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E quando tuo figlio si informa su TikTok e risolve tutto con l’AI?

AI intelligenza artificiale

Mi informo su TikTok.

È una frase che ormai si sente dire con naturalezza.

Non più

ho letto un libro

o

me l’ha spiegato il professore

ma

l’ho visto in un video.

In pochi secondi qualcuno riassume la storia, la scienza, la politica, la vita. E funziona. È veloce, chiaro, accattivante. E già fa rimpiangere i tempi in cui la risposta era su Google e Wikipedia.

Il passo successivo è quasi inevitabile: non solo mi informo su TikTok, ma chiedo direttamente a un’intelligenza artificiale di spiegarmi, riassumere, risolvere.

All’inizio sembra una comodità innocente. Se mio figlio usa l’intelligenza artificiale per capire meglio una lezione, per farsi spiegare un concetto difficile, può essere un aiuto. È come avere un ripetitore sempre disponibile, che non si stanca e non giudica.

Il problema nasce quando lo strumento non aiuta a capire, ma sostituisce il percorso. Se l’IA fa il tema, scrive il riassunto, prepara la risposta, il ragazzo consegna qualcosa di corretto senza aver attraversato la fatica di pensarlo. E quella di avviare il pensiero.

E la fatica, per quanto impopolare, è la palestra del cervello. È nel tentativo, nell’errore, nel non capire subito che si forma la capacità di ragionare. Se tutto arriva già confezionato, il rischio non è soltanto scolastico. Non è solo il voto. È l’abitudine a ricevere soluzioni senza aver costruito il problema.

C’è poi un aspetto più delicato. I ragazzi non chiedono all’intelligenza artificiale soltanto date o formule. Chiedono consigli. Chiedono giudizi.

Sono normale?

Perché non mi cercano?

Come faccio a piacere di più?

L’IA risponde sempre. Con tono pacato. Con parole rassicuranti.

Non si spazientisce, non sbuffa, non dice

parliamone dopo.

Può diventare una presenza silenziosa, costante.

Qui la domanda diventa più seria.

Se mio figlio cerca risposte personali in un sistema automatico, chi lo sta educando? Un genitore può sbagliare, perdere la pazienza, dire cose imperfette. Un insegnante può essere severo o distratto. Sono difetti umani, ma sono anche il contesto reale in cui si cresce.

L’intelligenza artificiale, invece, è progettata per essere sempre coerente, sempre disponibile, sempre misurata. Il rischio non è che sia “cattiva”. È che sembri migliore delle persone.

E poi c’è un’altra questione, meno visibile. Quando un ragazzo parla con un’intelligenza artificiale, racconta se stesso. I suoi dubbi, le sue paure, le sue fragilità. Quelle parole non scompaiono nel nulla. Sono dati. Forse protetti, forse anonimizzati, ma restano informazioni che descrivono una persona in formazione. Un adulto può scegliere cosa condividere. Un adolescente, spesso, scrive senza pensare alle conseguenze.

Allora devo preoccuparmi? Forse non nel senso di vietare tutto. Sarebbe una guerra persa. La tecnologia non si spegne con un interruttore educativo.

La vera domanda è un’altra: mio figlio sa che quello è uno strumento e non una verità? Sa che può sbagliare? Sa che deve verificare? E, soprattutto, sa che può parlare con me?

Informarsi su TikTok, chiedere a un’intelligenza artificiale, usare strumenti digitali è già di per sé un male. Il problema cresce quando la velocità sostituisce la profondità, quando la risposta pronta sostituisce la domanda, quando la comodità sostituisce il confronto umano.

Un figlio che si abitua ad avere sempre una risposta immediata rischia di non imparare a convivere con l’incertezza. E crescere significa anche questo: accettare che alcune risposte non arrivano subito, che alcune si costruiscono insieme, che alcune si trovano sbagliando.

Forse, la vera preoccupazione non è che i figli parlino con un’intelligenza artificiale. È che smettano di fare fatica, di dubitare, di confrontarsi. La tecnologia può dare informazioni. L’istruzione, invece, insegna a usarle.

E quella, per fortuna, non è ancora automatizzata.

Ma la usano?

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.