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COMICON Napoli 2026: dalla nona arte alla cultura pop globale

Don Rosa e Valerio Majolo - COMICON 2026 - ph Libera Gigli
Don Rosa e Valerio Majolo - COMICON 2026 - ph Libera Gigli

Tra tavole disegnate, dadi lanciati e costumi cuciti a mano, il festival partenopeo conferma la sua natura: non solo evento, ma ecosistema culturale in continua evoluzione

Il COMICON Napoli torna dal 30 aprile al 3 maggio 2026 negli spazi della Mostra d’Oltremare con la XXVI edizione del festival, confermandosi una delle principali fiere europee dedicate alla cultura pop contemporanea con grandi maestri internazionali, nuove scene autoriali e un’identità che si rinnova senza perdere le radici.

Al di là dei numeri e della spettacolarità – nel 2025 il festival ha superato i 180.000 visitatori – il cuore pulsante della manifestazione resta il fumetto: linguaggio fondativo da cui tutto ha avuto origine e che ancora oggi orienta scelte artistiche, ospiti e progettualità culturali, ma per capire il COMICON di oggi bisogna tornare indietro.

Nato nel 1998 come salone dedicato al fumetto, inizialmente ospitato a Castel Sant’Elmo, il festival cresce rapidamente, fino al trasferimento alla Mostra d’Oltremare dopo il boom del 2009 reso necessario dall’aumento esponenziale del pubblico e degli espositori.

L’evento che consacra la trasformazione decisiva è l’incontro con il Napoli Gamecon, attivo dal 2006, che porta dentro il COMICON tutto il mondo del gioco – videogiochi, giochi da tavolo, di ruolo e dal vivo – ridefinendo il perimetro della manifestazione.

È in questo contesto, sempre più espanso, che la fiera si è evoluta senza mai dissolversi: il fumetto, ancora oggi, non è relegato a origine simbolica: resta architrave del festival attorno a cui ruotano cinema, videogame, musica e cultura digitale.

Quindi, spalancati i cancelli della Mostra d’Oltremare la prima cosa che si nota non è la folla. È il suono.

Un rumore stratificato, difficile da isolare: carte che scorrono sotto le dita, dadi che rotolano su superfici di plastica, applausi che partono improvvisi da qualche palco invisibile, e poi le voci – continue, sovrapposte, spesso entusiaste – che riempiono ogni spazio disponibile.

Entrare nella Mostra d’Oltremare durante il COMICON Napoli significa attraversare una soglia acustica prima ancora che fisica.

Dopo pochi passi, lo sguardo prova a orientarsi. Non è semplice. I colori sono troppi, i riferimenti si accavallano: un mantello rosso attraversa il campo visivo, subito seguito da un’armatura lucida, poi da qualcuno che tiene stretto un albo appena acquistato come fosse fragile. Non esiste un centro evidente. O meglio: il centro cambia continuamente.

COMICON 2026 - ph Libera Gigli
COMICON 2026 – ph Libera Gigli

Eppure, se ci si ferma abbastanza a lungo, emerge una struttura. Invisibile, ma solida. Tutto, in qualche modo, riconduce al fumetto.

È una presenza che non ha bisogno di imporsi. Sta negli stand degli editori, certo, ma anche nei dialoghi, nei costumi, nelle immagini che circolano sugli schermi. Sta, soprattutto, nel modo in cui le persone guardano le cose: con l’attenzione di chi è abituato a leggere per immagini.

Basta osservare la traiettoria degli ospiti per accorgersene. La presenza di Makoto Yukimura, dialoga idealmente con quella di Don Rosa, mentre il ruolo di Magister affidato a Leo Ortolani tiene insieme una tradizione italiana che qui non ha mai smesso di essere centrale.

Tre linee che si incrociano: manga, fumetto occidentale, produzione nazionale. Non è solo una questione di nomi, ma di visioni che convivono nello stesso spazio. Tre generazioni, tre visioni, tre modi diversi di intendere il fumetto: epico, seriale, satirico.

