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Della dinamicità e staticità dell’arte

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'Martirio di sant’Orsola' Michelangelo Merisi da Caravaggio


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Negli ultimi decenni dello scorso millennio il concetto di arte si è molto ampliato, mettendo soprattutto in discussione il ruolo dell’artista, non più da considerare come un essere geniale ispirato dalle muse, illuminato dal sacro fuoco, ma persona normale.
Di conseguenza, anche la stessa arte subisce un processo di normalizzazione, comincia ad utilizzare materiali prima non tenuti in considerazione, presi dai rifiuti, o dalla riva degli oceani.

Come sempre succede, però, se andiamo a dilatare troppo i confini di un concetto, questo perde la sua specificità; se tutto è arte, rischiamo di validare anche l’assunto opposto, ovvero che nulla sia arte.

Da parte mia, ho un personalissimo concetto dell’arte, estendendola a tutto ciò che esprime bellezza, in qualsiasi campo, anche quelli non tradizionali.

Bellezza intesa secondo i canoni della filosofia estetica, come sensazioni ed emozioni piacevoli provocate da quello che percepiamo attraverso i sensi, in modo non mediato, primordiale.

Secondo la mia accezione, tutta la bellezza che non sia naturale, come quella di un tramonto, di un paesaggio, ovvero tutta quella prodotta da un essere umano, è arte.

In un’opera d’arte, dunque, si instaura un dialogo tra l’artista e chi fruisce della sua opera, dove il primo si esprime attraverso l’oggetto della sua creazione e il secondo applica le sue categorie all’oggetto stesso.

Si instaura, così, uno scambio ermeneutico tra oggetto e soggetto dell’arte, tra l’opera e chi la osserva. Questo ci porta al concetto di dinamicità dell’arte stessa, che si può applicare sia all’oggetto che al soggetto, e che si collega al suo opposto, quello di staticità, che però può essere solo una caratteristica dell’opera.

L’opera d’arte, in sé, è sempre qualcosa di statico. Un testo, una scultura, un dipinto, cristallizzano il pensiero dell’autore in un’espressione fissa dello stesso.

Anche se la visione dell’autore nel corso del tempo ha una naturale evoluzione, la sua estrinsecazione visibile lo blocca ad un momento preciso, non rende conto di questa sua possibile e probabile evoluzione.

Presumibilmente un autore scriverebbe lo stesso romanzo in modo diverso un anno dopo, o anche solo il giorno successivo a quello in cui mette fine al processo creativo.

Sia chiaro, questo non vuole sminuire l’opera, né tantomeno l’artista. Anche se fissata in una forma che resta immutabile, l’arte esprime una bellezza catturata da una soggettività spesso geniale, ne esprime l’universalità in modo originale.

In questo risiede, dunque, la caratteristica di staticità dell’oggetto dell’arte, che non ne riguarda, invece, il soggetto.

L’interpretazione di un’opera ha una forte soggettività, che spesso può travalicare le intenzioni di chi l’ha realizzata. Quando leggiamo un libro in qualche modo proiettiamo qualcosa di nostro, sovrapponiamo il nostro pensiero a quello dell’autore. In altre parole, interpretiamo.

Non esiste mai un linguaggio simbolico senza ermeneutica; là dove un uomo sogna e delira, un altro uomo si fa avanti per interpretare.
Paul Ricoeur

Tra il messaggio emesso e quello ricevuto esiste sempre un’asimmetria; il grado di asimmetria varia in base al destinatario.

Lo stesso messaggio artistico, dunque, è diverso per ogni persona che lo interpreta, in qualche modo il nostro “sguardo” lo rende unico.

Ma non solo. La stessa persona, in momenti diversi, può variare la sua percezione.

Se leggo un libro la prima volta mi lascerà qualcosa; riflessioni, emozioni, bellezza, in base alla mia disposizione del momento. Quello stesso libro mi darà altro se lo rileggerò a distanza di uno o dieci anni, in virtù di una mia diversa disposizione.

Se mi soffermo ad ammirare un quadro di Caravaggio in un particolare frangente, questo mi suggerirà particolari sfumature di bellezza, di emozione. Potrò soffermarmi su un determinato particolare piuttosto che su altri. Tutto questo sarà sicuramente differente ogni volta successiva che mi capiterà di rivederlo.

Anche se il dipinto resta quello per sempre, ne cambierà la mia percezione ogni volta che lo guarderò.

