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DINDONDANTITA

DINDONDANTITA - illustrazione Umberto rgk bogard
DINDONDANTITA - illustrazione Umberto rgk bogard

Non avevo tanta voglia di fare qualcosa e per recuperare, almeno, lo spirito salvifico e la voglia di fuggire, mi ero portata alla riunione di condominio.

Mi aveva ovviamente convinto la figlia della portiera, dicendo che sarebbe venuta anche lei al posto della madre, in quanto inquiline a pieno titolo del parco.

Il motivo del contendere non mi interessa granché. Le luci di Natale.

Da quando siamo diventati irrimediabilmente americani, colonizzati dalla loro cinematografia piuttosto che dal dopoguerra, nemmeno ci si accorge più di quanto poco spazio sia rimasto alle tradizioni dei nonni, non le ricordiamo più, sepolte come sono, da La vita è meravigliosa: per molti ma non per tutti, ahimè.

Insomma, non è che a me non piacciano le feste o quelle cose lì, ma non sono nemmeno una kamikaze della decorazione, una suffragetta della pallina, una stakanovista del presepe. Tra le fissazioni collettive quelle del Natale non mi hanno, non mi avranno mai.

La strategia sta funzionando.

Mariaclara del 4D ha perso il suo primato nel mio cuore alla terza invettiva, poco fantasiosa e decisamente tranchant, contro il colonnello in pensione che non vuole angioletti

pseudogay che dondolano sul portone del suo palazzo.

Ed era una donna che adoravo, perché alla morte del marito era andata a tagliarsi i capelli, invece che al funerale di lui, dicendo che per lei la rinuncia alla chioma e alla femminilità del capello lungo, era il suo personale addio a quell’uomo che era riuscito con levità a infelicitarle la vita. Applausi.

La riunione di condominio sta alzando i toni come nella commedia Friariello a go go, con lo stesso puntuale sganasciamento di dubbio gusto, tra volgarità e assurdità.

Metri e metri di cavi luminosi, in un angolo, aspettano ancora il sì definitivo, in un quorum che si raggiunge ogni anno, con angeli presunti asessuati su tutti i portoni, ad eccezione di quello del colonnello che sfoggia, tra le spire di un festone dorato e rosso, un san Giogio armato per uccidere un drago che vede solo lui.

Colpa del nipote Giuseppe, figlio del figlio, che si chiama come lui, militare pure lui, dichiaratamente gay e adorato come poche cose dal nonno. All’amore non si perdona mai.

Me ne sono andata facendo occhiate complici alla figlia della portiera, vuole diventare drammaturga da tre giorni e segue la lezione di Eduardo, prendendo appunti ovunque. Adesso si starà segnando pure la mia fuga alla chetichella, strisciando lungo il muro.

Aria pura di dicembre. Sono già armata dell’irrinunciabile cappello e sciarpetta e vado verso il Teatro di San Carlo, che vale per me quello che per la Hepburn valeva Tiffany, anche meglio.

Non solo per il mondo dentro la scatola aperta sul boccascena, ma quel lavoro minuzioso a far bello anche il terribile, sistemando prati e piscine costruite sul palco, tirando tende e limando apparecchiature di tavole imbandite, ragionando sulla luminosità di gioielli e su come si vedranno dall’ultima fila del paese di poltrone… mi conquista. Tutta questa cura, una fatica enorme, immane, per uno specchio del mondo, mentre il mondo vero si lascia andare a rotoli.

Al botteghino compro due biglietti per i mie nipoti, ma uno dei due sarà mio. Fingo sempre una malattia del nipote all’ultimo momento, non perché costino meno, anche quello, certo.

Le anteprime per i giovani sono meno care e la mia pensione non mi permette troppe follie mensili, ma è il desiderio di non essere circondata solo da vecchi bacucchi come me… e, diciamolo, il teatro conserva questa platea. Il teatro è l’unica Istituzione in Italia che ci tiene a mantenere i vecchi vivi oltremisura.

La città è in pieno fermento. Mi guardo intorno e vedo solo operai improvvisati e non, al lavoro su impalcature e scale. A montare luminarie, babbi natale, befane bone e non, sequenze di LED sotto imprecazioni di lampadine, e fiumi di odori misti, cioccolato e zucchero a velo, tra pizze e cuoppi fritti.

