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‘Così è (se vi pare)’: intervista Polizzy Carbonelli – Lorenzi

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Riccardo Polizzy Carbonelli e Marina Lorenzi


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La celebre coppia di attori debutta al Teatro Ghione di Roma il 28 novembre con la splendida pièce di Pirandello

Debutterà giovedì 28 novembre, ore 21:00, presso il Teatro Ghione di Roma, dove sarà in scena fino all’8 dicembre, la pièce Così è (se vi pare) di Luigi Pirandello, per la regia di Francesco Giuffrè, con Riccardo Polizzy Carbonelli, Marina Lorenzi, Martino Duane, Caterina Gramaglia, Riccardo Ballerini, Alessandra Scirdi, Marial Bajma Riva, Marco Usai e Ilaria Serrato.

Scene Fabiana De Marco, costumi Anna Porcelli, musiche Ràphael Beau, luci Luca Palmieri, assistente alla Regia Ilaria Serrato, produzione Teatro Ghione.

Una delle più significative commedie del drammaturgo siciliano sul dramma della vita e sulla sua vacuità: l’impossibilità di determinare un’unica verità, ambienti provinciali e borghesi dominati da illazioni, ambiguità e pettegolezzi, profondo dolore che conduce alla pazzia, mentre di continuo si indossano maschere per celare la propria vera natura umana, adattandola ai dettami imposti dalla società contemporanea.

Ci rivolgiamo ai due protagonisti, Riccardo Polizzy Carbonelli e Marina Lorenzi, rispettivamente nel ruolo di Ponza e Frola, per avere qualche dettaglio su questa imminente messa in scena, che, almeno per la stagione 2019 – 2020, sarà rappresentata solo nella sala romana, in attesa che sia definita una possibile circuitazione nella prossima stagione.

Partiamo da Polizzy Carbonelli.

Riccardo quale lavoro è stato fatto sul testo e sulla scrittura dovendo ridurlo ad otto personaggi, compito di per sé difficilissimo soprattutto perché ci si scontra con il linguaggio di Pirandello, che ha una costruzione grammaticale inconfondibile ed unica? Quanto l’adattamento è fedele all’originale e in cosa diverge, ammesso differisca?

Oltre a rispettare lo stile così peculiare di Pirandello, assieme al regista, Francesco Giuffrè, si è cercato di mantenere inalterati soprattutto gli equilibri tra il mondo maschile, che all’epoca, socialmente deteneva “L’Autorità”, e quello femminile, motore e propulsore di molte vicende, spesso, per necessità, abituato ad esprimersi in maniera sotterranea ma capace, al momento opportuno, di sapersi imporre, pur non avendo ancora un’attestazione per questo… “esercizio”.

Sul linguaggio di Pirandello, così meticolosamente abile nello “svelare” lentamente gli accadimenti, a parte alcuni tagli necessari, nei pochissimi interventi eseguiti, si è rispettata la sua architettura. Un plauso al regista anche per la capacità di redistribuire le battute, tanto da non sentire la mancanza degli “assenti”.

Nelle nostre intense chiacchierate sul premio Nobel abbiamo sempre convenuto sul fatto che Pirandello si “respiri”. Qual è l’essenza di questa commedia per te? Quali sensazioni racconti interpretando Ponza?

Questa commedia tratta di due Verità svelate… man a mano che si contraddicono.
Per il mio personaggio, Ponza, il desiderio di vedere rispettata la sua vita privata, senza esserne giudicato, se non per il suo lavoro di Segretario Comunale, è così sacro da vedersi costretto a… “giustificarsi” di fronte ad una “comunità” curiosa, morbosa e annoiata.

Il desiderio di protezione, soprattutto della suocera, fin dal primo momento, in tutte le edizioni che ho visto, mi ha sempre colpito. Abbiamo lavorato su questo aspetto che è interessante e determinante, a mio modesto avviso.

L’autore non dice, ma svela appunto, e lo fa solo alla fine, fornendo, via via, sempre più ingredienti che ingarbugliano e, al tempo stesso, fanno parte del ragionamento che il geniale drammaturgo induce negli spettatori tramite l’interprete. Come ti sei approcciato a Ponza, tenendo in mente che la tua recitazione deve solo accennare situazioni ed emozioni senza però anticiparle?

Ovviamente! È un difficilissimo e delicato esercizio nel dover continuamente calibrare le energie dei vari stati d’animo. Non c’è spazio per il “trasporto emotivo” del momento: bisogna stare sempre all’erta!

È la prima volta che sei diretto da Francesco Giuffrè; che tipo di indicazioni ti ha dato per inquadrare al meglio e mettere in scena un personaggio che vive in un contesto fitto di pettegolezzi borghesi, necessità di omologazione, esasperazioni grottesche, illusione della conoscenza e rottura del naturalismo per far posto all’immaginazione?

