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Fenomenologia di Sinner

Abbraccio Sinner

Analisi sociologica semiseria dell’impatto del tennista nella cultura italiana

Sono legato al tennis da tanti anni. Mio padre ci giocava da sempre, da quando ero troppo piccolo per tenere una racchetta in mano.

Ricordo, quando tornava, le palline, allora bianche, sporche di terra rossa, come la superfice di quasi tutti i campi italiani degli anni 70.

Tempo permettendo, la domenica pomeriggio giocavamo. Per anni è stato un rituale irrinunciabile, che coinvolgeva anche mio fratello, di solito giocavamo noi due contro nostro padre.

Ricordo, i corsi federali al campo del nostro paesetto di provincia. La eastern per il diritto, con la racchetta che ruotava tra le mani per il rovescio, allora giocata rigorosamente ad una mano.

Era un tennis ‘artigianale’, con racchette di legno, quelle in grafite sarebbero arrivate più tardi.

Ricordo, una Wilson da professionista arrivata come regalo dagli Stati Uniti.

Nessuno di noi tre è mai stato classificato, il nostro era uno sport praticato per passione, fatto di partite giocate con agonismo, di risate, di sfottò, di giornate con amici.

Ricordo, quelli che erano i mostri sacri che giocavano quando io e mio fratello eravamo prima bambini e poi adolescenti.

McEnroe, Connors, Borg, Edberg, Becker. Quell’Agassi ragazzo terribile che giocava un tennis nuovo fatto di velocità, la palla colpita in anticipo, nella parte ascendente dalla parabola, diversamente da come insegnavano. L’ascesa di Federer, Nadal, Djokovic. Passando per Sampras, Courier. Ordine rigorosamente sparso, ormai.

Sia chiaro, l’esibizione del mio scarno curriculum tennistico non vuole essere la rivendicazione di una competenza tecnica. Non credo di averne.

Serve solo a precisare due cose.

Innanzitutto, che a fronte di tante persone che si appassionano ad uno sport quando c’è il fenomeno italiano, il mio seguire il tennis non è un seguire una moda.

In altri termini, non sono un migrante tennistico, attratto dalla tendenza o dall’abbandono di precedenti discipline.

Non seguo il tennis perché mancano ancora quasi due anni per la prossima Coppa America di vela o non ci sono atleti come Tomba o Pantani in giro.

Poi, che il mio attaccamento a questo sport è passione.

Passione fatta di affetto, di ricordi, di bellezza apprezzata in decenni grazie a tanti protagonisti, noti e meno noti.

Decenni in cui c’è stata poca, pochissima Italia.

L’unico italiano che ricordavo vincere uno slam, per averlo visto, era stato Adriano Panatta a Parigi.

Nel 1976 lo stesso anno della Davis vista restando svegli fino a tardi, la prima vinta, anche l’unica per ben 47 anni.

Ricordo i protagonisti e li snocciolo come si recitano le formazioni delle squadre di calcio. Panatta, Barazzutti, Bertolucci, Zugarelli. Quasi sempre la stessa, quella capace di vincere contro il Cile in finale ma soprattutto in semifinale con l’Australia.

Così poca Italia da esaltarsi quando un italiano, Cristiano Caratti, riusciva ad arrivare ai quarti agli Australian Open.

Un solo affacciarsi a quello che allora era i Masters tra i migliori otto al mondo, nel 1975, sempre Panatta, nessuna partita vinta, un solo set a suo favore, ma a sua difesa va detto che non era mai stato uno specialista del cemento, delle superfici veloci.

La parentesi di Berrettini, che entra nella top ten, fino ad essere numero 6 al mondo.

Finalista a Wimbledon, timide comparsate alle ATP Finals, la versione attuale di quello che era stato il Masters.

Poi arriva quello che ad alcuni era sembrato un predestinato.

Qualche amico mi è testimone che, quando l’Italia impazziva per Berrettini, io segnalavo un giovane ancora non arrivato alle grandi ribalte come chi avrebbe fatto grandi cose. Vero Luca?

