Comunicazione e consapevolezza

Comunicazione e consapevolezza

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Che la nostra epoca sia caratterizzata dalla comunicazione è un dato di fatto. Le moderne tecnologie hanno rivoluzionato la capacità di trasferimento dell’informazione, sotto diversi aspetti. Dal punto di vista spazio-temporale, innanzitutto. Ma anche come qualità dell’informazione. Qualità in termini tecnici, sia chiaro.

L’avvento del digitale, non solo in campo informatico, ma anche in quello delle informazioni audio-video, permette una fedeltà e precisione della riproduzione della realtà che fino a qualche decennio fa era impensabile.

Per avere un’idea della differenza basti paragonare un brano musicale inciso su una vecchia cassetta audio a nastro o su un cd, una sequenza video su una cassetta VHS o su un DVD. Sicuramente nel caso di audio e video prodotti con un sistema digitale la maggiore qualità porta indubbiamente anche ad una quantità più alta di informazioni.

L’alta definizione dell’immagine definisce meglio dettagli e particolari che non sarebbero fruibili con una risoluzione più bassa. L’attenzione viene posta sull’informazione perché, ovviamente, questa ha un ruolo fondamentale nella comunicazione, che è appunto il passaggio di informazioni da un soggetto ad un altro. Per questo si dice che la comunicazione deve avere necessariamente un contenuto, ovvero l’informazione stessa, e deve avere una componente relazionale, quella che coinvolge chi è portatore del contenuto, l’emittente, e chi del contenuto è ricevente, destinatario.

Per un processo comunicativo efficace è fondamentale, dunque, avere un’informazione che sia quanto più possibile chiara, non ambigua, ben definita.

Però tutto questo non sempre è sufficiente perché la comunicazione vada a buon fine. Sono tanti i fattori che influenzano la buona riuscita di un processo comunicativo, a partire dal codice e dal canale usati, dalla situazione ambientale, dal reale interesse del destinatario del messaggio.

Innanzitutto il codice, ovvero il sistema organizzato di segni in cui l’informazione viene codificata. Può essere identificato nella sequenza di 0 e 1 del codice binario, di punti e linee di del codice Morse, ma anche le parole di un qualsiasi linguaggio naturale.
Il canale è il mezzo fisico che viene utilizzato per il trasferimento dell’informazione, può essere la voce, un supporto cartaceo, il cavo telefonico.
La situazione ambientale riguarda tutto ciò che circonda i protagonisti della comunicazione, quindi anche un eventuale rumore che potrebbe disturbare la comunicazione stessa.

Ma importante è anche il ruolo di chi riceve l’informazione. Inizialmente, le prime teorie che cercavano di interpretare gli effetti delle comunicazioni di massa, relegavano il destinatario del messaggio ad una totale passività.

In particolare, la teoria ipodermica, di autori come Packard e Harris, partiva dal presupposto che i messaggi provenienti dai mezzi di comunicazione di massa avessero un effetto indistinto su ogni destinatario del messaggio. Si trattava, secondo questa scuola, di una stretta catena stimolo-reazione in cui il messaggio necessariamente doveva raggiungere l’obiettivo che l’emittente si era proposto. Applicato nel campo del Marketing e della comunicazione pubblicitaria, questo si poteva tradurre in un comportamento di acquisto di chi era sottoposto allo stimolo comunicativo.

Per questa connessione diretta tra messaggio ed effetto, queste teorie furono anche dette del proiettile magico. L’ipotesi di conseguenze di questa natura erano il risultato di due premesse che alla fine si sono rivelate assolutamente sbagliate.
La prima è che le masse sono indifferenziate, con meccanismi di comportamento assolutamente uguali. La seconda era appunto il legame diretto tra stimolo e risposta.

Naturalmente questi presupposti erano assolutamente sbagliati. Di ogni stimolo proveniente dall’ambiente gli esseri umani hanno un’elaborazione mediata da tutta una serie di fattori e di variabili intervenienti. Innanzitutto vi è il discorso della selettività dell’attenzione. Per essere influenzati da un qualsiasi tipo di messaggio, anche ovviamente quelli pubblicitari, è necessario che si presti attenzione al messaggio stesso. Quindi se non sono interessato ad un particolare tipo di prodotto, qualunque esso sia, dal detersivo all’auto di lusso, quel messaggio non riceverà da parte mia abbastanza attenzione perché possa essere recepito.

