Dal cervello che elabora impulsi alla mente che genera pensieri. Un viaggio fino al mistero della coscienza
Mai come oggi l’umanità attraversa un tempo di incertezze profonde, mettendo in dubbio il senso del pensiero umano, delle emozioni che lo guidano e delle aberrazioni che ne derivano.
È un’epoca in cui sembra farsi sempre più forte il desiderio di annientare l’altro.
Oltre alle molteplici cause di instabilità che alimentano centinaia di conflitti armati nel mondo, i più recenti eventi in Medio Oriente e la guerra russo-ucraina paiono oltrepassare ogni ragione umana.
Umana nel senso più autentico: quella condizione di vita fondata sul rispetto del reciproco diritto di esistere in pace, nella libertà che non lede quella altrui.
Sorge allora una domanda:
da quale processo cognitivo l’intelletto umano trae scelte tanto devastanti, rievocando minacce che potrebbero degenerare sino all’estinzione della vita sul pianeta?
Non è chiaro quale meccanismo percettivo e razionale conduca a scelte tanto distruttive, fino a destinare enormi quantità di denaro all’armamento nucleare evocato come deterrente, in un paradossale tentativo di evitare la guerra
Denaro che potrebbe rendere il mondo un paradiso per tutti e che invece lo condanna al perpetuo timore. Denaro che renderebbe felici di vivere dove si nasce, anziché fare della nascita una disgrazia accaduta in nome di chissà quale destino.
Come se nascere fosse un po’ come giocare a dadi: da 1 a 6 vieni al mondo tra la spazzatura, da 7 a 12 dove si respira aria buona. E con questi lanci ciascuno di noi viene catapultato dove capita, perché nascere non è un merito, ma un caso.
Qualcuno di noi ha forse potuto scegliere da quali ovuli e spermatozoi essere concepito, o il luogo dove venire al mondo?
Ad alcuni capita di vivere lontano da guerre e dittature che massacrano i propri cittadini a colpi di fame, povertà e prigioni per chi esprime opinioni contrastanti. Ad altri è destinata un’esistenza più comoda, lontana dai dolori del mondo.
Ciò detto, è innegabile che l’umanità, prima o poi, vuole la guerra, o almeno sente il bisogno di combattere, per qualsiasi ragione: territoriale, politica, ideologica, religiosa o economica. E sempre, alla fine, si confronta nel sangue.
La storia ci insegna migliaia di guerre combattute per creare imperi, conquistando territori e massacrando popolazioni.
È curioso come nei libri di storia si raccontino le grandi conquiste e si ometta che, per molti soldati, violentare le donne e le bambine dei vinti sia stata una delle “ricompense” più ambite.
Una violenza nella violenza, rimossa dalla memoria ma impressa nella coscienza dell’umanità, che ancora oggi riaffiora nei crimini documentati delle guerre contemporanee.
La violenza, oggi, non è più un’eccezione, ma un fatto quotidiano: dalle risse tra adolescenti che si sfidano per mera rivalità di gruppo, alle uccisioni per futili motivi, fino ai femminicidi scatenati da impulsi d’ira cieca.
Persino lo spettro di una guerra atomica, che significherebbe la distruzione quasi totale della specie umana, sopravvissuta per circa 300.000 anni, e la contaminazione del pianeta, appare ormai percepito come un rischio remoto al quale rassegnarsi, a tratti persino banalizzato.
Come se fosse un gioco strategico, un “Risiko” globale, parte dell’agire abituale in una modernità armata fino ai denti con armi a tecnologia avanzata, alcune in grado di lanciare anonimi attacchi, altre capaci di annientare gli esseri viventi di un intero continente premendo un solo bottone.
Da dove provengono, allora, questi impulsi?
Come possono uomini e donne con potere decisionale orientare i destini del mondo verso scenari di distruzione, costringendo altri a reagire nella stessa spirale?
La domanda resta inquietante: con quale coscienza il genere umano riesce a considerare l’annientamento come possibilità concreta, anche se appare come l’esito estremo?
In filosofia la coscienza viene definita come la qualità fenomenica dell’esperienza, i qualia: non riconosciamo solo un colore o un suono, ma viviamo un’esperienza soggettiva e qualitativa di come percepiamo il mondo dall’interno della nostra coscienza.
Coscienza, mente e cervello sono il mistero che ci rende umani. Rimane però inspiegabile perché, in certi casi, la coscienza scelga di piegarsi all’interesse individuale invece che al bene collettivo, che dovrebbe esserne il fine ultimo.
