Forse non è tutta colpa degli smartphone, però…
I dati, che chiunque può trovare online, dicono intanto una cosa semplice: in Croazia, all’avvio dell’anno scolastico 2025/26, oltre 4.000 bambini hanno ottenuto il rinvio dell’iscrizione in prima elementare.
Tradotto: circa il 10,03% dei potenziali “primini”, o remigini, quando la scuola iniziava il 1° ottobre, non è entrato in classe, ma resta un altro anno nella scuola dell’infanzia. Lo riportano testate locali che citano il sistema nazionale di iscrizioni 4.138 su 41.264, più altri casi in valutazione.
Da anni, le indicazioni sanitarie vanno nella stessa direzione: l’OMS raccomanda poco o nulla schermo sotto i due anni e forti limitazioni nei 2 – 5 anni; l’AAP, pediatri USA, ribadisce limiti stringenti e uso guidato dagli adulti; persino la Svezia, nel 2024, ha pubblicato indicazioni chiare: niente schermi sotto i due anni, poi tetti orari crescenti ma sempre prudenti.
Non demonizzazioni, ma igiene digitale e prevenzione.
Da tempo Manfred Spitzer, psichiatra e neuroscienziato, autore di ‘Digital Dementia’, lancia il suo messaggio: l’uso precoce e massivo di media digitali non migliora gli apprendimenti e può interferire con processi cognitivi in formazione. È una posizione discussa, ma il campanello c’è.
Se dieci bambini su cento non entrano in prima elementare perché ritenuti “non pronti” – immaturità socio-emotiva, difficoltà di attenzione, grafomotricità debole, ecc. -, dobbiamo interrogarci.
Gli insegnanti croati segnalano proprio questi fattori: attenzione che “salta”, scarsa motricità fine, immaturità emotiva e sociale.
È la fotografia che precede l’alfabeto, prima ancora dei quaderni: bambini che faticano a fare un disegno con matite e pastelli, a reggere postura e compito, a stare “nel tempo” della classe.
Ma è solo colpa dei cellulari?
Probabilmente no. Ma i dubbi ci sono.
Gli studi più seri non parlano ovviamente di un colpevole unico. Ma associano il troppo schermo – soprattutto passivo, serale, non mediato – e peggior sonno, attenzione più fragile, linguaggio più povero, meno gioco attivo e manualità.
In parallelo, segnalano che qualità dei contenuti, coinvolgimento dei genitori e tempo complessivo contano moltissimo.
Ci sono anche altri fattori che non possiamo ignorare ad iniziare dalla famiglia: tempi compressi, meno presenza, routine serali sballate. Influisce l’ambiente: poco gioco all’aperto, meno movimento, meno “mani sporche e ginocchia sbucciate” e più intrattenimento passivo.
Sembra che a scuola i bambini incontrino carichi crescenti, organici e spazi non sempre adeguati all’inclusione. Aggiungiamo bisogni educativi speciali. Ma servono risposte organizzative che non sempre arrivano in tempo. La stessa Croazia apre nuove classi speciali.
Da noi il rinvio è possibile in casi di non idoneità psicofisica certificata, ma i numeri – per quanto sparsi – risultano molto più bassi del 10% croato.
La regola resta l’ingresso a sei anni; il rinvio è l’eccezione e passa da valutazioni medico-psicologiche condivise con la scuola. Non siamo, insomma, almeno ufficialmente in quella situazione, ma il segnale merita attenzione.
E chiediamoci quante famiglie preferiscono mandare un bambino non pronto a scuola per non escluderlo, deluderlo, fargli provare traumi o, semplicemente, non averlo a troppo a casa; o non vogliono ammettere ci siano problemi veri. Non mentiamo a noi stessi.
Qualcuno sembra sostenere che è la scuola non è pronta per i bambini, ma sono i bambini a non essere pronti per la scuola.
E dietro quel ritardo non ci sono solo diagnosi e referti: spesso ci sono genitori, che, per quieto vivere, hanno preferito un tablet a un libro, un cartone a un gioco all’aperto, il silenzio di uno schermo al rumore delle domande.
Il problema non sono i piccoli che non sanno tenere in mano una matita, ma i genitori che non sanno più togliere di mano un cellulare.
Sento già chi dice:
io sono diverso;
il mio bambino non è così;
io lo controllo.
Va bene, vi credo. Ma prima di rispondere, riflettiamo un attimo. E comunque non è da solo in classe.
Autore Gianni Dell'Aiuto
Gianni Dell'Aiuto (Volterra, 1965), avvocato, giurista d'impresa specializzato nelle problematiche della rete. Di origine toscana, vive e lavora prevalentemente a Roma. Ha da sempre affiancato alla professione forense una proficua attività letteraria e di divulgazione. Ha dedicato due libri all'Homo Googlis, definizione da lui stesso creata, il protagonista della rivoluzione digitale, l'uomo con lo smartphone in mano.