Una gigantesca riunione di condominio dalla quale è impossibile fuggire: anche i piccoli centri sono popolati da velleità turistiche che finiranno con il rovinar loro la vita.

Ma quando è successo che fuggire da casa propria per infilarsi in folle oceaniche e urlanti che guardano la stessa finestra, lo stesso orologio, lo stesso picco della Tour Eiffel, è diventato sinonimo di avercela fatta nella vita?

Di essere fighi perché tutti nella stessa inquadratura su una pagina, uguale anche quella tra coloro che hanno la stessa età, si sommano sorrisi e parure di trucchi, capelli, gesti ineluttabilmente tutti uguali?

Andrea, mio nipote, il bravo della tecnologia, due giorni fa mi ha mostrato una foto animata, come si dice adesso, di un gruppo con mia mamma e mia sorella Maria, in mezzo a cugini e amici. Una foto di settant’anni fa. Portando, a suo parere, la vita in quella immagine.

Pensava di farmi un piacere. Potevo rivedere e risentire in quel movimento mamma e Maria, certo, ma pure il tempo che era passato ed ora non lo era più. Grazie all’animazione era di nuovo vivo. Così diceva lui.

L’ho ringraziato, tentando di non deluderlo per la sua gentilezza, e di contenere l’orrore per quel movimento che ammazzava l’identità di quelle persone che amo tanto. Di ricordi che ancora ho.

Siamo qualcosa di più del corpo, siamo cose intangibili, che non hanno a che fare con la fisicità, ma con una specie di luce.

Anche il tono di voce, come guardiamo, una serie sconfinata di piccoli gesti, modi di camminare, di sorridere, che vanno oltre la fisicità del gesto, la nostra ARIA. Non sto parlando dell’anima ma dell’ESSENZA, di ciascuno di noi.

Mamma mia Tita, come ti sei fatta vecchia.

Un giovanotto mi acchiappa al volo, mentre a conferma di quanto sopra, rischio l’osso del collo per scansare un Re Magio formato babà, ad altezza uomo, che è stato piazzato nell’angolo della strada.

Il re Magio dipinto malino, mi guarda con l’occhio stupefatto e invece che di rum, sa di pesce fritto, che propone la locanda con terrazza che affaccia sopra la di lui testa.

Questa confusione globale di senso mi disorienta ed insieme al giovanotto, mi aggrappo pure alla speranza di tornare a casa sana e salva. Al bar, con la proverbiale gentilezza dei napoletani, mi trovano un posto un po’ defilato dalla folla per ripigliarmi dallo scontro con Melchiorre/Babà.

Non me la sento di tornare a casa da sola e telefono alla figlia della portiera. Verrà gentilmente a prendermi a riunione finita. Mi intrattengo con questo nuovo giovane amico che mi ha salvato da una brutta caduta, si chiama Simone e fa il microfonista. Lavora alla ripresa dell’Opera che andrò a vedere.

Intanto arriva la figlia della portiera, ed io e Melchiorre Babà, oramai in confidenza, assistiamo estasiati alla nascita di un amore.

Tra luminarie e DINDONDAN quest’anno mio nipote si è giocato il posto accanto alla diversamente giovane Tita, posto che andrà alla figlia della portiera, indubbia vincitrice assoluta del microfono d’oro messo in palio dal cuore di Simone.

Autore Barbara Napolitano

Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è legato alle dirette televisive dedicate a opere teatrali e liriche. Come regista teatrale e autrice mette in scena ‘Le metamorfosi di Nanni’, con protagonisti Lello Arena e Giovanni Block. Per la narrativa pubblica ‘Zaro. Avventure di un visionauta’ (2003), ‘Il mercante di favole su misura’ (2007), ‘Allora sono cretina’ (2013), ‘Pazienti inGattiviti’ (2016) ‘Le metamorfosi di Nanni’ (2019). Il libro ‘Produzione televisiva’ (2014), invece, è dedicato al mondo della TV. Ha tenuto i blog ‘iltempoelafotografia’ ed ‘il niminchialista cinematografico’ dedicati alla multimedialità.