L’interazione tra queste tre entità, da sola, non basta a spiegarne le ragioni. Sopra di esse possono agire deviazioni profonde come la prevaricazione, l’egoismo, l’egocentrismo e, non da ultimo, una cattiveria malsana che trova piacere nel dolore inflitto.
Al di là di ciò, l’analisi dei singoli componenti aiuta a chiarire i tratti che orientano il comportamento umano, ma rimane insufficiente a spiegare certe scelte individuali, soprattutto quando il fine ultimo non coincide con il bene dell’umanità.
La coscienza orienta le scelte, dà unità alle azioni, permette di distinguere il bene dal male. È il timoniere del nostro agire, mentre l’inconscio lavora come un motore silenzioso in sottofondo.
Grazie ad essa possiamo riflettere sul passato, immaginare il futuro, assumere responsabilità.
Il cervello, con miliardi di neuroni e connessioni, è la struttura che rende possibile la coscienza.
Le neuroscienze mostrano come la corteccia prefrontale e il sistema limbico siano centrali nella percezione di sé, nelle emozioni e nei processi decisionali.
Spesso confusi, mente e cervello non coincidono. Il cervello è l’hardware: neuroni, sinapsi, impulsi elettrici.
La mente è il software: pensieri, linguaggio, memoria, immaginazione.
La coscienza rappresenta il livello più alto della mente: l’attività cerebrale trasformata in esperienza soggettiva, vissuta e consapevole. Tuttavia, non è sempre orientata al bene e non è un correttivo automatico della mente.
Cervello, mente e coscienza formano un triangolo dinamico: il cervello fornisce la struttura, la mente la funzione, la coscienza il significato.
È questo intreccio a renderci umani, a permetterci non solo di sopravvivere, ma di interrogarci sul senso stesso dell’esistenza.
Rimane però aperto il dibattito su un enigma: come può l’attività elettrochimica di cellule nervose trasformarsi in esperienza vissuta?
È il cosiddetto hard problem of consciousness, che continua ad affascinare filosofi e scienziati.
Storia e attualità mostrano come menti aberranti abbiano partorito ideologie di guerra e progetti di sterminio, e come da quelle stesse menti siano sorte coscienze convinte che l’annientamento fosse giusto, persino necessario.
Qui si apre un paradosso: la coscienza, che dovrebbe guidare verso il bene comune, può trasformarsi in un sigillo interiore che legittima la violenza. Non più un faro, ma un’arma. Non più un argine, ma una giustificazione.
Ecco allora lo scomodo interrogativo: in nome di cosa tali coscienze credono di agire?
Il loro fine ultimo, spesso rivestito di ideali politici, religiosi o culturali, si riduce a un vuoto: l’incapacità di immaginare un futuro per il bene collettivo, sostituita dalla conquista di potere e dominio, anche attraverso l’aggressione e l’annientamento di intere popolazioni.
La mente elabora, il cervello coordina, ma è la coscienza che decide se un atto sarà costruttivo o distruttivo.
Da essa dipende la possibilità di trasformare l’istinto in pensiero, la paura in dialogo, il conflitto in occasione di crescita.
Se la coscienza è ciò che ci distingue come esseri umani, allora il vero enigma non è solo come si formi dal cervello, ma perché talvolta si smarrisca, piegandosi alla disumanità.
Ma… cosa vuol dire essere “incosciente”?
È la mancanza di consapevolezza, quale luce etica, spirituale, morale o razionale, che rimane “spenta” e impedisce alla coscienza di distinguere il giusto dallo sbagliato?
È per smarrimento o per follia l’essere “incosciente”?
Se la coscienza è la luce che permette il discernimento del bene dal male, accade che debba essere riaccesa, altrimenti neppure della pietà rimane traccia, impedendo di riconoscere l’altro come parte di sé, della stessa umana creazione.
Per questo la domanda rimane più attuale che mai:
potrà la coscienza essere il lume che custodisce la vita, o continueremo a piegarla alla logica dell’annientamento?
La risposta è scritta nelle coscienze di ciascuno di noi.
Autore Adriano Cerardi
Adriano Cerardi, giornalista pubblicista, consultant manager, specializzato nell’analisi dei modelli organizzativi e del mutamento tecnologico. Ha ricoperto incarichi in Europa, Algeria, Sud Africa, USA e Israele.













