Ci sono tante Massonerie.
E ci sono tante Chiese nella Chiesa.
Questa è una di quelle che mi piace meno.
Non perché non abbia il diritto di avere una dottrina.
Non perché debba rinunciare alle proprie regole.
Non perché qualcuno possa pretendere che una Chiesa rinneghi ciò in cui crede.
Ma perché stavolta parliamo di un uomo morto. A Bordighera.
Un uomo che, nella sua vita, aveva scelto anche la Massoneria. Era stato Maestro Venerabile. Aveva percorso un cammino nel quale altri uomini, come lui, cercano – ciascuno a modo proprio – di comprendere, migliorarsi, lavorare sulla propria pietra.
E quando è morto, quella scelta è diventata sufficiente per impedirgli di avere un funerale in chiesa.
Legittimo?
Forse sì, se guardiamo alle norme.
Ma io mi chiedo se tutto ciò che è legittimo sia necessariamente anche giusto.
E, soprattutto, se sia evangelico.
Perché ci sono cattolici che sono massoni.
Non lo dico per provocare. È un fatto.
Ci sono uomini che frequentano una loggia e continuano a pregare. Che credono in Cristo. Che vanno a Messa. Che cercano Dio.
Uomini che magari non hanno risolto tutte le proprie contraddizioni – chi le ha risolte? – ma che non hanno smesso di sentirsi cristiani.
E molti di loro, probabilmente, hanno preso sul serio una delle parole più difficili che Gesù abbia pronunciato:
Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.
Una frase semplice.
Talmente semplice da essere terribile.
Perché amare chi ci ama è facile.
Amare chi non comprendiamo è già più difficile.
Amare chi consideriamo nell’errore è quasi una prova iniziatica.
E amare qualcuno quando non condividiamo nulla del suo cammino significa forse avere finalmente compreso qualcosa dell’amore.
Gesù non disse: amatevi quando siete d’accordo.
Non disse: amatevi purché apparteniate alla stessa comunità.
Non disse: amatevi quando avete superato l’esame di appartenenza.
Disse di amarci.
E basta.
Naturalmente la Chiesa ha le sue regole.
La Massoneria ha le sue.
Le istituzioni hanno i loro confini.
Ma esiste un momento nel quale tutte queste costruzioni umane dovrebbero ricordarsi della fragilità dell’uomo.
Quel momento è la morte.
Davanti a una bara, io non riesco più a vedere il cattolico, il massone, il credente, il non credente, il Maestro Venerabile, il profano.
Vedo un uomo.
E penso a quanto sia breve tutto ciò che ci sembra così importante mentre siamo vivi.
Le discussioni.
Le appartenenze.
Le definizioni.
Le scomuniche.
Le tessere.
Le obbedienze.
Alla fine resta una bara.
E resta la domanda che ciascuno di noi, prima o poi, dovrà affrontare.
Che cosa abbiamo fatto dell’amore che ci è stato affidato?
Io non so quale sia la risposta della Chiesa.
So quale sarebbe la mia.
Se un uomo che ha creduto in Dio ha attraversato la sua vita cercando la Verità, anche passando attraverso una strada che io non condivido, davanti alla sua morte non gli chiederei da che parte stava.
Gli starei accanto.
Perché forse il vero confine non passa tra Massoni e Cattolici.
Passa tra chi riesce ancora ad amare e chi ha dimenticato come si fa.
E questa, per un massone qualsiasi, è una domanda molto più difficile di qualsiasi rituale.
Davanti a una bara, non siamo più avversari.
Siamo soltanto uomini.
E, forse, è proprio lì che comincia la parte più difficile del nostro lavoro.
Autore Hermes
Sono un iniziato qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.