Nei padiglioni della Fiera, presso gli stand editoriali, una folla vibrante attende con trepidazione di incontrare Leo Ortolani, Magister di questa edizione del COMICON.

Un padre tiene in braccio il figlio di pochi anni, un piccolo Rat-Man in miniatura, mentre aspetta il proprio turno per ricevere una dedica sul recentissimo TAPUM. Poco più avanti, una ragazza cattura un selfie con l’autore, cristallizzando i loro sorrisi in quello scatto.

COMICON Napoli 2026

Dopo aver scambiato due battute con il Magister, mentre autografa due lame dei tarocchi dove il suo tratto umoristico e ironico ha rielaborato con sapienza gli arcani maggiori, ci congediamo con la promessa di un futuro, prossimo incontro.

Da qui prosegue il nostro viaggio – seguendo l’ordine cronologico dei nostri incontri – tra gli autori con cui abbiamo avuto il privilegio di poterci soffermare a dialogare, esplorando i confini dei loro universi creativi di carta e inchiostro.

La prima tappa dell’itinerario inizia con Gianluca Maconi, la cui passione traspare in ogni tratto della sua Connie la Barbara. Nel dialogo con lui, abbiamo toccato con mano l’impegno costante nel dare corpo a un immaginario che fonde forza e vulnerabilità; la sua è una ricerca che non si ferma alla superficie, ma scava nelle radici del genere per restituirci una protagonista vibrante, capace di farsi strada con vigore nel panorama editoriale contemporaneo.

Il viaggio ha preso poi una piega irriverente e nostalgica nell’incontro con Spugna (Tommaso Di Spigna). Con lui abbiamo riflettuto sull’eredità di un’icona come Cattivik; parlare della sua interpretazione di tale personaggio significa confrontarsi con un passaggio di testimone importante, dove il grottesco si fa arte e lo spirito anarchico del fumetto nero italiano trova una nuova, esplosiva linfa vitale.

Ci siamo poi immersi nelle atmosfere noir di Paolo Bacilieri, la cui mano sapiente ha dato vita alle indagini di Duca Lamberti. Con Bacilieri abbiamo esplorato le profondità del genere investigativo: il suo segno, preciso come un bisturi e denso come la nebbia milanese, riesce a catturare l’essenza della detection, trasformando l’architettura della tavola in un labirinto di indizi e suggestioni umane.

Abbiamo rivolto lo sguardo verso le stelle con Matteo De Longis. La sua fantascienza, visivamente debordante e tecnologicamente impeccabile, trova nel legame con The Prism e Orbit un’espressione unica.

Matteo De Longis, copertinista di Orbit
Matteo De Longis, copertinista di Orbit

Il dialogo con lui ci ha proiettati in un futuro dove la fantascienza è ancora protagonista, confermando come la sua visione sia un ponte teso verso nuovi, inesplorati orizzonti estetici e creativi.

Interessante l’incontro con Emanuele Pellecchia, che è riuscito a far trasportare su carta e immagini l’esoterismo delle leggende napoletane. Con lui abbiamo discusso di come il mistero e il folklore della nostra terra possano trovare nuova linfa nel fumetto, trasformando le suggestioni dei vicoli in una narrazione visiva potente, capace di restituire al pubblico il fascino ancestrale della Napoli più segreta.

Infine, un momento di pura commozione ci è stato regalato da Blasco Pisapia. Osservarlo mentre teneva una lezione ai piccoli lettori nell’Area Kids è stata un’esperienza illuminante: vederlo trasmettere i segreti del disegno ai bambini è stato emozionante quanto lo è, ancora oggi, sfogliare le pagine di Topolino.

In lui risiede quella magia intramontabile che sa parlare a ogni generazione, mantenendo intatta la meraviglia del racconto universale.

Seppur brevi questi momenti, simili a lampi di luce in una tempesta creativa, non sono che l’inizio del viaggio. Per esplorare i mondi interiori e la filosofia che anima ogni tratto di questi autori, troverà spazio in futuro una serie di interviste dedicate. Sarà l’occasione per conoscere meglio ognuno di loro, e scoprire cosa ancora oggi anima anima le loro matite.

