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Facciamoci qualche domanda

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Facciamoci qualche domanda


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Con questa lezione comincia la seconda parte del corso Digito, ergo sum.

Questa seconda parte è ancor più finalizzata alla produzione di un romanzo e toccherà due differenti ambiti:

1) la storia che vuoi raccontare;
2) la caratterizzazione dei tuoi personaggi.

Ricorda fin da ora che questi non sono comparti a tenuta stagna, ma due declinazioni della stessa materia. Questa materia è il tuo romanzo, e gli ambiti appena menzionati non solo si completano a vicenda, ma ciascuno esercita la propria influenza sull’altro, e dall’altro è a sua volta influenzato.

Un esempio banale: una storia che ha per protagonista una donna che oggi definiremmo emancipata, ma vissuta nel ‘500, giocoforza risentirà del carattere anticonvenzionale della protagonista ed entrambi – storia e protagonista – subiranno le influenze della società del tempo, che l’autore dovrà essere bravo a ricreare ex novo.

Per il momento noi partiamo dall’ambito inerente alla “storia” che è necessario sviluppare per permettere la scrittura di un romanzo, e ti prego di non perdere di vista questo verbo: sviluppare, giacché ricorrerà spesso nei nostri discorsi. In verità, quando una persona decide di scrivere un libro, ha di sicuro in mente la storia che vuol raccontare, per quanto in embrione, pertanto è necessario cominciare a svilupparla.

La storia che l’autore ha deciso di narrare è il cuore di un romanzo: noi scriviamo per raccontare storie, dopo tutto. Spesso però tendiamo a soffermarci su un solo aspetto della necessità di raccontare, e bada che sto impiegando di proposito questo sostantivo che vedi in corsivo. Se stai leggendo questa rubrica, in fondo, è perché anche tu, come me, senti il bisogno di esprimerti. E il modo con cui ti piace farlo è attraverso la parola scritta.

Su quale aspetto le persone si fermano quando si trovano di fronte a tale esigenza? Beh, varia da individuo a individuo, ma possiamo dar per buona l’assunzione che la stragrande maggioranza degli aspiranti scrittori si ponga soprattutto una domanda: cosa? Cosa voglio raccontare? Che storia voglio narrare, di cosa intendo parlare nel mio libro, quali argomenti mi piacerebbe toccare?

Certo, queste sono domande fondamentali, ma non sono le uniche. Un’altra domanda assai ricorrente per esempio è: come? In che modo racconterò la mia storia, come posso fare? Anche il “come” è importante, e non si tratta solo di una questione legata allo stile.

Naturalmente un bravo autore – non sto dicendo affermato: sono due cose distinte – possiede un proprio stile consolidato, riconoscibile. Un nome a caso, dato che mi piace: Stephen King. Lo adoro, ma non perché racconta storie intriganti (cosa): lo amo perché lui mi proietta in scena insieme ai suoi personaggi, le cose me le fa vedere (come). Poi vabbè, lui è un mostro e scrive anche storie interessanti. Marco Malvaldi, che pure venero, invece è bravissimo a raccontare storie ma a mio parere pecca in quanto a stile. Insomma, è uno da “cosa” ma non da “come”.

Il “come” è fondamentale anche per un altro motivo. Di norma siamo abituati ad associare a questo elemento caratteristiche estetiche della scrittura: lo stile, appunto; il modo di raccontare; la scelta dei verbi e via dicendo. Invece c’è un secondo pilastro della narratologia – ci torniamo – che risponde alla domanda “come?” Sto parlando di qualcosa del tutto opposto alle questioni stilistiche, poiché ha più a che fare con attività di tipo, diciamo, organizzativo. Sta arrivando una metafora: ci sei?

