Piccolo trattato sull’analfabetismo massonico
Se c’è una cosa che devo al mio percorso massonico, è aver imparato a stare in silenzio. Non per timidezza e nemmeno per prudenza diplomatica: per disciplina.
Perché partecipo spesso a discussioni, anche virtuali, dove se ne sentono, se ne leggono, di tutti i colori. Citazioni pseudo-celebri spacciate per pensiero profondo, aforismi copiati e incollati da chissà dove, attribuiti a chissà chi.
E qui viene il punto che mi interessa davvero: anche copiare richiede una competenza. Bisogna essere bravi, capaci e, prima di tutto, un minimo acculturati, per copiare bene.
La maggior parte di quello che circola non è corretto, e mi rendo conto che detta così sembra un giudizio severo. Forse lo è.
Non credo però sia colpa di chi sbaglia una citazione in buona fede; è colpa di un sistema, il nostro, che ha smesso quasi ovunque di premiare chi controlla prima di parlare.
L’analfabetismo culturale che attraversa la società non si è fermato davanti alla porta del Tempio. È entrato, si è seduto in colonna, e, diciamocelo, ha anche preso la parola più di una volta.
Parlare di “analfabetismo massonico” oggi vuol dire ammettere che anche dove si dovrebbe custodire la ricerca della verità, la verità finisce spesso sostituita dalla sua immagine. Veloce, condivisibile, mai verificata.
Basta guardare quanto si produce online sul tema: articoli, trattati amatoriali, caroselli di citazioni che si copiano e si parafrasano a vicenda senza che quasi nessuno risalga più alla fonte.
Una frase attribuita a un filosofo antico gira per anni prima che qualcuno si chieda se quel filosofo l’abbia mai scritta. Quanti, tra chi scrive e chi legge, si fermano davvero a controllare? Pochi, credo. Forse pochissimi, anche se detesto le affermazioni assolute, e questa lo è.
La Massoneria non è una collezione di formule. È un esercizio di interiorità e la luce, suo simbolo centrale, non coincide con il possesso di nozioni: è il lavoro paziente di trasformazione di sé.
Eppure, questa parola così alta, conoscenza, viene consumata in modo superficiale anche da chi il grembiule lo indossa da anni.
Si nominano i gradi, i riti, le colonne, ma senza attraversarli davvero. Si cita un autore senza averlo letto per intero. Si parla di Tempio, dimenticando che il vero Tempio è, prima di tutto, interiore.
Socrate lo aveva già capito: il sapere autentico comincia dal riconoscere la propria ignoranza. Non è una frase da archiviare, è un metodo di lavoro.
Seneca, nella seconda delle ‘Epistulae morales ad Lucilium’, diceva qualcosa di simile ma più tagliente:
Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas.
La quantità dei libri disperde la mente, poiché non puoi leggere quanto possiedi, basta possedere quanto riesci davvero a leggere.
Ed è, se ci penso, il principio esattamente opposto allo scroll infinito.
Aggiungeva un’immagine che mi torna spesso in mente: chi non si ferma su nessun autore, ma tutto attraversa di corsa, finisce come chi viaggia in continuazione e non stringe mai un’amicizia vera, solo conoscenze di passaggio, alberghi diversi ogni notte.
Non è un rimprovero alla curiosità, è un avvertimento contro la sua versione più pigra, quella che scambia l’accumulo per approfondimento.
Napoli, dove lavoro nella Loggia Luce del Mediterraneo, è per me un banco di prova concreto. Non perché la città sia più esposta al problema, non credo lo sia più di altre, ma perché qui i simboli non sono mai stati innocenti né decorativi.
Dalla Cappella Sansevero ai percorsi ermetici del centro storico, la stratificazione simbolica napoletana insegna una cosa precisa: i segni vanno letti, non soltanto ammirati.
Il rischio è lo stesso che si corre altrove, però: ridurre quella stratificazione a folclore iniziatico, invece che assumerla come responsabilità di studio.
Capita spesso, e non solo a Napoli, di sentir parlare di ermetismo, di alchimia, di simbolismo egizio con lo stesso tono con cui si consiglierebbe un ristorante: leggero, disinvolto, senza il minimo sospetto che dietro quelle parole ci siano secoli di studio serio che meriterebbero rispetto prima ancora che entusiasmo.