Competenza? Nient’affatto, probabilmente un pizzico di intuito e tanta fortuna.

Quel ragazzino di talento incredibile era Jannik Sinner.

Come già detto, il tennis in Italia è sempre stato avaro di soddisfazioni.

In un anno e mezzo circa, Sinner inanella una serie di successi che lo rendono il tennista più vincente della storia italiana.

Vince da leader due coppe Davis consecutive, 2023 e 2024, gli Australian Open, gli US Open e le ATP Finals nel 2024, anno che conclude come numero uno mondiale, di nuovo gli Australian Open nel 2025.

Il 13 luglio 2025 la definitiva consacrazione, nel tempio del tennis mondiale, sul leggendario Centre Court, si aggiudica il torneo più prestigioso al mondo, quello più antico: Wimbledon, dove vincere equivale a laurearsi campione del mondo in altri sport.

Battendo il rivale più accreditato, quell’Alcaraz che gli aveva soffiato sul filo di lana il trionfo a Parigi.

Lo fa in modo netto. Il filmato dello spagnolo che continua a ripetere è più forte di me ha fatto il giro del mondo.

A nemmeno 24 anni Sinner ha conquistato più titoli dello slam di quanti ne aveva prima vinti l’Italia da sempre, 4 contro i due Roland Garros di Nicola Pietrangeli e quello di Panatta.

Ma i record di Jannik non lo proiettano solo in ambito nazionale, i numeri lo accostano ai grandi del tennis di tutti i tempi.

Ci sono solo tre tennisti che sono stati più a lungo di lui al primo posto la prima volta che hanno raggiunto il vertice.

Ci sarebbero tutti gli elementi per diventare un idolo indiscusso, un’icona dello sport italiano, e non solo.

Ma non è esattamente così.

Le polemiche contro di lui cominciano quando nel settembre 2023 rifiuta la convocazione per la Davis.

La stampa sportiva, una testata in particolare, e qualche vecchia gloria, si scatenano contro di lui. Si parla di una mancanza di rispetto verso la maglia della nazionale. Di amore mai nato.

Qualche testata maligna su una sua precedente rinuncia per infortunio, che, a detta del redattore, non lo avrebbe portato, invece, a rinunciare ad un torneo dello slam. Chi, addirittura, parla di squalifica. Viene insinuato che Sinner non si senta italiano.

Da precisare che gli attuali ritmi del circuito ATP sono asfissianti, soprattutto per chi è ai vertici, che la Davis, da quando ha cambiato formula nel 2019, è decisamente meno suggestiva e che tutti i top player preferiscono evitare i primi turni. Lo stesso Alcaraz non aveva disputato la fase a gironi, ma in Spagna non era stato montato nessun caso nazionale.

Fatto sta che poi Jannik partecipa alla fase finale. Nei quarti porta due punti, decisivi per il passaggio di turno, vincendo sia il singolare che il doppio, contro l’Olanda.

Stesso copione anche con la Serbia, con la differenza che stavolta l’avversario battuto due volte è Djokovic.

La finale con l’Australia è senza storia, ancora Sinner porta il punto decisivo battendo con un netto 6-3 6-0 Alex de Minaur, non c’è bisogno nemmeno di giocare il doppio.

Il bis nel 2024, copione molto simile.

Ciononostante, anche sui social molti continuano a sostenere che Sinner non sia italiano.

Forse, nell’immaginario collettivo, gli italiani dovrebbero chiamarsi tutti Mario Rossi, Gennaro Esposito, Ambrogio Brambilla.

Sinner è nato a San Candido, provincia di Bolzano, che, fino a prova contraria, è in Italia, da genitori italiani.

Non è naturalizzato, è nato italiano.

Metterlo in dubbio sarebbe come contestarlo anche a chi è nato a Trieste, e significherebbe scadere nel ridicolo.

Ma i falsificazionisti della nazionalità si dividono in due scuole di pensiero.

