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Gaslighting

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'Gaslight'


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'Gaslight'

L’origine dell’espressione nasce dal titolo del film drammatico americano ‘Gaslight’, del 1944, seconda versione diretta da George Cukor che seguiva quella del film britannico, diretto da Thorold Dickinson, pubblicato nel 1940. Questa versione del 1944, interpretata Ingrid Bergman, è descrittiva di un caso di Violenza Psicologica.

Questa forma è oggi richiamata in ambito legale con la nominalizzazione ispirata al film per descrivere e configurare la specifica modalità psicologica di eventi delittuosi.

Oggi il termine ‘Gaslight’ è utilizzato per definire un crudele comportamento manipolatorio messo in atto da una persona abusante per far sì che la sua vittima dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, della sua esperienza di vita.

Cominciando a sentirsi confusa, la vittima può giungere fino a credere di stare impazzendo. E, per alcuni, la fuga dalla paura della pazzia è il suicidio.

Analogamente, questo comportamento manipolatorio tende a far credere alla persona di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza.

Non avere e non vivere una identità digitale, è vissuto, più di talvolta, come una colpa. Come la colpa di non partecipare.

E, molto più spesso, malgrado la partecipazione, si può giungere comunque a patire la condizione di solitudine, del non importare a nessuno, fino al non essere.

Condizione della mente che all’estremo è anch’essa capace di far cadere nel baratro più nero. La sofferenza più diffusa verosimilmente accade perché l’identità digitale non è l’essere e nemmeno essere con, nel senso che non è un Valore Umano.

L’autore del comportamento manipolatorio è il Gaslighter.
Il suo comportamento si caratterizza per il rapporto di vicinanza.

E, diversamente dal film, oggi, non è più un individuo, bensì un grande altro, distante, da noi e dalle persone che abbiamo care e come da ognuno, la lunghezza di un braccio, la distanza che ci separa non più dal telefonino, ma da un oggetto che vorrebbe farci credere di essere smart.

Asservendoci, così pian piano, ad una condizione psicologica di minorità, in cui si è incapaci di reale autonomia senza la direzione di un altro, che qui, è un grande altro.

È mai possibile ammettere che la fusione tra Vita Reale e Realtà Virtuale, come ritengono alcune estensioni del marketing più spinto di prodotti di consumo, sia di fatto applicabile all’esistenza della Persona come tale?

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Autore Alfredo Marinelli

Alfredo Marinelli è Professore di Oncologia presso l’Università Federico II di Napoli, nonché docente e componente del board scientifico dell’Istituto di Psicologia Umanistica Esistenziale “Luigi De Marchi” di Roma. Oltre che di pubblicazioni scientifiche è coautore di testi universitari per Mcgrow Hill et al. È componente del Grande Oriente d’Italia – Massoneria Universale. Profilo ed attività presenti su www.Linkedin.com