A te Tagliatella, nastro paglierino di semola e uova,
elastica e porosa, ruvida e fresca, ghiotta, golosa, casareccia e profumata.
Non so come tu riesca a essere sempre la stessa, e ogni volta diversa. La mia bramosia per te è lunga e avvolgente: sono quattro rebbi che tremano al solo pensiero di incontrarti, di raccoglierti, di diventare per un istante il tuo unico, degno strumento.
Ti ho incontrata una sera di gennaio, nuda di ogni sugo, tiepida appena. Avevi addosso soltanto un velo di burro fuso – una calda carezza – e una nevicata di Parmigiano, che sulla tua pelle ancora umida si scioglieva diventando una crema leggera. Sembravi una sposa in sottoveste, mia adorata, e ti nascondevi a malapena dietro quel velo bianco.
Io ho affondato i rebbi con la delicatezza di chi solleva una garza, e tu ti sei arresa subito, avvolgendoti senza opporre resistenza. Il tuo profumo sapeva di latte e di pascoli lontani, di innocenza materna e di promessa d’amore.
Mentre ti portavo lentamente alla bocca e ho pensato che certi amori andrebbero baciati soltanto così: senza nulla che ne copra il sapore originale, se non un poco di neve e un filo di luce.
Poi sei tornata, in un pomeriggio di novembre, ed eri un’altra. Il ragù ti colava addosso come una coperta di lana antica, di quelle che pesano, avvolgono e scaldano. Il rosso cupo, densissimo, ti aveva abbracciata, ché il tuo corpo di grano ne bevesse ogni stilla senza disfarsi.
Eri erotica di una sensualità matura e violenta: ti attaccavi a me con la forza della salsa ristretta, e ogni tuo nastro si confondeva con l’altro in un viluppo così intimo e carnale che io, Forchett galante, quasi perdevo l’ordine del gesto.
Ti giravo su te stessa, in una danza senza fine, ti avvolgevo attorno ai miei denti d’argento, e tu con giusta resistenza – quella che fa dispetto e piacere – prima di concederti in un boccone che sapeva di carne, di spezie, di lunga pazienza.
E già pregustavo il momento di tornare nel piatto per raccogliere quel di rosso rimasto di te, come delicato si bacia timidamente l’angolo delle labbra dopo una dichiarazione.
Infine, ieri sera, sei ricomparsa in veste rara. Eri adagiata su un piatto bianco come un lenzuolo, ed eri coperta appena di lamelle – quei cerchi sottili e neri che sanno di terra e di bosco, di muschio e di mistero. Ti avevano sfiorata con un solo filo d’olio crudo. Tu sapevi di essere preziosa.
Avvicinarmi a te, quella sera, mi ha messo soggezione. Il profumo mi saliva prima ancora che io ti sfiorassi: penetrante, quasi arrogante, ti permeava tutta.
Quando ti ho stretta, ho sentito il tartufo cedere sotto la pressione dei rebbi, e tu, bellissima, ti sei lasciata sollevare senza un gemito, portando con te quel carico di squisita proibizione.
Ogni tua piega nascondeva una scaglia, ed era lì, scura nell’attesa di scoprirsi, nel tuo dono più sottile. Sei stata inghiottita quasi in silenzio, col rispetto che somigliava più a devozione e incanto.
Ora lo sai: puoi presentarti in qualsiasi modo, mia amata tagliatella: semplice, sontuosa, emotiva. Io ti riconoscerò sempre. E sempre ti raccoglierò con la stessa, identica trepidazione: quella di chi sa che, tra poco, non sarai più sul piatto, ma parte di un significato profondo e di una memoria felice.
Tuo, metallico e fedele innamorato,
Forchett d’Argent
Risposta (breve) di Tagliatella:
Se il destino ti facesse mai incontrare un’orecchietta, ti prego, non lasciarti sedurre: ti ruota attorno, ma non ti stringerà mai come me.
Tua Tagliatella.
***
Nastro di semola, argento di fame
quattro ritti rebbi a te protesi
come braccia vibranti e innamorate
cui manca ogni conforto, se non offesi,
se non stringono le tue curve colorate.
Tu giaci nel mio piatto, passionale e sola
come una sposa che amor richieda
prendimi ordunque subito a quest’ora
allora baciami senza che nessuno veda.
Ti vesti burrosa e sfuggente
di Parmigian Reggiano assortita,
domenica di un gran rosso fulgente,
o porti del tartufo la superbia mai pentita.
Lasciati prendere, mia tenera compagna
A condividere con te la mia umile vita
Sei l’unica lunga e bella, e non corta sagna,
Che certamente mi sarebbe sfuggita.
Avvolgiti ai miei denti in nodo d’amore,
due corpi destinati a quest’unico amplesso
tieniti e non lasciarmi più, tremante
scivoli e non mi sfuggi, ti confesso.
Ma restando in mano a chi mi tiene,
vedo il vuoto senza più la promessa sposa,
l’argento nulla più di te contiene.
È deserto senza più il tuo sapore.
Niente è più felice, senza sentimento.
Natura, che volle in un breve attimo
i miei rebbi senza il tuo ornamento
a sollevar nutrimento dell’animo.
E tu così effimera da farina ad assenza,
io metallo colmo solo di memoria
di tal brevissima e infinita esperienza.
E questa è stata la nostra breve storia.
Il percorso dove ci porterà? Stay tuned!
Restate sintonizzati e direi anche sincronizzati!
Autore Investigatore Culinario
Investigatore Culinario. Ingegnere dedito da trent'anni alle investigazioni private e all’intelligence, da sempre amante della lettura, che si diletta talvolta a scrivere. Attratto dall'esoterismo e dai significati nascosti, ha una spiccata passione anche per la cucina e, nel corso di molti anni, ha fatto una profonda ricerca per rintracciare qualità nelle materie prime e nei prodotti, andando a scoprire anche persone e luoghi laddove potesse essere riscontrata quella genuina passione e poter degustare bontà e ingegni culinari.