Accanto a chi lo definisce austriaco ci sono quelli che, invece, lo etichettano come monegasco, basandosi sul fatto che abbia la residenza a Montecarlo.

Posto che ci sono tantissimi sportivi che hanno fatto la stessa scelta. Tra i tennisti possiamo ricordare Novak Djokovic, Daniil Medvedev, Alexander Zverev, Lorenzo Musetti, Stefanos Tsitsipas e Holger Rune, solo per citare quelli più noti.

Ora, se un giorno io decidessi di andare a vivere in Transilvania, questo farebbe di me un cittadino rumeno meno di quanto mi trasformerebbe in un vampiro.

L’abissale quanto ignorata differenza tra residenza e cittadinanza.

Guai a fare questa precisazione, perché si viene incalzati con un’altra perla di acume: non paga le tasse in Italia.

Inutile spiegare che non lo avrebbe fatto comunque. I montepremi vengono tassati direttamente dal fisco del Paese in cui sono vinti.

A monte.

Una fetta sostanziosa di quanto vinto a Wimbledon è stata trattenuta già dal fisco.

Quello inglese, non quello monegasco.

Non ci risulta, inoltre, che quello italiano sia un popolo particolarmente virtuoso in termini fiscali. Non importa se l’evasione riguardi lo scontrino o i grossi capitali. I dati parlano chiaro. Per cui si fatica a capire quest’impeto filotributario.

Con la differenza che nel caso di Sinner non si tratta di evasione, ma di qualcosa di perfettamente legale e alla luce del sole. Anche perché, i requisiti per ricevere la cittadinanza a Montecarlo sono molto selettivi.

Ma l’italiano medio che non fa lo scontrino per il cappuccino o per la penna o per qualsiasi altro acquisto, si lamenta del mancato gettito fiscale in Italia, dovuto alla residenza di Jannik.

Magari sognando di viverci, a Montecarlo.

Abbandonando questioni puerili, poi mi chiedo: ma che importa la sua nazionalità? Se fosse davvero austriaco o monegasco, questo intaccherebbe il suo talento?

E ancora: se non fosse italiano, ma eschimese, papuasiano o arborigeno, apprezzerei ancora il suo tennis?

Non finisco nemmeno di formulare la domanda, perché ne conosco la risposta, senza dubbio sì.

Come apprezzavo quello di McEnroe, a prescindere che fosse statunitense, quello di Edberg, a prescindere che fosse svedese, di Becker, a prescindere che fosse tedesco.

Non sarebbe cambiato niente nemmeno se si fosse chiamato Ciro Esposito.

Lo sport dovrebbe essere questo.

Il tennis dovrebbe essere questo.

Da appassionato, non da modaiolo, non potrei non ammirare chi gioca come Sinner, raro esempio di bellezza e tecnica applicata.

Chi trova brutto il tennis di Sinner è su posizioni diametralmente opposte alle mie, che potrebbero essere sbagliate, sia chiaro.

Non essendo migrante tennistico non mi appassionano tanto gli atteggiamenti da curva calcistica, incitamenti al pubblico, show da avanspettacolo, urla e colpi da circo equestre.

Da appassionato sento il rumore dell’impatto della racchetta con la palla, assimilabile a quello del battitore che colpisce un fuoricampo, e lo trovo imperioso come una fuga di Bach.

Guardo il modo che ha di coprire il campo, di recuperare in scivolata con una coordinazione, un’agilità e una velocità che hanno del prodigioso, che mi ricordano il movimento di gambe di Clay sul ring, e mi sembrano una virtuosa esibizione di danza.

Osservo il suo modo di giocare da fondo, con una potenza impressionante, indifferentemente di diritto e di rovescio, la sua ragnatela di colpi spesso molto vicini alle righe, e mi viene in mente un predatore che, in modo freddo ed implacabile, irretisce la sua preda.

Scopro che il servizio che ha ribattuto con la stessa disinvoltura con la quale io arrivo al quinto bicchierino di assenzio viaggiava a 220 km orari.