Camminando ancora nei padiglioni, si arriva in uno spazio dove il ritmo rallenta. I tavoli sono più piccoli, le grafiche meno uniformi, i volti più scoperti. È la zona delle autoproduzioni.

Qui il fumetto torna a essere qualcosa di immediato, non filtrato. Si parla, si sfogliano fanzine, si discutono idee. Non c’è distanza tra chi crea e chi legge, qui ciò che colpisce davvero non è solo la presenza dei grandi nomi, ma la continuità tra centro e margine.

Accanto ai maestri, la Small Press Area continua a essere uno dei luoghi più vitali, dove il fumetto torna a essere gesto immediato, sperimentazione, rischio, uno dei pochi punti in cui il COMICON assomiglia ancora, chiaramente, al festival nato nel 1998, quando tutto era più raccolto e il fumetto occupava quasi ogni spazio disponibile. Il resto – videogiochi, musica, spettacolo – sarebbe arrivato dopo.

E in mezzo a queste piccole realtà che si possono trovare artisti emergenti, dove le speranze sono riprodotte nelle loro opere.

Ma la narrazione al COMICON 2026 non è solo analogica. Il legame tra cinema e pixel trova il suo punto d’unione nella presenza di Troy Baker, una delle icone più riconoscibili dell’industria videoludica mondiale.

L’attore, che ha prestato voce e anima a personaggi leggendari come Joel in The Last of Us, incarna perfettamente questa nuova frontiera: la performance umana che si trasfigura in codice digitale è la conferma di come il videogioco sia oggi una forma di recitazione e scrittura autoriale a tutti gli effetti, capace di generare un’empatia che travalica lo schermo e si fa carne.

A bilanciare questa proiezione verso il futuro, il festival ha ospitato il carisma travolgente di John C. McGinley. Il volto dell’indimenticabile Dr. Cox di Scrubs ha portato tra i padiglioni della Fiera una ventina di anni di storia televisiva, ricordandoci che la grande scrittura non invecchia mai, proprio come ritrovare un vecchio mentore.

Dietro la sua celebre ironia tagliente e quel ritmo verbale serrato che ha ridefinito il genere del medical dramedy, abbiamo scoperto un interprete di immensa profondità, capace di passare dal cinismo alla vulnerabilità con un solo sguardo.

La sua presenza ha ribadito che, sia essa racchiusa in un pixel o in una pellicola, l’essenza della narrazione risiede sempre nella verità della performance umana.

Poi, idealmente svoltato l’angolo, basta cambiare padiglione per trovarsi altrove dove è proprio il gioco uno degli elementi che più raccontano il COMICON contemporaneo.

Il suono cambia di nuovo. Più secco, più ritmico. I dadi battono sui tavoli, le carte vengono mescolate, qualcuno annota qualcosa su un foglio. Qui il racconto non è disegnato, ma giocato. Le partite si aprono e si chiudono senza soluzione di continuità, mentre attorno si forma un pubblico mobile, fatto di osservatori temporanei.

Qui la narrazione cambia forma. Non è più sequenziale, non è più disegnata: è condivisa. Si costruisce in tempo reale, tra chi guida la partita e chi la attraversa.

E poi, all’improvviso, quella storia esce dal tavolo. Nell’area Neverland, vicino al Laghetto di Fasilides, tra la biodiversita della natura che il parco offre, diverse associazioni LARP, in costume ci si muove con una coerenza interna che non ha bisogno di spiegazioni.

Non è una performance per chi guarda. È una scena che esiste per chi la vive. Il confine tra gioco e rappresentazione si dissolve.

In questo continuo passaggio tra linguaggi, il cosplay, al COMICON è ovunque e rappresenta forse la sintesi più evidente, smette di essere un’esibizione circoscritta per diventare il tessuto connettivo del festival.

