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Giorgio

Giorgio

L’uomo non sa di più degli altri animali; ne sa di meno. Loro sanno quel che devono sapere. Noi, no.
Fernando Pessoa

Nel documentario ‘Encounters at the End of the World’, girato nel 2007 in Antartide, Werner Herzog filma il pinguino Adélie che si comporta in modo diverso da tutti gli altri. Mentre la colonia si muove compatta verso il mare per nutrirsi, questo pinguino, che gli scienziati chiamano informalmente Giorgio, si stacca dal gruppo.

Non segue il sentiero tracciato nella neve, non si dirige verso l’acqua piena di krill, non resta tra i suoi simili per il calore e la protezione reciproca. Con passo deciso, quasi meccanico, si incammina verso l’interno del continente, verso le montagne di ghiaccio, verso una distesa bianca e vuota che si perde all’orizzonte.

Gli studiosi lo osservano perplessi, lo recuperano e lo riposizionano verso la colonia, ma lui, senza esitazione, gira su se stesso e riprende esattamente la stessa direzione: verso il nulla, verso l’interno gelido e disabitato, verso una fine inevitabile dopo giorni o settimane di cammino solitario.

Herzog, con la sua voce profonda e insieme ironica, si chiede se tra i pinguini esista la follia. La domanda resta sospesa sul ghiaccio, senza risposta, eppure continua a riecheggiare.

Quella sequenza breve, pochi minuti di pellicola, è diventata negli anni un simbolo potente. Giorgio non è semplicemente un animale che sbaglia strada: è l’emblema di chi sceglie di andare contro. Contro l’istinto di conservazione, contro la logica della sopravvivenza collettiva, contro il percorso che la natura e il gruppo hanno tracciato per tutti.

In lui si condensa il gesto radicale di preferire la libertà, anche se dolorosa, anche se solitaria, anche se apparentemente insensata, alla sicurezza del branco. Giorgio non si ribella per rabbia o per disperazione: si ribella perché qualcosa dentro di lui, un impulso che sfugge a ogni spiegazione biologica, lo spinge a cercare altrove, a rifiutare la via già segnata.

Andare contro non è un capriccio. È una dichiarazione di esistenza. Nella maggior parte delle specie, compresa quella umana, la corrente maggioritaria offre vantaggi concreti: cibo, calore, riparo, riproduzione, continuità.

La colonia funziona perché ognuno rinuncia a una parte di autonomia in cambio di una probabilità maggiore di sopravvivere. Tuttavia, esiste sempre, in ogni gruppo, chi sente che quella rinuncia è troppo alta, che il prezzo della sicurezza è la perdita di sé.

Giorgio incarna quel rifiuto. Non sa dove sta andando, probabilmente non arriverà da nessuna parte, eppure cammina. E in quel camminare c’è una forma di dignità che nessuna comodità collettiva potrà mai offrire.

La libertà autentica, quella che non si limita a un concetto astratto, nasce proprio quando si decide di voltare le spalle al flusso. Non è la libertà che ci viene data dalle circostanze, ma quella che ci si prende, a costo di tutto il resto. È una libertà scomoda, spesso muta, raramente compresa.

Chi la sceglie sa che pagherà con l’isolamento, con il dubbio, con la fatica, a volte con la sconfitta. Ma sa anche che l’alternativa, restare nella corrente per paura di affogare, equivale a una morte più sottile: la morte di ciò che ci rende unici, di ciò che ci fa sentire vivi.

La solitudine che Giorgio sceglie non è una condanna, ma uno strumento. È il vuoto necessario per ascoltare una voce che nel rumore del gruppo si perde. Quando si è circondati da decine, centinaia, migliaia di individui che seguono lo stesso ritmo, la stessa direzione, la stessa meta apparente, diventa quasi impossibile distinguere il proprio desiderio dal desiderio collettivo.

La solitudine, invece, spoglia tutto. Toglie le maschere, le giustificazioni, le rassicurazioni. Lascia solo te e la tua rotta.

È lì, in quel silenzio estremo, che nascono le domande più difficili e le risposte più vere. È lì che si decide se vale la pena continuare a camminare, anche quando le zampe sanguinano sul ghiaccio, anche quando il vento taglia la pelle, anche quando non c’è nessuna garanzia che esista una destinazione.

Questa dinamica non appartiene solo al regno animale o al cinema documentaristico: attraversa la storia umana con figure che, come Giorgio, hanno scelto l’isolamento volontario come atto supremo di ribellione. La sua solitudine non era fuga, ma sfida: solo nel vuoto poteva smascherare ciò che la folla accettava come normale.

Henry David Thoreau nel 1845 si ritirò volontariamente nei boschi di Walden Pond, lontano dalla società industriale nascente del Massachusetts. Costruì una capanna con le sue mani, visse in semplicità estrema per due anni, e da quell’isolamento scrisse Walden, un manifesto contro il conformismo, il consumismo e lo Stato che opprimeva la coscienza individuale.

Thoreau non era un eremita per debolezza: scelse la solitudine per affinare la sua ribellione civile, per rifiutare tasse ingiuste, per denunciare la schiavitù e la guerra al Messico.

Come Giorgio che torna sempre sulla sua rotta, Thoreau tornò periodicamente alla civiltà solo per testimoniare ciò che aveva scoperto nel silenzio: che la vera libertà nasce quando si smette di seguire il sentiero battuto.

Friedrich Nietzsche, il filosofo della solitudine per eccellenza, passò gli ultimi anni della sua vita errante tra montagne svizzere e italiane, isolato dalle accademie, dalle mode filosofiche e persino dagli amici.