Rivedo al rallentatore i suoi colpi vincenti, alcuni che per angolo, velocità di esecuzione, potenza e precisione sfidano le leggi della fisica, come la celeberrima punizione a due in area di Maradona, e mi chiedo come qualcuno possa effettivamente pensare che il suo tennis non sia spettacolare.

Forse chi non ha elementi per giudicare la tecnica di un gesto non lo può apprezzare, così come non seguendo il curling non riesco a godere il talento dei migliori.

Mi fermo, altrimenti rischio, dalla fenomenologia, di scantonare nell’apologia.

Altra accusa che è stata mossa a Sinner è quella relativa al caso di doping.

Facciamo chiarezza anche su questo.

Nel marzo del 2024, durante il torneo di Indian Wells viene trovato positivo al clostebol, una sostanza presente in alcune pomate e spray usati come cicatrizzanti.

La concentrazione di metaboliti rilevata era di 86pg/mL e 76pg/mL. 86 e 64 picogrammi. Meno di un nanogrammo, ovvero meno di un miliardesimo di grammo.

La letteratura scientifica di settore, come il parere dei periti, sono chiarissimi: simili quantitativi non possono in nessun modo migliorare le prestazioni.

Per cui, non ha nessuna plausibilità la tesi secondo la quale le imprese di Jannik, nemmeno in minima parte, siano state facilitate dal clostebol.

Molto più banalmente, è capitato che un componente dello staff aveva fatto uso di uno spray cicatrizzante prima di fare dei massaggi, in quella che viene definita contaminazione accidentale.

Anche la squalifica di tre mesi non ha assolutamente messo in dubbio che non si trattasse di doping finalizzato a elevare la performance ma è stata comminata per la responsabilità nei confronti del proprio staff.

Nonostante anche le comunicazioni ufficiali degli organi preposti su queste circostanze siano più che lampanti, gli odiatori seriali non perdono occasione di accusare il numero uno del tennis mondiale.

Pensando che qualche volta i complottisti possano avere ragione, ho cominciato a rastrellare nelle farmacie dei dintorni decine e decine di confezioni del farmaco incriminato, che in Italia è da banco e viene acquistato senza bisogno di prescrizione medica, sia in versione pomata che in quella spray.

Ho speso migliaia di euro con il sogno di diventare bravo come Sinner, cominciando a pregustare trionfi in tutto il mondo.

Se con meno di un nanogrammo lui è riuscito a fare tanto, io con qualche tonnellata avrei sicuramente stracciato il circuito ATP; nonostante mi sia appesantito rispetto ai bei tempi, cosa vuoi sia qualche chilo.

Ma la risposta del campo non è stata quella che credevo. Il mio servizio raggiungeva sempre la velocità massima di 10 km al giorno, sui due allungamenti che ho provato ci sono volute quattro persone per rialzarmi da terra, anche perché completamente unto dalla pomata continuavo a scivolare dalle mani dei soccorritori.

Nell’unico passante incrociato di rovescio che ho eseguito mi è sfuggita di mano la racchetta che ha quasi ammazzato un malcapitato che stava giocando nel campo accanto.

Forse stavolta i complottisti si sono sbagliati?

Sarcasmo a parte, allora la domanda resta una: perché tanti odiatori seriali si scagliano contro Jannik?

I motivi sembrano essere tanti.

Innanzitutto, Sinner in campo non urla facendo sembrare ogni scambio il doppiaggio di un film porno, non insulta e non tira pallate al giudice di sedia, non spacca racchette, non ha atteggiamenti autolesionisti e non prova ad automutilarsi.

Non finge di star morendo per spezzare il ritmo quando è sotto nel punteggio, anche se questo, ormai, gli capita abbastanza raramente.

Non grida ad ogni punto vinto come se avesse bisogno di un esorcista, non mima telefonate per deridere l’avversario, i genitori quando sono in tribuna non sembrano tarantolati ma restano composti sia pure nei normali momenti di emozione.

No.

Sinner è educato, sportivo. Il massimo di esultanza che si concede è un pugno alzato verso il suo team.