E qui l’errore più diffuso, secondo me, non è ignorare i simboli. È maneggiarli con troppa disinvoltura.
Scriveva Orazio:
Sapere aude.
Abbi il coraggio di conoscere.
Kant la riprese secoli dopo come motto dell’Illuminismo.
Resta un programma tutt’altro che compiuto, costa più fatica il coraggio di conoscere di quello, molto più comodo, di condividere. La questione non riguarda solo il singolo Fratello o la singola Sorella distratti da un feed. Riguarda la comunità intera.
Un’officina culturalmente povera rischia di produrre appartenenze formali e fratellanze fragili, tenute insieme più dal rito che dalla sostanza.
Cicerone lo diceva chiaramente: la conoscenza, senza il coraggio di applicarla, resta sterile. Vale per chi accumula nozioni massoniche come trofei da esibire.
C’è poi un rischio che trovo particolarmente insidioso, forse il più difficile da ammettere: confondere il simbolismo con l’esibizionismo simbolico. Oggi è facile parlare di esoterismo. Molto meno facile accettare il lavoro lento della disciplina.
Pascal osservava che la vera filosofia si prende gioco della filosofia da salotto. Credo si possa dire lo stesso dell’esoterismo da bacheca social, si prende sul serio proprio perché non ha mai attraversato la fatica della verifica.
Chi ha davvero studiato, di solito, parla con più cautela, non con meno: sa quante domande restano aperte anche dopo anni. È chi ha letto poco, curiosamente, a mostrarsi più sicuro di sé.
E questo, in una tradizione che dovrebbe insegnare l’esatto contrario, mi sembra il sintomo più preoccupante di tutti.
L’analfabetismo massonico non si combatte con un editto e nemmeno con un post più elaborato degli altri.
Si combatte con la lettura lenta, risalendo alle fonti prima di condividerle, tornando ai testi e ai maestri veri invece che alle loro sintesi virali.
E si combatte ricordando, su questo, la storia del Droit Humain, che ha qualcosa di preciso da insegnare: la conoscenza non è possesso privato ma servizio condiviso.
Quando Maria Deraismes e Georges Martin, il 4 aprile 1893, fondarono a Parigi l’Ordine Massonico Misto Internazionale non stavano solo aprendo le porte del Tempio alle donne. Stavano affermando che nessuna Fratellanza può dirsi davvero universale se esclude, per pregiudizio o per pigrizia, chi potrebbe portarle qualcosa.
Uguaglianza tra uomo e donna, unità nella diversità, continuità iniziatica sono principi nati contro un’esclusione di forma e restano oggi un monito contro un’esclusione più sottile: quella di chi si accontenta di sapere poco, e per di più male.
Ci ho pensato spesso, lavorando in un Ordine che porta ancora il segno di quella battaglia: aprire una porta non basta, se poi chi entra non viene messo nelle condizioni, o non si mette da sé nella condizione, di studiare sul serio quello che ha trovato dall’altra parte.
L’inclusione senza approfondimento rischia di restare un gesto simbolico anche quando parte da un’intenzione tutt’altro che simbolica.
Napoli, in tutto questo, non ha bisogno di essere invocata come sfondo pittoresco. Dalla mia colonna in Luce del Mediterraneo la vedo semplicemente come un esempio, uno dei tanti possibili, di una tradizione che chiede di essere interrogata sul serio, non solo indossata.
Forse, la domanda che dovremmo porci non è quanto sappiamo della Massoneria, ma quanto di ciò che diciamo di sapere abbiamo davvero verificato prima di ripeterlo.
Quante volte, prima di condividere un simbolo, un rito, una citazione, ci siamo fermati a chiederci se fosse vero? Dovremmo, tutti, ripartire da lì. Dall’autenticità.
Autore Rosmunda Cristiano
Mi chiamo Rosmunda. Vivo la Vita con Passione. Ho un difetto: sono un Libero Pensatore. Ho un pregio: sono un Libero Pensatore.













