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Diario di un’archeologa, parte terza

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Passo Cento Croci, cippo 1823

Passano in fretta i giorni quassù al Passo Cento Croci. Il lavoro, le urgenze e le necessità dettano il tempo. E, a gran ritmo, procediamo con la realizzazione del parco eolico, più precisamente con lo scavo delle sue fondazioni.

È successa una cosa abbastanza sorprendente alcune settimane fa, due per l’esattezza, dopo lo scorso appuntamento con il diario.

Mentre con l’escavatore avanzavamo sul percorso segnato per arrivare nell’area che accoglierà una delle sei pale eoliche, nascosto tra la vegetazione erbacea, abbiamo scorto su un rilievo acclive, alla quota di circa 1100 metri sul livello del mare, un termine di confine in pietra arenaria.

I termini di confine, o anche detti cippi, erano delle lastre lapidee, in calcare o arenaria, attraverso le quali si demarcavano i limiti territoriali tra regioni, ducati, regni o stati. Ogni lapide era numerata seguendo un ordine di successione rispetto agli altri cippi lungo il tratto di frontiera e le due facce della stele mostravano in alto rilievo, basso rilievo o incisi, gli stemmi rappresentanti i territori adiacenti. Ogni faccia, ogni stemma, erano rivolti al luogo di appartenenza e, ai lati, era segnata la data del posizionamento.

Il nostro cippo, nello specifico, riporta in rilievo i due stemmi e incisi l’anno di collocazione e il suo numero d’ordine. Sulla parte superiore, a ogiva, un solco riproduce il tracciato di confine.

La lapide in questione mostra sulla facciata posta a sud la croce simbolo del Regno di Sardegna, allora sotto l’egida della dinastia sabauda, inglobante anche la Liguria e la Repubblica di Genova; mentre sulla facciata posta a nord è raffigurato lo stemma del Ducato di Parma, allora governato da Maria Luigia d’Austria.

Sui lati sono incisi l’anno di collocazione, 1823 per l’appunto, e il numero quattro a indicare l’ordine di collocazione rispetto agli altri cippi di confine.

La lastra è alta circa settanta centimetri, presenta uno spessore di venti cm e la larghezza delle facciate ne misura circa trenta.

È il 1823 e l’Europa vive una fase di ripristino dell’Ancien Régime in seguito alle sconfitte militari di Napoleone. Il crollo dell’impero napoleonico ha determinato un riassetto della carta politica e geografica italiana. La Repubblica di Genova viene annessa al Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele I, il Ducato di Parma Piacenza e Guastalla assegnato a Maria Luigia, moglie di Napoleone e figlia dell’imperatore asburgico Francesco I, mentre la Lunigiana viene nuovamente spartita tra Modena, Firenze, Parma e Torino.

La nostra area, comprensiva del valico di Cento Croci, diventa il punto di frontiera tra il Ducato di Parma e il Regno di Sardegna.

È così che, da un cantiere civile o archeologico, si può finire catapultati in un angolo di storia che in maniera trafelata riesce a farci viaggiare nel tempo, a riviverne i percorsi e il senso.

Davanti alla lapide, sorpresa e trasognante, sono improvvisamente nel 1823, con un piede nel Ducato di Parma e l’altro nel Regno di Sardegna.

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Marilena Scuotto
Marilena Scuotto nasce a Torre del Greco in provincia di Napoli il 30 luglio del 1985. Archeologa e scrittrice, vive dal 2004 al 2014 sui cantieri archeologici di diversi paesi: Yemen, Oman, Isole Cicladi e Italia. Nel 2009, durante gli studi universitari pisani, entra a far parte della redazione della rivista letteraria Aeolo, scrivendo contemporaneamente per giornali, uffici stampa e testate on-line. L’attivismo politico ha rappresentato per l’autore una imprescindibile costante, che lo porterà alla frattura con il mondo accademico a sei mesi dal conseguimento del titolo di dottore di ricerca. Da novembre 2015 a marzo 2016 ha lavorato presso l’agenzia di stampa Omninapoli e attualmente scrive e collabora per il quotidiano nazionale on-line ExPartibus.