In effetti, noi ogni giorno riceviamo dall’ambiente esterno una quantità incredibile di stimoli, di messaggi, di intenzioni comunicative. Nell’impossibilità di elaborare tutti questi stimoli, alla fine prestiamo attenzione a quelli che effettivamente hanno un interesse per noi. A parte i meccanismi attentivi, vi sono molti altri fattori che influenzano l’effetto di una comunicazione, e questo vale sia per una comunicazione tradizionale, faccia a faccia, sia per le comunicazioni di massa in generale, sia per i messaggi di natura pubblicitaria. Ad esempio, la percezione che si ha del proprio interlocutore, se viene visto come una persona attendibile, se è considerato esperto della materia o dell’argomento che si sta trattando, se è una persona di cui abbiamo una stima positiva.

L’appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro, l’adesione ad una particolare sub-cultura, le nostre esperienze, ma anche la nostra personalità influenzano comunque la nostra risposta.

Anche la dissoluzione dell’aura di magia che era legata inizialmente alla radio, successivamente alla televisione, riduce l’influenza che questi mezzi hanno sulle masse.
Ma ciononostante, non bisogna sottovalutare quella che è stata la rivoluzione delle comunicazioni degli ultimi decenni, non ultimo l’avvento di Internet.
Effetti positivi da un lato, negativi dall’altro.
Sicuramente le nuove comunicazioni, anche quelle di massa, hanno ridotto le distanze, indotto un relativismo culturale come conseguenza del confronto con il diverso, con l’altro.

D’altro canto, però, vi sono degli effetti negativi. Uno di questi è stato definito come disinformazione da ridondanza. Il meccanismo è sempre quello dell’attenzione selettiva. Come dicevamo, la mente umana riesce ad elaborare solo un numero limitato di informazioni. Quindi, automaticamente, queste informazioni vengono selezionate, in base all’interesse che possono avere per noi in quel determinato momento.
Se il numero di tali informazioni diventa molto alto, alla fine non ci è possibile nemmeno valutarle, nemmeno decidere se sono interessanti per noi.

In una realtà esterna sempre più complessa, ci riesce sempre più difficile riuscire a stare dietro a tutte le informazioni, tutti gli stimoli che ci arrivano. In una società che ha dei ritmi sempre più frenetici, in cui siamo bombardati da dati, suoni, immagini, la nostra attenzione si ferma sempre più su stimoli che hanno una valenza utilitaristica.

Viviamo secondo una serie impellente di scadenze, di impegni, di cose da fare. E, alla fine, questo rischia di assopire, di anestetizzare la nostra attenzione, la nostra consapevolezza.

Nella ‘Vita di Siddharta il Buddha’ di Thich Nhat Hanh è scritto:

Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza.

Il mandarino che Nandabala mi ha offerto aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il mandarino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il mandarino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza.

Bambini, cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza? Mangiando un mandarino, non sapete che lo state mangiando. Non ne gustate la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, non sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, non sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, non sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Così facendo, non potete apprezzarne la natura splendida e preziosa. Se non siete consapevoli di mangiarlo, il mandarino non è reale. Se il mandarino non è reale, neppure chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino senza consapevolezza.

Bambini, mangiare il mandarino con presenza mentale significa essere davvero in contatto con ciò che mangiate. La vostra mente non rincorre i pensieri riguardo allo ieri o al domani, ma dimora totalmente nel momento presente. Il mandarino è totalmente presente. Vivere con presenza mentale e consapevolezza vuol dire vivere nel momento presente, con il corpo e la mente che dimorano nel qui e ora.

Questo porta a riflettere. Con quanta consapevolezza viviamo gli attimi della nostra esistenza? Quanta parte della nostra esistenza non è consapevole, quindi non è esistenza?
Se la libertà è consapevolezza, quanto siamo veramente liberi?

Quanto siamo realmente vivi, se la vita ci porta a dare per scontato il mondo che ci circonda, se perdiamo la capacità di stupirci, di essere affascinati anche dalle piccole cose di ogni giorno?

Le nuove comunicazioni, oltre ad offrirci potenzialità che tendono ad una maggiore libertà, comportano anche il grosso rischio di portarci via la nostra autenticità, e allo stesso tempo la libertà stessa in un modo estremamente sottile.

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Pietro Riccio

Autore Pietro Riccio

Pietro Riccio, esperto e docente di comunicazione, marketing ed informatica, giornalista pubblicista, scrittore. Direttore Responsabile del quotidiano online Ex Partibus, ha pubblicato l'opera di narrativa "Eternità diverse", editore Vittorio Pironti, e il saggio "L'infinita metafisica corrispondenza degli opposti", Prospero editore.