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Dopo l’estate

Dopo l'estate

I venti di fine estate rendono le persone irrequiete.
Sebastian Faulks 

L’estate sta finendo e con essa se ne vanno le giornate infinite di sole cocente, le serate al fresco e i pensieri leggeri che ci accompagnano da mesi.

Cosa significa davvero questo passaggio per la nostra società contemporanea, in cui il tempo sembra dilatarsi e contrarsi a piacimento mentre tutti quanti fingono di non accorgersi che settembre bussa già alla porta con il suo carico di responsabilità, di code in autostrada, di borse della spesa più pesanti e di sveglie che suonano troppo presto?

Eppure, continuiamo a indossare i pantaloncini corti come se il calendario fosse un’opinione e non una tiranna assoluta.

Osservando le persone intorno a sé si nota come ognuno cerchi di prolungare l’illusione di libertà estiva postando su Instagram l’ultima foto in costume sulla spiaggia deserta, mentre in realtà sta già pensando a come giustificare il ritardo al lavoro dopo le ferie.

Questo comportamento collettivo rivela un rifiuto del tempo che passa, una specie di danza rituale in cui il gruppo umano si coalizza contro l’autunno imminente, inventando scuse per un ultimo fine settimana al mare, anche se le temperature iniziano a calare, le onde diventano più irrequiete e i venditori ambulanti di cocco e gelato chiudono le bancarelle con un’aria di resa.

In fondo l’estate non è soltanto una stagione ma una metafora della giovinezza e della spensieratezza, e quando finisce ci costringe a confrontarci con la caducità di tutto ciò che amiamo.

Mentre i filosofi antichi meditavano sull’eterno ritorno e sul ciclo delle stagioni come immagine dell’universo, noi moderni preferiamo comprare un’altra crema solare in offerta e illuderci che il sole non tramonti mai, almeno fino a quando non arriva la bolletta della luce che ci ricorda quanta energia abbiamo sprecato per tenere accesi i condizionatori e i barbecue notturni.

La fine dell’estate è un vero e proprio cambio di guardaroba forzato, in cui gli infradito vengono riposte nel cassetto con un sospiro, i sandali lasciano il posto alle scarpe chiuse e le magliette scollate vengono sostituite da camicie che nascondono i segni del sole.

I corpi che durante l’estate erano esibiti con orgoglio o con vergogna, a seconda dei casi, ora vengono ricoperti come se la pelle stessa dovesse chiedere scusa per aver osato essere libera.

Questo rito vestimentario riflette come la società regoli i corpi e i desideri attraverso i tessuti e i colori, e chi osa indossare ancora il costume a settembre viene guardato con un misto di ammirazione e di compassione, come un sopravvissuto a un’epoca ormai conclusa.

Questo momento di transizione ci invita a riflettere sul concetto di tempo lineare contro tempo ciclico, perché mentre la natura ripete i suoi pattern noi esseri umani viviamo l’estate come un intervallo eccezionale, un’interruzione del normale flusso produttivo, e quando finisce ci ritroviamo a rimpiangere non solo il caldo ma l’idea stessa di poter interrompere la routine.

In realtà. molti di noi durante le vacanze non hanno fatto altro che spostare la routine da un luogo all’altro, portando con sé lo stress del lavoro sotto forma di email da controllare, di telefonate urgenti e di selfie che dovevano dimostrare quanto eravamo felici, mentre in verità eravamo preoccupati di non sembrare abbastanza rilassati agli occhi degli altri.

La fine dell’estate coincide con il rientro collettivo, una specie di migrazione inversa in cui le città si riempiono di nuovo di gente affrettata, i parchi giochi si svuotano, le scuole riprendono a suonare le loro campane e i genitori sospirano di sollievo e di nostalgia allo stesso tempo.

Le strutture sociali si riorganizzano intorno alle stagioni e le istituzioni usano l’estate come valvola di sfogo per poi richiudere il coperchio e rimettere tutti al loro posto.

Chi ha passato le vacanze a contemplare il mare ora deve contemplare lo schermo del computer, chi ha ballato fino all’alba ora deve alzarsi all’alba e chi ha mangiato gelato a colazione ora deve tornare a mangiare yogurt magro.

La società ci vende l’idea dell’estate come tempo di libertà assoluta solo per poi ricordarci che quella libertà era temporanea e pagata a rate, e che il vero valore sta nel ritorno alla normalità.

Le mode estive vengono abbandonate con una rapidità che sconfina nel ridicolo, perché i colori pastello e i motivi floreali che dominavano le vetrine a giugno ora vengono rimpiazzati da toni scuri e da tagli più severi, come se la moda stessa volesse punirci per aver osato essere leggeri.

La leggerezza è considerata un lusso passeggero e la serietà il vero stato naturale dell’essere, e mentre alcuni discutono se l’uomo sia destinato alla malinconia autunnale o alla gioia estiva noi ci limitiamo a mettere la crema solare nel cassetto, a tirare fuori la crema idratante e a lamentarci del traffico che aumenta e delle ferie che sembrano già un ricordo lontano.

La fine dell’estate è anche il momento in cui le relazioni estive vengono messe alla prova, perché i flirt nati sotto il sole devono decidere se sopravvivere all’inverno o dissolversi come la sabbia tra le dita. La società contemporanea è abituata a vivere esperienze a scadenza, come se tutto dovesse avere una data di scadenza stampata sulla confezione.

