso modo, Tommaso d’Aquino, nella sua riflessione tomista, sottolinea la necessità del rispetto dei tempi e la realizzazione dell’ordine al fine di conseguire quell’assoluto stato di equità.
Nella modernità, il pensiero giuridico ha ulteriormente sviluppato il concetto di giustizia tempestiva, con pensatori come Cesare Beccaria, che nel XVIII secolo sottolineavano come la necessità di una rapida esecuzione dell’iter processuale fosse funzionale a rafforzarne la sua funzione deterrente.
Un sistema giuridico tardivo nella risposta all’istanza di provvedere alla concretizzazione del giusto induce alla perdita del suo potere dissuasivo: la certezza di una punizione tempestiva è infatti uno degli strumenti principali per prevenire reati e comportamenti illeciti riducendo l’impatto sociale.
In tale contesto, la lentezza dei processi non può essere considerata solo una questione di efficienza burocratica: essa mina anche il principio fondamentale della certezza del diritto, ossia la garanzia che le leggi siano applicate in modo prevedibile e tempestivo.
Anche Immanuel Kant, nel suo pensiero filosofico, sancisce la necessità imprescindibile di una tempestiva risoluzione del contenzioso.
Per il filosofo tedesco, il ritardo nell’amministrazione della giustizia non si limita a generare danni materiali tangibili, ma provoca una sofferenza profonda, psicologica e morale, un’instabilità che mina la certezza del diritto stesso.
La giustizia che si procrastina, che tarda a manifestarsi, non può più essere qualificata come tale, poiché una decisione che non giunge nei tempi dovuti non risponde all’urgenza di proteggere i diritti individuali.
Kant, nel suo impianto teorico, ci esorta a riflettere su come il ritardo, in effetti, rappresenti una sospensione della libertà e dell’equità.
Un processo che si protrae oltre misura diventa anch’esso una causa di ulteriore ingiustizia, giacché l’attesa, la dilazione dei termini e l’incertezza che ne derivano assottigliano progressivamente la certezza e la validità del diritto.
In un contesto giuridico comunitario, tale riflessione trova riscontro nell’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, CEDU, che stabilisce in modo chiaro e inequivocabile che ogni individuo ha diritto a un processo che si svolga in tempi ragionevoli, a meno che motivi legittimi non giustifichino i ritardi.
L’articolo non si limita a riconoscere il diritto alla difesa e l’accesso a un tribunale imparziale, ma esige che questo processo avvenga in tempi che non pregiudichino la sua funzionalità e la sua efficacia.
La lentezza dei procedimenti giudiziari, lungi dal rappresentare una mera inefficienza tecnica, mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, provocando il risveglio di un senso di frustrazione che travalica la semplice sfera dell’individuo per intaccare l’intero corpo democratico.
Un sistema giuridico che non rispetta i tempi prefissati non adempie alla sua funzione di tutela e protezione dei diritti fondamentali e, quindi, della legittimità dello Stato di diritto.
Il mancato rispetto dei tempi legali non si limita, infatti, a compromettere la sfera della giustizia pratica, ma ha effetti devastanti sulla stessa legittimazione dello Stato di diritto.
Un processo che non si risolve tempestivamente perde la sua naturale funzione di strumento di equità, trasformandosi in un fattore di disuguaglianza e ingiustizia.
In questo quadro, il giusto processo non è solo una questione di efficienza burocratica, ma una questione fondamentale di rispetto della dignità umana e della libertà. La lentezza del giudizio, infatti, mina i pilastri stessi su cui si fonda la democrazia, alimentando il disincanto sociale e generando una spirale di sfiducia nelle istituzioni.
Il valore della giustizia, quindi, risiede nel suo essere rapida e sicura, poiché solo così essa può adempiere pienamente alla sua funzione primordiale: quella di proteggere i diritti, salvaguardare la libertà e garantire l’equità per tutti.
Se la giustizia tarda, non solo perde il suo valore essenziale, ma diventa la causa di nuove ingiustizie, trascinando con sé la legittimità delle istituzioni e minando il benessere sociale.
In un mondo che si professa democratico, la giustizia non può permettersi il lusso della procrastinazione. Essa deve rispondere all’urgenza dei diritti e farlo con la rapidità che impone la difesa della dignità umana.
Il giusto processo, come Kant ci ricorda, è la chiave di volta che garantisce l’equilibrio tra il diritto e la libertà, tra l’individuo e la collettività. Solo un sistema che rispetta i tempi, oltre a essere giusto, sarà legittimo agli occhi di chi ne fruisce.
Autore Pina Ciccarelli
Pina Ciccarelli, maturità Classica e Laurea in Giurisprudenza. Appassionata di Storia, Filosofia, Letteratura e Musica. La scrittura nasce dell'evasione, dal desiderio di donare colore alla vita, catartico abbandono all'immaginazione. Tra i sentieri nascosti del sublime, fuori dalle logiche del reale, per scoprire se stessi.













