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Divieto di social sotto i sedici anni

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E se domani l’Italia decidesse di copiare l’Australia e vietare i social ai minori di 16 anni, cosa accadrebbe davvero?
Una generazione di adolescenti disperati, privati improvvisamente della loro aria digitale, o piuttosto una crisi di identità collettiva molto più ampia, che riguarda anche gli adulti?

Perché il punto non sono solo i ragazzi. È sempre comodo dire “pensiamo ai giovani”, ma basta guardare meglio per capire che i social, in Italia, sono diventati un ecosistema trasversale, dove convivono adolescenti inquieti, adulti in cerca di conferme e genitori che spesso giocano una partita tutta loro.

Se i social sparissero sotto i 16 anni, non avremmo solo ragazzi che si sentono esclusi dal mondo: avremmo adulti costretti a guardarsi allo specchio.

Gli adolescenti, probabilmente, reagirebbero come hanno sempre fatto davanti ai divieti: con una miscela di rabbia, ingegno e adattamento.

Qualcuno soffrirebbe, certo. Qualcuno si sentirebbe tagliato fuori. Molti penseranno che mentire sull’età non è grave. Ma altri scoprirebbero che il tempo liberato non è necessariamente vuoto.

Il vero problema è che siamo noi a non credere più che un adolescente possa stare senza un social. È una sfiducia culturale, prima ancora che educativa.

Poi c’è un altro silenzio imbarazzante, di cui si parla poco.

Chi guarda le foto degli adolescenti? Chi consuma, commenta, osserva, giudica, salva immagini che non dovrebbero nemmeno circolare?

Un divieto serio metterebbe a disagio non solo i ragazzi, ma anche una platea adulta che preferisce non essere nominata. E quando una norma fa emergere una verità scomoda, la resistenza non viene mai solo dai più giovani.

E arriviamo alle madri.

Non tutte, ovviamente, ma un fenomeno esiste ed è sotto gli occhi di chiunque: madri che ballano con figlie piccole, che costruiscono una narrazione di felicità patinata, di complicità perfetta, di famiglia da copertina, che approvano le loro bambine che impartiscono lezioni di salsa e merengue e non lesinano quando devono comperare prodotti di marca e qualità per i tutorial make-up delle loro principessine.

Se i social sotto i 16 anni fossero vietati, queste madri non smetterebbero di usarli.
Continueranno, ma cambierà il pubblico.

Perderanno le adolescenti che oggi commentano “vorrei una mamma così”, quelle che si confrontano, si sentono inadeguate, misurano la propria vita con quella di un video di quindici secondi.

Resterà un pubblico più adulto, più ristretto, meno suggestionabile. E questo, per alcuni profili, sarebbe un colpo vero.

E poi c’è l’Italia.

L’Italia del “tanto dichiaro il falso”. L’Italia dell’età cambiata, dell’account intestato a qualcun altro, del profilo che ufficialmente non esiste ma in realtà è attivissimo. Sarebbe tragico e comico insieme.

Un Paese in cui tutti rispettano la regola a parole e nessuno nei fatti, salvo poi indignarsi se qualcosa va storto. Un Paese dove il divieto diventerebbe una farsa, non per colpa dei ragazzi, ma per l’esempio degli adulti.

Scusatemi ma mi andava di cadere nei luoghi comuni.

Alla fine, più che una generazione di adolescenti disperati, rischieremmo una generazione di adulti smascherati.

Perché il problema non è se un quindicenne può stare su un social. Il problema è che abbiamo costruito un mondo in cui nessuno, davvero, sa più stare fuori dalla vetrina.

E quando togli la vetrina ai più giovani, scopri che molti grandi non saprebbero più dove guardare.

Autore Gianni Dell'Aiuto

Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.