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È già casa

casa

Il risveglio spirituale è la cosa più essenziale nella vita dell’uomo, è l’unico scopo dell’esistenza.
Khalil Gibran 

L’uomo cammina da sempre e il suo percorso più profondo non è quello che misura chilometri sulle carte geografiche, ma quello che si svolge dentro, tra le stanze segrete dell’anima, lungo sentieri che nessuna mappa può contenere.

Questo cammino spirituale è la storia stessa dell’umanità, un filo rosso che attraversa millenni, culture, religioni e continenti e che, tuttavia, rimane sempre lo stesso: il ritorno a casa, il ricordo di ciò che siamo veramente, al di là del nome, del corpo, del tempo.

Tutto comincia nel buio della preistoria, quando l’individuo alzò per la prima volta gli occhi al cielo e sentì che quelle luci lontane non erano soltanto fuochi sospesi, ma qualcosa che lo riguardava intimamente.

Nei graffiti di Lascaux, nelle statuette della Venere di Willendorf, nel cerchio perfetto di Stonehenge, c’è già la domanda: chi sono io rispetto a questo mistero che mi sovrasta e mi abita?

I primi sciamani, avvolti in pelli di cervo, ingerivano piante sacre e si lasciavano cadere nel tamburo per incontrare gli spiriti degli antenati, i guardiani degli animali, le forze della terra e del cielo. Morivano simbolicamente per rinascere conoscitori. Erano i primi a comprendere che la realtà visibile è solo la pelle di una realtà più grande, e che sotto quella pelle scorre un sangue invisibile che lega tutto.

L’Egitto antico portò questa intuizione a un livello di raffinatezza straordinaria. Per i sacerdoti di Menfi e di Tebe l’uomo non era soltanto un corpo destinato alla decomposizione: era un ka e un ba, un’anima immortale che doveva attraversare il Duat, il mondo sotterraneo, superare le prove, pesare il cuore sulla bilancia di Maat e, se puro, ricongiungersi al grande Osiride, il dio smembrato e ricomposto, archetipo eterno del Sé frammentato che cerca la sua interezza.

Le piramidi non erano tombe, erano macchine di resurrezione, antenne dirette verso Sirio, la stella da cui, secondo la tradizione, discendeva l’anima reale. Imparare a morire era il compito della vita.

In India, nello stesso periodo, i rishi vedici componevano inni che ancora oggi vibrano come campane nell’aria. Scoprirono il Brahman, l’Uno senza secondo, e compresero che l’ātman, il sé individuale, non era diverso da quel Brahman.

Tat tvam asi

Tu sei quello

dicevano le Upanishad, e con questa frase spezzavano il velo di Maya, l’illusione che ci fa credere di essere separati.

Il cammino diventava interiorizzazione radicale: attraverso il sacrificio, la meditazione, lo yoga, l’uomo smetteva di identificarsi con il corpo – mente e realizzava la propria natura divina. Nasceva il concetto di moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite, il ritorno consapevole all’Origine.

La Grecia prese un’altra via, più luminosa, più razionale, ma non per questo meno profonda. Pitagora, che aveva viaggiato in Egitto e forse in India, parlava di metempsicosi, di anime che migrano da un corpo all’altro finché non si purificano abbastanza da contemplare le Idee pure.

Platone, nel Fedro, descrive l’anima come un cocchio alato trainato da due cavalli, uno nobile, uno passionale, guidato dall’auriga della ragione. L’amore, per Platone, è reminiscenza: guardando la bellezza di un corpo ricordiamo la Bellezza in sé che abbiamo contemplato prima di nascere.

Eraclito vedeva il Logos che tutto governa, e nel suo panta rei intuiva che solo chi sa morire istante per istante al vecchio sé può seguire il flusso eterno del divenire.

Poi venne il Cristo, e il cammino spirituale dell’Occidente cambiò per sempre. Non più una conoscenza riservata a pochi iniziati nei templi o nelle grotte, ma una via aperta a tutti, anche all’ultimo dei peccatori.

Il Regno di Dio è dentro di voi

disse.

Morire e risorgere non era più un rito simbolico riservato ai faraoni o ai brahmani: era un evento possibile qui e ora, attraverso l’amore, il perdono, il distacco dal mondo.

Il cristianesimo primitivo era un’esoterismo vissuto: la cena, il battesimo, l’unzione erano misteri che trasformavano l’uomo dall’interno.