In opere come ‘Così parlò Zarathustra’ immaginò un profeta che scende dalla montagna dopo dieci anni di ritiro per portare un messaggio che la folla non è pronta a ricevere: la morte di Dio, il superuomo, la volontà di potenza.

Nietzsche scelse la solitudine non per misantropia, ma perché solo nel distacco poteva vedere oltre le illusioni collettive, poteva andare contro il nichilismo passivo della modernità.

La sua camminata contro il vento della storia lo portò alla follia, eppure lasciò una traccia indelebile, proprio come il pinguino che avanza verso l’ignoto.

Anche Giacomo Leopardi, nel suo eremo di Recanati e poi nei soggiorni isolati, trasformò la solitudine in strumento di ribellione contro l’ottimismo illusorio del suo tempo. Le sue pagine più potenti nascono dal silenzio forzato, dalla distanza dalla società che lo emarginava per la sua gobba e il suo pensiero cupo. Eppure, in quel vuoto scrisse ‘L’Infinito’ e ‘La Ginestra, o fiore del deserto’, poesie che sfidano l’umanità a riconoscere la propria fragilità senza consolazioni false.

La solitudine di Leopardi non è resa: è il prezzo pagato per dire no all’illusione collettiva. Molti hanno l’hanno scelta deliberatamente, non per misantropia, ma per necessità.

Esploratori, artisti, pensatori hanno voltato le spalle alla strada maestra per seguire un richiamo interiore che non sapevano spiegare, ma che non potevano ignorare. E anche quando sono falliti, anche quando sono morti soli, hanno lasciato dietro di sé una traccia che ha spostato i confini di ciò che è possibile.

Nella vita contemporanea, però, la solitudine autentica è diventata una merce rara. Siamo costantemente connessi, costantemente osservati, costantemente sollecitati da notifiche, opinioni, confronti.

La corrente non è più solo fisica, come nella colonia di pinguini: è digitale, culturale, psicologica. Ci spinge verso consumi, carriere, relazioni, stili di vita che sembrano inevitabili perché li vediamo ripetuti ovunque.

Dire no a quella corrente richiede uno sforzo enorme. Richiede il coraggio di sentirsi strani, fuori posto, forse sbagliati. Richiede la capacità di sopportare il vuoto che si crea quando si smette di seguire il copione condiviso.

Eppure è proprio in quel vuoto che si aprono le possibilità più grandi. Quando si sceglie di camminare da soli, si diventa responsabili in modo assoluto. Non si può più dare la colpa al sistema, alla famiglia, alla società, al momento storico. Ogni passo è tuo. Ogni scelta pesa solo sulle tue spalle. È un peso schiacciante, ma è anche l’unico che ti rende davvero padrone di te stesso.

Giorgio, girandosi ogni volta nella stessa direzione dopo essere stato riportato indietro, dimostra proprio questo: non esiste più nessuno che possa deviarlo. È lui contro l’infinito bianco. E in quella solitudine totale trova una forma di libertà che la colonia non potrà mai conoscere.

Andare contro, scegliere la solitudine per affrontare nuove sfide, non è necessariamente un gesto eroico o spettacolare. Può essere silenzioso, quotidiano, quasi invisibile. Dire no a un lavoro che ti spegne giorno dopo giorno.

Lasciare una relazione che ti tiene al caldo ma ti soffoca. Trasferirti in un posto dove non conosci nessuno perché senti che lì potresti respirare. Iniziare un progetto che sembra assurdo a tutti tranne che a te.

Ogni volta che si fa un passo fuori dal sentiero battuto, si diventa un po’ più simili a quel pinguino che cammina verso le montagne senza sapere perché. E anche se la meta resta incerta, anche se il cammino è duro, anche se nessuno ti applaude, quel gesto ti restituisce qualcosa di essenziale: la sensazione di essere vivo, di esistere non solo come parte di un gruppo, ma come te stesso.

Alla fine, forse, Giorgio non stava cercando la morte. Forse stava cercando di capire fino a dove poteva spingersi il suo istinto, la sua curiosità, il suo bisogno di vedere cosa c’è oltre l’orizzonte che tutti accettano come confine.

Forse, in quella distesa desolata, ha trovato qualcosa che noi, dal calore rassicurante della colonia, non possiamo nemmeno intuire.

La sua storia, intrecciata a quella di Thoreau, Nietzsche, Leopardi e di tanti altri ribelli solitari, ci commuove e ci inquieta, perché parla di una parte di noi che raramente ascoltiamo: quella parte che ogni tanto alza lo sguardo, guarda verso le montagne lontane e si chiede se avrebbe il coraggio di andare.

Non si tratta di essere folli. Si tratta di essere liberi. E la libertà, quella vera, ha quasi sempre l’aspetto di un pinguino che cammina da solo contro il vento gelido, deciso a seguire una rotta che nessun altro vede.

Figliol prodigo degli oceani tormentati, il pinguino imperatore potrebbe, nonostante le intemperie, fare i numeri tra i flutti, comporre figure aggraziate e originali per il più creativo dei balletti.

Ma in questo modo rischierebbe di dimenticare la terribile sfida che deve raccogliere ogni anno all’inizio dell’inverno: lasciare il mare ricco di nutrimento e camminare per più di cento chilometri per raggiungere un luogo sicuro, dove la banchisa è stabile e dove potrà riprodursi.
Luc Jacquet, La marcia dei pinguini

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.