Sinner quando piove è lui a reggere l’ombrello alla raccattapalle facendo anche conversazione per metterla a suo agio.

Sinner vince Wimbledon e come esultanza si regala solo le braccia alzate al cielo, al massimo qualche secondo inginocchiato, qualche furtiva lagrima e due o tre manate sull’erba del centrale, quasi per accertarsi che sia tutto vero. Niente salti mortali, capriole, tripli e quadrupli carpiati.

No.

Sinner, in barba alla questione della residenza a Montecarlo, con qualcuno che arriva ad affermare che, se pagasse le tasse in Italia, sparirebbe la povertà nel nostro Paese, fa tanta beneficenza.

Ma il problema è che non la fa come piace agli italiani.

No.

Non si fa fotografare da mezzo mondo con la gigantografia dell’assegno di 5000 mila lire che vale più della stessa elargizione.

Lo fa in silenzio, così come andrebbe fatto, senza fanfara e grancasse, spesso si viene a sapere solo per vie traverse.

Sinner in un Paese in cui si dà fuoco al fratello o si ammazzano i genitori per l’eredità, crede al valore della famiglia.

La foto in cui si abbandona tra le braccia del padre come se fosse un bambino, pochi minuti dopo il trionfo a Wimbledon, ha commosso mezzo mondo, o almeno le persone che negli affetti ancora credono, che non credono che questi siano intercambiabili come il cellulare o l’auto.

Sinner che dopo aver vinto gli US open ha come primo pensiero la zia gravemente ammalata.

Voglio dedicare il titolo a mia zia, non sta bene e non so quanto ancora sarà nella mia vita. Auguro a tutti la salute.
Jannik Sinner – Intervista post incontro – 8 settembre 2024

Forse perché non è presenzialista, non cerca i riflettori a tutti i costi, in un Paese in cui si è disposti a qualsiasi cosa per il proprio quarto d’ora di fama, dove si passa addosso agli altri o ci si mette a fare i buffoni anche davanti alle telecamere di televattelappesca durante un servizio giornalistico pur di apparire al TG locale.

In tanto sgomitare, vedere Jannik che ciondola da un piede all’altro come uno scolaretto all’interrogazione dopo una partita vinta, dopo essere stato una glaciale macchina da tennis in campo, intenerisce, commuove.

Sinner, inoltre, ha osato per ben due anni consecutivi di rifiutare l’invito al Festival di Sanremo, dissacrando uno degli ultimi momenti mistici che la nostra cultura si concede.

Iconica la motivazione del secondo diniego: Ho di meglio da fare.

Sufficiente a fargli rivolgere l’accusa di eresia; se ci fosse ancora l’Inquisizione probabilmente sarebbe stato condannato al rogo.

Forse perché, a parte i trofei che vince in campo, non è interessato a targhe, medagliette, spillette, pergamene e nastrini.

In un Paese in cui dilaga quella che l’acuta scrittrice Lucia Stefanelli Cervelli definisce la premianza, con il comitato della scala B del condominio sparafunno che consegna alla scala C il premio Ascensore pulito per ricevere in cambio il mese dopo l’ambito riconoscimento Diffenziatore modello del condominio, Sinner decide di non ritirare un premio dalle mani di Mattarella dopo aver vinto il secondo Australian Open.

Abbastanza per una seconda condanna al rogo, bruciarlo una prima volta e poi farlo risorgere per poterlo fare di nuovo.

E visto che questo non è possibile, per augurargli la sconfitta ad ogni match, anche quando gioca a padel con il fratello nel garage di casa. E per esultare ad ogni sconfitta, anche quando si tratta della partita alla play con il cugino.

Ma, probabilmente, oltre la residenza, lo spray, Sanremo, Mattarella, le interviste e la beneficenza, il problema degli hater di Jannik è un altro.

Viene in mente un monologo di Silvio Orlando nel film La scuola, che parafraso chiedendo anticipatamente scusa agli sceneggiatori.

Sinner non è bravo, Sinner è un fuoriclasse.