Un architetto che deve costruire un palazzo si porrà la fatidica domanda: come lo costruisco? Sei intelligente e mi sa che hai già capito dove voglio andare a parare. Tuttavia fingiamo tu non lo sia così te lo dico lo stesso. L’architetto per rispondere al “come?” deve basarsi su due ordini di questioni: una progettuale, l’altra estetica. In altre parole, per tirar su ‘sto palazzo dovrà prima preparare un progetto, e in seconda battuta ragionare sulle modalità per abbellirlo secondo il suo gusto, secondo il suo stile, per l’appunto: perché lui potrebbe costruire un edificio meraviglioso con arazzi, fontane sospese, cascate e giardini pensili… ma se non progetta bene le fondamenta, poi il palazzo crolla. O, viceversa, progettare un edificio solido non basta: sì, non lo buttano giù manco le cannonate, ma quando passi per strada e lo vedi ti trasmette tristezza.

Non a caso sto parlando di un architetto, cioè colui chiamato a progettare un’architettura. Il nostro compito di scrittori è ancora più difficile, per tutta una serie di ragioni. Come sai noi dobbiamo farci: architetti, ingegneri, geometri, capocantieri, muratori, imbianchini, fabbri, ecc.. In poche parole quando scrivi siete “tu e tu”. Nessuno ti aiuterà e non sarebbe nemmeno giusto, nei tuoi confronti intendo, nel rispetto della tua passione.

E c’è un’altra ragione per cui sostengo che il mestiere di scrittore sia più difficile. L’architetto progetta case, e di case c’è sempre bisogno; noi invece vogliamo scrivere libri, e non solo leggere è un’attività ricreativa, quindi meno indispensabile, almeno per la maggior parte delle persone: c’è anche tanta, forse troppa concorrenza.

Uno scrittore deve prima convincere il lettore a leggere – cioè dedicare il suo poco tempo libero a questo e non a un’altra attività – e poi deve convincerlo che il suo libro sia migliore di altri. Per questo motivo non puoi concederti il lusso di limitarti a progettare l’architettura del libro: questo romanzo alla fine dovrai pur scriverlo. Ecco cosa intendo quando dico che devi fare anche il muratore. E dovrai raccattare il personale, quindi agire come un capocantiere. Sì, sto proprio parlando del casting, della scelta dei personaggi che animeranno la tua storia.

Tutti questi punti li smarcheremo insieme, ma per il momento restiamo in tema. Di architettura, e di narratologia, prometto, ne riparleremo più in là. Per il momento focalizziamoci su un’altra parolina che forse ti suonerà come sinonimo, e invece non lo è. Questa parola è trama.

Ma prima di addentrarci in questioni spinose, facciamo un break costruttivo di quelli che tanto ci piacciono. Vero?

Poco fa ho scritto “non stai scrivendo un romanzo per [indicare una motivazione a scelta]”. Non l’ho fatto per essere spiritoso, sai? Perché, tornando al nostro discorso iniziale, c’è un’ultima domanda, ancora più importante, essenziale direi, che devi porti quando dici a te stesso che vuoi scrivere: perché? È un quesito contestuale sia a un piano generale – perché scrivo? -, sia specifico riguardo al romanzo che vuoi partorire: perché voglio raccontare proprio questa storia?

Il “perché” è la domanda più difficile cui rispondere e purtroppo anche la più importante, perché se siamo onesti con noi stessi la risposta comprende le reali motivazioni che ti spingono a creare un mondo immaginario che per il momento esiste solo nella tua testa. Questo atto di creazione, come sai o immagini, è un processo lungo e faticoso. A volte addirittura poco salutare!

Dunque, ripeto la domanda: perché vuoi farlo?

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William Silvestri

Autore William Silvestri

Autore, formatore e direttore editoriale di Argento Vivo Edizioni. Prima di entrare nel mondo dell'editoria ha pubblicato i romanzi 'Divina Mente', 2011, 'Serial Kinder', 2015, e 'Ci siete mai stati a quel paese?', 2017, oltre al saggio esoterico 'Chi ha paura del Serpente?', 2015.