L’estate ci insegna a godere del momento presente solo per poi farci soffrire quando quel momento finisce, e sappiamo tutti che finirà eppure ogni anno ci lasciamo sorprendere come se fosse la prima volta.

I rituali collettivi cambiano con la stagione, perché le feste in spiaggia lasciano il posto alle cene indoor, le chiacchiere leggere sul tempo diventano discussioni serie sul lavoro e i corpi che erano abbronzati e rilassati ora diventano pallidi e tesi.

Mentre alcuni cercano di resistere organizzando ultimi aperitivi all’aperto altri accettano il destino e iniziano a pianificare l’autunno con liste di cose da fare e di obiettivi da raggiungere.

La stessa società che ci ha incoraggiato a “staccare la spina” ora ci rimprovera se non siamo pronti a ripartire a pieno regime, e chi osa prolungare le vacanze viene accusato di essere irresponsabile mentre chi torna subito al lavoro viene lodato come modello di efficienza.

Questo doppio standard rivela le contraddizioni del nostro sistema in cui l’estate è, allo stesso tempo, sacralizzata e demonizzata.

La fine dell’estate ci obbliga a confrontarci con la dualità umana tra desiderio di libertà e bisogno di struttura, e mentre i grandi pensatori del passato avrebbero scritto trattati su questo argomento noi ci limitiamo a condividere meme sulla fine delle ferie e a ridere amaramente della nostra condizione.

La moda dell’autunno inizia a dettare le sue regole e i negozi riempiono le vetrine di cappotti, di stivali e di sciarpe anche se fuori fa ancora caldo.

Questo anticipo commerciale mostra come la società imponga i suoi tempi artificiali sulla natura e come noi accettiamo di indossare abiti pesanti in anticipo solo perché qualcuno ha deciso che è il momento giusto.

Fingiamo di seguire le stagioni naturali mentre in realtà seguiamo le stagioni del mercato. I comportamenti collettivi sono guidati da forze economiche più che da necessità reali, e il tempo non è solo un fatto naturale ma una costruzione culturale.

Mentre l’estate finisce noi continuiamo a vivere in un eterno presente fatto di promesse di nuove partenze, di nuovi inizi e di nuove delusioni. Le disuguaglianze tornano a galla, perché chi ha potuto permettersi lunghe vacanze in luoghi esotici torna con storie da raccontare e chi è rimasto a casa con il caldo afoso torna con la consapevolezza di non aver cambiato aria.

Le stagioni non fanno distinzioni ma gli esseri umani sì, e tutti quanti parliamo di “estate per tutti” mentre sappiamo benissimo che non è così.

I gesti quotidiani cambiano, perché le passeggiate serali diventano più frettolose, le chiacchiere sotto le stelle vengono sostituite da conversazioni al telefono e i corpi che si muovevano liberamente ora sono costretti in spazi chiusi.

Mentre alcuni si abbandonano alla malinconia altri si rifugiano nell’ironia e ridono di se stessi, degli altri e di quanto siamo ridicoli a lamentarci della fine di qualcosa che sapevamo sarebbe finito. Ridere della propria condizione è un meccanismo di difesa collettivo che permette di affrontare il ritorno alla routine senza crollare.

I gruppi umani usano l’umorismo per gestire le transizioni, e questo umorismo può essere visto come una forma di saggezza che riconosce l’assurdità della vita. Mentre l’estate finisce noi continuiamo a vivere questa assurdità con un sorriso amaro, a preparare le valigie del ritorno, a mettere via i costumi da bagno e a promettere a noi stessi che l’anno prossimo faremo meglio, che gusteremo ogni momento e che non lasceremo che il tempo scorra inutilmente.

Sappiamo già che non lo faremo e che l’anno prossimo saremo di nuovo qui a pensare alla fine dell’estate con la stessa nostalgia, la stessa resistenza e la stessa inevitabile accettazione.

Così il ciclo continua, la società continua a girare, i costumi continuano a cambiare e noi continuiamo a essere umani con tutte le nostre contraddizioni, le nostre illusioni e le nostre piccole ironie quotidiane che ci rendono portatori di un’estate eterna almeno nella memoria e nel desiderio.

Mentre settembre si avvicina, le giornate si accorciano e le ombre si allungano, noi restiamo qui a contemplare questo passaggio con uno sguardo che mescola osservazione sociale, riflessione sul costume e un pizzico di ironia, perché in fondo se non ridessimo di tutto questo non ci resterebbe altro che piangere, e piangere non è mai stato di moda né d’estate né d’inverno.

Così preferiamo sorridere e andare avanti e lasciare che l’estate finisca come deve finire, perché solo così può ricominciare un giorno e solo così possiamo continuare a raccontare storie di sole e di mare e di libertà temporanea e di ritorni inevitabili e di tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta anche quando le stagioni cambiano.

L’ironia ci salva dalla serietà eccessiva e ci ricorda che tutto passa e che tutto ritorna e che alla fine l’unica cosa che resta è la capacità di osservare, di riflettere e di ridere di noi stessi mentre l’estate si congeda con un ultimo raggio di sole, un ultimo soffio di vento e un ultimo pensiero leggero che ci accompagna verso l’autunno e oltre.

I grilli sentivano il dovere di avvertire tutti che l’estate non può durare per sempre.
E. B. White 

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.