C’è un momento, in ogni ristorante del mondo occidentale, che si è ormai cristallizzato in un rito tanto solenne quanto irrazionale: il piatto arriva, fumante, perfetto, ed esattamente nessuno lo tocca.
Per almeno trenta secondi, a volte un minuto, il cibo resta lì, fermo, mentre intorno al tavolo si scatena una coreografia di telefoni alzati, angolazioni studiate, luci regolate, filtri applicati.
Il risotto, nel frattempo, si rassegna stoicamente a raffreddarsi. Lui non ha un profilo Instagram da curare. Ha solo una temperatura ideale, e la sta perdendo.
Benvenuti nell’ultima liturgia dell’Homo Googlis: il pasto come performance, non più come nutrimento.
Una volta, l’attesa prima di mangiare era dedicata alla conversazione, al galateo, magari a un brindisi. Oggi è dedicata all’illuminazione. Si scosta il bicchiere perché “rovina la composizione”.
Si chiede al cameriere di aspettare prima di versare la salsa, “altrimenti si vede male nella foto”.
Si discute animatamente se il piatto stia meglio fotografato dall’alto, stile minimalista scandinavo, oppure di profilo, stile rivista patinata, mentre la mozzarella, generosa fino a un attimo prima, comincia silenziosamente a solidificarsi, consapevole di non essere più la protagonista della serata.
La protagonista è il telefono. E il palcoscenico i social.
Il commensale impaziente, quello che ancora ricorda vagamente perché si va al ristorante, ovvero per mangiare, tenta timidamente di avvicinare la forchetta.
Viene fermato con un gesto secco, quasi sacerdotale: “Aspetta, non ho ancora pubblicato.”
Non fotografato! Pubblicato!
Perché fotografare non basta più: il pasto, per esistere davvero nell’era dell’Homo Googlis, deve essere certificato pubblicamente, altrimenti è come non essere mai stato mangiato.
Se un risotto cade nel piatto e nessuno lo posta, quel risotto, semplicemente, non è mai esistito.
Si è arrivati al paradosso supremo: si fotografa il cibo non per ricordarlo, ma per dimostrare a persone che non erano presenti che lo si stava per mangiare.
Non l’esperienza, ma la prova dell’esperienza. Non il gusto, ma la testimonianza del gusto, raccolta da terzi sotto forma di cuoricini e commenti tipo “che meraviglia” scritti da chi, in quel momento, stava probabilmente mangiando un toast davanti alla televisione.
E qui arriva il dettaglio più crudele dell’intera vicenda: la fotografia perfetta richiede tempo, e il tempo è l’unico ingrediente che nessun cuoco può controllare.
Così la tartare, pensata per essere servita fredda e mangiata immediatamente, attende il suo momento di gloria social diventando, nel frattempo, leggermente più simile a un comune trito di carne.
La frittura, capolavoro di croccantezza nei primi novanta secondi di vita, si trasforma lentamente in qualcosa di più simile a una suola di scarpa, ma fotogenicamente impeccabile, e questo, ormai, è quello che conta davvero.
C’è poi la variante competitiva, quella delle famiglie numerose o delle cene tra amici, dove non basta che una sola persona fotografi: ognuno vuole la propria foto, dalla propria angolazione, con il proprio filtro, generando un’attesa collettiva che ricorda più una seduta fotografica professionale che una cena tra amici.
Nel frattempo, il padrone di casa, che ha cucinato per tre ore, guarda la propria opera raffreddarsi sotto sei smartphone diversi, chiedendosi se non fosse stato più semplice, in fondo, ordinare la pizza.
La morale, se proprio bisogna trovarne una, è semplice e leggermente indigesta: l’Homo Googlis ha imparato a nutrire il proprio profilo social prima ancora di nutrire se stesso.
E forse, un giorno non troppo lontano, qualcuno inventerà finalmente il piatto che si scalda da solo, apposta per aspettare la pubblicazione.
Nel frattempo, restano solo due categorie di persone al mondo: quelle che fotografano il cibo, e quelle che, per pura fame, hanno il coraggio di mangiarlo ancora caldo.