La presenza di Francesco Giuffrè è stata la garanzia di sapere che non avremmo partecipato ad un allestimento “borghese” nel senso classico. È stato molto interessante confrontarmi con lui su molti aspetti e poi affidarmi. Sarebbe stato assurdo il contrario.
È una persona che sa ciò che vuole, ma aperto ai suggerimenti e alle idee che possono nascere al momento. Lavora sulle “situazioni” creando atmosfere e suggestioni capaci di intrigare ed anche di alleggerire. Interessantissimo. Umanamente è raffinatissimo e dotato di una sensibilità artistica non comune: figlio di cotanto padre, aggiungerei.

Passiamo ora a Marina Lorenzi.

Un debutto speciale nella sala fondata nel 1980 dall’immensa Ileana Ghione con cui hai lavorato per anni, in tanti spettacoli diversi, molti dei quali proprio di Pirandello. Cosa ti ha lasciato questa grande artista a livello professionale, ma soprattutto umano? Quale il suo più grande insegnamento di vita?

La perseveranza e la forza di lottare come Donna contro ogni forma di avversità. Professionalmente, la precisione: niente è dettato dal caso, in Teatro.

Come ti sei preparata per il ruolo della Signora Frola, così ricco di sfumature, imperniato su di un rapporto morboso tra suocera e genero, in cui l’uno parla con amore e compassione della pazzia dell’altra, e in cui la trappola della famiglia è onnipresente?

Lasciandomi trasportare da quello che il regista ha costruito intorno a me e concentrandomi sul rapporto Frola / Ponza, morboso, è vero, ma immaginandoli come due naufraghi che si proteggono a vicenda.

Risultare credibile in una parte in cui si recita al limite tra “un fantasma che ha la stessa consistenza della realtà”, la “consapevolezza della finzione” e “una verità non importa quale; pur che sia di fatto categorica” deve essere difficilissimo. Che tipo di lavoro hai dovuto fare su te stessa prima e sul testo poi per trovare il giusto equilibrio per rendere appieno la psicologizzazione così complessa di Frola?

Con le prove cosiddette “a tavolino”, passo fondamentale per trovare significati e sfaccettature nel testo e, di conseguenza, nei personaggi, avviene il primo passaggio utile alla comprensione e assimilazione. Sul tipo di lavoro svolto sul personaggio cerco sempre la “Verità” nei sentimenti e nelle situazioni per cercare una immedesimazione utile a farmi capire e poi vivere vari stati d’animo, cercando di evitare le soluzioni più scontate.

Cosa arriverà di tutto questo, non lo so perché il parto deve ancora avvenire, tutto è soggetto ad elaborazione e verifica continua: aspettiamo la “Prima”! 

Curiosità, inganno, ambiguità, mistero, ipocrisia sono solo alcune delle parole chiave di quest’opera, in cui ogni versione raccontata sembra essere quella vera; alla fine risulta impossibile riconoscere quale sia la verità assoluta e ognuno, in base alla maschera che indossa, può dare la propria personale interpretazione. Ma è anche il racconto di un dramma, di un esilio forzato a causa di un devastante terremoto che ha lasciato dietro di sé vittime e macerie, con i sopravvissuti che cercano di farsi accettare in una tranquilla cittadina di provincia che, sconvolta dal loro arrivo, li respinge. Nel recitarlo, quanto fortemente hai avvertito la sua attualità?

Sono due esseri umani che non vengono accettati proprio perché diversi. Non riconducibili alla morale corrente in cui si… “giudica dalle apparenze”, come dice la Signora Frola e, conclude “abbiamo ognuno le nostre debolezze e bisogna che ce le compatiamo a vicenda”.

Lasciamo la conclusione al nostro Riccardo Polizzy Carbonelli.

Ritrovarsi sulla scena dopo tanto tempo trascorso a lavorare con altri e scoprirsi ancora capaci di “intenderci”, “capirci” e proteggerci sulla scena è emozionante, come se avessimo smesso soltanto l’altro ieri. Sicuramente questa esperienza non resterà un evento fine a se stesso. Personalmente io, la considero una molla per continuare e riproporci, magari sempre al Teatro Ghione, in un certo senso la nostra casa, ma con responsabilità diverse, rispetto al passato, oppure altrove, ma sempre come coppia teatrale.

Non che il Cinema o la Televisione non ci interessino, ma sarebbe ancora più difficile, necessiterebbero di un “progetto” mirato e di qualcuno che ce lo affidasse. In teatro siamo collaudati e, sicuramente, più conosciuti e poi è il nostro primo Grande Amore, dove siamo cresciuti, ci siamo conosciuti e, a nostra volta, innamorati.

Lavorare oggi, per un attore, è difficilissimo, in teatro lo è ancora di più. Troppo poco interesse e sovvenzioni, spesso capestro, per il teatro privato. Lo facciamo sulle nostre forze, soffrendo e gioendo, senza arricchire il portafoglio, ma arricchendo la nostra anima: sembra poco… ma è Tutto!!!

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Lorenza Iuliano

Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.