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Dizionario zoologico napoletano

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Dizionario zoologico napoletano Ottavio Soppelsa


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L’interfaccia uomo-ambiente che credevamo di aver smarrito

Un mio studente di qualche anno fa, mi chiese se si potesse cambiare Napoli. La mia risposta fu che non c’è nulla da cambiare: c’è da crederci.

Così l’autore, Ottavio Soppelsa, Professore di sistematica e filogenesi animale e di Zoocenosi e conservazione della fauna, presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, conclude la presentazione del suo “Dizionario zoologico napoletano“, D’Auria Editore, acquistabile anche online sul sito dell’editore.

Un dizionario? Ma stiamo scherzando? Qualcuno si è preso la briga di fare una presentazione, addirittura nel Real Orto Botanico di Napoli, di un dizionario?

In realtà non si tratta di un semplice elenco di tassonomia faunistica, per addetti al settore, da consultare all’occorrenza, la sistematica, tra gli esami, è considerato un “mostro sacro” dagli studenti di Scienze naturali, bensì di un racconto, oserei, titanico di storie popolari, modi di dire, arti perdute, mestieri scomparsi ed ovviamente animali.

Si dice spesso che siamo – anche – ciò che mangiamo, ma tale accostamento va ben oltre la nuda biologia: siamo ciò che alleviamo, ciò che peschiamo, ciò che cacciamo ed anche ciò da cui ci difendiamo. Il regno Animalia non solo è fonte di cibo; esso penetra profondamente nelle nostre abitudini, al punto da plasmarne sia il linguaggio che la cultura stessa.

Eppure questa cultura ancestrale, che dovrebbe essere salvaguardata dai massivi mezzi di comunicazione, tende a cadere in disuso per mezzo dell’interfaccia che ormai oggi abbiamo con queste specie: una coltre di anonimi supermercati, prodotti preconfezionati o addirittura precotti che non lasciano spazio alle narrazioni di cacciatori, allevatori e pescatori, i quali del regno animale che ci ha sempre accompagnato, sapevano quasi tutto. Da questo punto di vista il Dizionario di Zoologia napoletano è quasi un sollievo, in quanto archivio delle nostre abitudini, ma soprattutto una memoria collettiva della linea di “separazione” ambiente-uomo.

L’autore cattedratico ha scavato per più di dieci anni negli archivi più insoliti – di grande impatto sono le discariche alimentari dei monasteri campani – per trovare traccia delle specie più comuni, tutt’oggi sulle nostre tavole, che avevano nomi ormai in disuso, reperibili tanto nella commedia dell’arte, quanto nell’epopea pentameronica: un’opera mastodontica di 552 pagine.

Sottolinea Paolo Caputo, direttore del Real Orto Botanico di Napoli, nonché compagno di studi dell’autore, che il testo è paragonabile ad un Wunderkammer: una stanza delle meraviglie.

Anticamente nobili e possidenti avevano l’uso di allestire delle stanze arredate, fin sopra i soffitti, con le più stravaganti ed insolite meraviglie provenienti dal mondo animale, ma soprattutto da mondi lontani. Esemplari impagliati, fossili, mummie, minerali erano i protagonisti di queste sale “lontane”: nel tempo, nella profondità della crosta terrestre, in luoghi quasi inesplorati.

Il Dizionario zoologico napoletano scava affondo nelle culture del passato, tardo medioevali o addirittura greco-romane, proponendosi come archivio antropologico di usanze ormai andate smarrite, ma che formano, a dispetto della nostra volontà, l’humus lessicale che accomuna gran parte del mezzogiorno. Questa maglia archetipica torna a farsi viva ormai solo attraverso antichi modi di dire, tutt’oggi adoperati, proprio come fosse un subconscio che bussa alle porte delle nostre coscienze per mezzo del sogno, del simbolo.

Esempio della ritualità nascosta della pantagruelica abitudine napoletana di divorare il capitone al nenone di Capodanno:

Cosí simile al serpente, nel momento in cui è tagliato a pezzi sovverte la ciclicità dell’urobòro, il serpente che si morde la coda. Tagliare il capitone frantuma il tempo delle notti piú lunghe dell’anno e sconfigge il male.

La commistione tra scienza e antiche culture ci riporta all’epoca d’oro in cui un calamaro gigante era un Kraken ed il pescato del giorno diventava il soggetto perfetto per una natura morta per un pittore naturalista del ‘600 napoletano.
Viviamo ciò che mangiamo.

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