Ma con il tempo la Chiesa, per necessità storica, esteriorizzò e dogmatizzò ciò che era stato fuoco interiore.

Eppure, nei deserti d’Egitto, nei monasteri del Sinai, nei chiostri medievali, i mistici continuarono a percorrere la via regia: Antonio abate, Giovanni Climaco, Gregorio Palamas, Meister Eckhart, Teresa d’Ávila, Giovanni della Croce.

Parlavano di notte oscura dell’anima, di orazione di quiete, di unione trasformativa. Dicevano la stessa cosa dei maestri zen e dei sufi: alla fine resta solo Dio, e Dio è Amore.

Nel mondo islamico, mentre l’Europa sprofondava nel Medioevo, fioriva il Sufismo. Rūmī, Ibn Arabi, Al-Ghazālī insegnavano che l’uomo è un viaggiatore e che il mondo è una locanda.

Muori prima di morire

ripetevano, eco del memento mori cristiano e del neti neti vedantico.

Attraverso la danza, il dhikr, la poesia, il sufi si annullava nell’Amato fino a dire:

Io sono il Tutto.

Il tawhīd, l’unicità di Dio, non era solo una formula teologica: era l’esperienza vissuta che non esiste nulla fuori di Lui.

Nel Rinascimento l’uomo occidentale ricominciò a guardare dentro di sé con occhi nuovi.

Marsilio Ficino traduceva Plotino e Ermete Trismegisto, e riscopriva la prisca theologia, l’idea che esista una saggezza perenne che attraversa tutte le tradizioni.

Pico della Mirandola scriveva che l’uomo è un grande miracolo, capace di scendere al livello delle bestie o di ascendere al livello degli angeli, perché non ha natura fissa: è co-creatore della propria essenza.

L’alchimia, che allora fioriva, non era solo ricerca della pietra filosofale per mutare il piombo in oro: era, soprattutto, la Grande Opera di trasformare l’uomo grezzo nell’uomo rigenerato, il piombo dell’ego nell’oro dello Spirito.

Il cammino continuò, spesso in forme nascoste. I Rosacroce, i massoni, i teosofi, i martinisti custodirono frammenti di quella sapienza antica.

Jacob Böhme parlava dell’Ungrund, l’abisso senza fondo da cui sorge la manifestazione. Swedenborg descriveva i mondi spirituali con la precisione di un geometra.

Nel Novecento, maestri come Gurdjieff e Rudolf Steiner cercarono di risvegliare l’individuo dal sonno ipnotico della vita quotidiana, ricordandogli che è addormentato e che solo uno shock consapevole può portarlo alla vera veglia.

E oggi?

Oggi il cammino spirituale sembra disperso in mille rivoli: yoga per il benessere fisico, meditazione mindfulness per ridurre lo stress, ayahuasca in Amazzonia, neosciamanesimo nei festival, libri di spiritualità nel reparto self-help.

Eppure, sotto questa apparente frammentazione, c’è ancora lo stesso antico richiamo. L’uomo contemporaneo, più solo che mai, più connesso che mai, sente nuovamente il vuoto al centro del petto.

Le religioni tradizionali spesso non parlano più la sua lingua, ma la domanda rimane. Chi sono io? Da dove vengo? Dove vado?

La risposta, come sempre, non sta fuori. Non sta in un guru, in un tempio, in una sostanza psichedelica. Sta nel coraggio di scendere dentro di sé, di attraversare le proprie ombre, di morire a ciò che si credeva di essere.

Ogni tradizione autentica, alla fine, indica la stessa porta stretta: il silenzio, la presenza, l’abbandono. Quando l’io tace, ciò che resta è l’Essere. E l’Essere è uno, eterno, luminoso.

L’uomo ha camminato per millenni. Ha costruito piramidi e cattedrali, ha scritto Veda e Vangeli, ha girato come derviscio e si è inginocchiato in chiese di pietra. Ha cercato Dio fuori di sé e, alla fine, l’ha trovato dove era sempre stato: nel battito del suo cuore, nel respiro che entra ed esce, nella consapevolezza che osserva tutto questo senza mai essere toccata.

Il cammino non è finito. Non finirà mai, perché ogni anima è un raggio che parte dal Sole e deve tornare al Sole. Ma ogni passo su questa via, anche il più piccolo, anche il più doloroso, è già ritorno. È già casa.

Noi non siamo esseri umani che vivono una esperienza spirituale. Siamo esseri spirituali che vivono una esperienza umana.
Pierre Teilhard de Chardin 

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.