Un dipinto, un libro, sono sempre uguali a loro stessi, sono statici, anche se li possiamo accostare alla cosa in sé kantiana. In virtù di quella asimmetria comunicativa di cui parlavamo poc’anzi, nessuno interpreterà mai il messaggio dell’artista in maniera perfettamente uguale a quella che era l’intenzione iniziale; ne avremo infinite possibili soggettive interpretazioni fenomeniche.

Esistono, però, forme di arte che uniscono alla staticità dell’oggetto una dinamicità dello stesso.

È il caso del teatro.

Sebbene il copione di un dramma, di una commedia sia lo stesso, resti fissato nella sua forma, la sua messa in scena gli conferisce una dinamicità preclusa ad altre forme espressive.

Una stessa opera diretta da registi diversi avrà necessariamente il personale taglio interpretativo del singolo regista, dando allo spettatore una versione mediata dell’originale, un soggettivo scarto asimmetrico rispetto all’intenzione autoriale.

Ma la dinamicità del teatro va oltre. Anche se dovessimo assistere per due volte alla stessa pièce, con la stessa regia, con gli stessi attori, anche a distanza di uno o pochi giorni, vedremmo due performance diverse.

Questa volta la dinamicità non è solo legata al soggetto, ma al fattore umano che in qualche modo rende unico, ogni volta, anche l’oggetto. Il tono, l’inflessione della voce, la postura, la comunicazione non verbale di chi è sul palco, unica ogni volta, daranno a quello che stanno recitando il dono della dinamicità.

Qualche mese fa, in un’intervista rilasciata in esclusiva ad ExPartibus, la bravissima e profonda Vanessa Gravina ebbe a dire:

Spesso, quando lavoro con bravi attori partenopei, come in questo caso Geppy Gleijeses e Leandro Amato, ho la sensazione che la rappresentazione sera dopo sera non sia mai uguale a se stessa, risultando assolutamente reale, come se il teatro coincidesse con la vita vera che si sta vivendo sul palco.

Non c’è mai nulla di sovrastrutturato, fittizio, preparato, predisposto, ma ogni volta si celebra ciò che accade in quello specifico istante ed è fantastico, perché ti sorprende in scena, ti consente di non annoiarti e di trovare, ogni volta, una via d’uscita nuova; diversamente, il teatro finirebbe con il perdere inevitabilmente la forma d’arte, per diventare, invece, ripetitivo e automatico.
Vanessa Gravina

L’attrice faceva proprio riferimento a questa peculiarità del teatro, alla sua intrinseca dinamicità, senza la quale smetterebbe di essere arte o, almeno, di essere teatro.

Dinamicità che troviamo anche nella musica.

Se le melodie immortali di mostri sacri come Mozart o Beethoven sono statiche nella loro forma di spartito, in ogni esecuzione delle stesse sono rese uniche dal fattore umano.

Se sostituiamo al regista il direttore d’orchestra, agli attori i musicisti, vale lo stesso discorso fatto per il teatro.

Non temendo la commistione tra sacro e profano, che, in fondo, sono la stessa cosa, ci sovviene un ricordo di diversi anni fa. Un allenatore del Napoli, Rino Marchesi, appassionato di musica classica, in un’intervista raccontò come fosse in grado di individuare il direttore d’orchestra dalle primissime note della quinta sinfonia di Beethoven, cosa decisamente possibile in chi è semplicemente appassionato e dotato di orecchio, assolutamente comune in chi è invece musicista.

In definitiva, la dinamicità dell’arte risiede nel fattore individuale; quello dell’artista, capace di cogliere la bellezza e trasmetterla, seppur fissandola necessariamente in una forma statica; quello di chi interpreta questa staticità, restituendo ogni volta l’unicità all’opera; di chi semplicemente contempla l’arte, filtrandola con la sua irripetibile e contingente soggettività.

Fattore individuale che possiamo individuare in quello umano.

Sì, è l’uomo misura e veicolo di bellezza. Ed è questa capacità di cogliere e diffondere la bellezza che è progressivamente sterilizzata dalla società contemporanea, in una costante anestetizzazione culturale, emozionale ed estetica delle masse.

Uno scenario tale da farci affermare che in un mondo in cui lo squallore dilaga, dove l’assuefazione alle brutture è sempre più totale, l’unica possibile rivoluzione è proprio la bellezza.

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