Sinner non ci ha i capelli tagliati alla mohicana, non si veste come il figlio di uno spacciatore, non si mette le scarpe del fratello che puzzano.

Sinner è pulito, perfetto. Intervistato, si dispone di fronte alla telecamera, senza insultare, senza arroganza, senza incespicare nell’inglese come qualche politico. Gioca come un robot senza pause: demolisce gli avversari, grazie al fedele rispecchiamento di anni di lavoro! Alla fine, vince, ma vorrei tagliargli la gola!

Sinner è un numero uno.

Sinner non beve, non fuma, non dice parolacce, come nella vecchia barzelletta.

Sinner se trova un insetto sul campo si preoccupa di portarlo al sicuro per non rischiare di calpestarlo, se una persona si sente male sugli spalti lancia le sue bottigliette di acqua in attesa dei soccorsi, ed è stridente in un Paese in cui madre e compagna di qualcuno lo fanno a pezzi con l’ascia in piena modalità Shining per non aver apparecchiato in tempo.

Sinner non ama la discoteca, non si droga e non si dopa, non si ubriaca, non si fa canne.

Sinner non tira bestemmioni in diretta televisiva, non mima amplessi prima, durante e dopo le partite.

Sinner non legge il giornale, non è sui social.

A Sinner non interessa avere la statuetta da presepe a San Gregorio Armeno.

Sinner non ha orecchini, non ha tatuaggi, non si tinge i capelli di colori alieni.

Sinner non è un raccomandato o un figlio della casta, i suoi genitori sono persone normali, con il senso della famiglia e del sacrificio.

I suoi genitori gli hanno trasmesso il valore del lavoro.

È questo che probabilmente non va a giù agli italiani.

Sinner è la dimostrazione che si può aspirare alla leggenda anche senza essere figli del potentato di turno o senza avere i milioni di qualche altro atleta.

Sinner è la dimostrazione che non basta essere o sentirsi talentuosi.

L’elenco delle promesse che si sono perse per strada sarebbe lunghissimo.

Sinner è la dimostrazione che il lavoro paga.

Anche se questo comporta stare lontano dalla famiglia che si adora e arrivare distrutti la sera.

Sinner non fa la vittima, ma dopo una sconfitta riprende a lavorare duro per migliorarsi.

Sinner non si culla sugli allori, dopo una vittoria non va a festeggiare in discoteca ma comincia a pensare cosa possa fare per migliorare e riprende a lavorare.

Sinner non va a Sanremo perché deve perfezionare servizio o gioco a rete.

Sinner si trova più a suo agio con una racchetta in mano che davanti alle telecamere, magari a essere ridotto a macchietta dal presentatore di turno.

Questo non può che dare motivi di frustrazione ai tanti malati di odio e di risentimento sociale.

Quelli che non si sentono valorizzati perché non si riconoscono nel sistema di valutazione scolastica, affermazione dopo la quale già 30 anni fa non si sarebbero riconosciuti allo specchio per la reazione dei genitori.

Quelli che devono raccontare a se stessi che non hanno sfondato perché non hanno santi in paradiso o non sono ricchi.

Quelli che prendono il classico del teatro, lo mettono in scena cambiando qualche parola nel titolo, lo rovinano e poi pretendono di essere osannati come il nuovo Zeffirelli.

Sinner è la dimostrazione vivente che il sacrificio, il lavoro, la determinazione, possono portarti a raggiungere qualsiasi traguardo, posto che ci sia il necessario talento, la giusta attitudine.

Il talento senza applicazione è sprecato.

I sacrifici senza talento sono inutili.

Sinner ha talento e non lo spreca perché ha una dedizione assoluta, una costanza e una determinazione totali.

Sinner nel paese dei furbetti non cerca scorciatoie, perché sa che per raggiungere certi livelli di scorciatoie non ce ne sono.

Forse ha ragione chi non lo considera italiano.

Se fossi Jannik penserei di prendere la nazionalità austriaca o monegasca.

Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.