I cosplayers non li trovi solo sui palchi: li vedi mentre mangiano una pizza sui gradoni o mentre discutono di sceneggiatura con un autore. È il caso di Ciro Cibelli, content creator che ha saputo dare vita all’iconico personaggio di Nennella; incontrarlo nei panni di Gambit, dimostra come la spontaneità dei nuovi media si trasformi in una maschera contemporanea capace di dialogare con ironia e carisma con il pubblico.

Quest’osmosi prosegue nell’incontro con kiki_harizumie, giovane cosplayer emergente che ha potuto incontrare la mangaka professionista Kotteri!. Durante il breve scambio di battute, Kiki ha espresso tutto il suo entusiasmo per l’incontro, raccontando come l’autrice di Veil, serie romance pluripremiata, è rimasta colpita dalla cura e dalla meticolosità con cui la cosplayer ha saputo dar vita a Emma, la protagonista dell’opera.

Il cosplay al COMICON non è soltanto un fenomeno legato al fumetto: tra la folla, come gemme rare che emergono dal letto di un fiume, spiccano due ragazzi Giusy e Roberto. Le loro rappresentazioni di Jester e Fjord, membri dei Mighty Nein, sembrano davvero scaturite dalla celebre serie animata tratta dalle campagne di Critical Role.

A colpire non è solo l’accuratezza estetica, ma la passione viscerale con cui ne parlano; soprattutto quando definiscono il COMICON “casa”, svelano come il festival sia diventato un luogo dell’anima, un’esperienza che si riverbera per l’intero anno e non si esaurisce nell’arco di soli quattro giorni.

In definitiva, il cosplay al COMICON con la presenza di ospiti internazionali, conferma un livello sempre più alto, ma ciò che colpisce davvero è la diffusione capillare del fenomeno, accorgendosi presto che non esiste più una distinzione netta tra palco e pubblico.

Il festival si costruisce anche – e forse soprattutto – nei viali, negli spazi di passaggio, nei momenti non programmati.

È probabilmente questo il passaggio più interessante del COMICON contemporaneo: la sua capacità di costruire un ambiente in cui linguaggi diversi – fumetto, gioco, performance – convivono senza gerarchie evidenti. Non si sovrappongono. Si traducono.

Fuori dalla Mostra d’Oltremare, intanto, Napoli continua. Ma non del tutto uguale, assorbe e rilancia il festival. Il COMICON non resta confinato dentro i padiglioni: si estende, contamina, dialoga con la città.

Sui mezzi pubblici si riconoscono i visitatori, nelle librerie, spazi culturali, eventi diffusi contribuiscono a creare una dimensione parallela in cui il pubblico continua a muoversi anche dopo aver lasciato la fiera.

È un passaggio importante, perché sposta il festival da evento a fenomeno urbano. Per alcuni giorni, Napoli cambia ritmo, linguaggio, immaginario.

Naturalmente, non tutto è perfettamente equilibrato. La crescita ha portato complessità, a volte dispersione. Ci sono momenti in cui la quantità di contenuti, ospiti e attività rischia di sovrastare la qualità, in cui orientarsi diventa difficile.

Ma è una tensione inevitabile, forse persino necessaria.

Ma è proprio qui che il COMICON continua a sorprendere. Nonostante l’espansione, il fumetto resta riconoscibile come asse portante. Non sempre dominante, ma sempre presente.

Alla fine del viaggio, verso sera, quando la luce si abbassa e i flussi iniziano a diradarsi, resta una sensazione difficile da definire con precisione. Non è stanchezza, non è solo entusiasmo.

È qualcosa di più vicino all’idea di aver attraversato molte storie contemporaneamente.

Alcune restano. Altre si dissolvono subito.

Ma tutte, in qualche modo, partono da lì: da una pagina, da un segno, da qualcuno che ha iniziato a disegnare.

Tirando le somme, questa edizione 2026 del COMICON Napoli ha le carte in regola per confermarsi non solo come evento, ma come osservatorio privilegiato sull’evoluzione del fumetto contemporaneo.

Tra grandi maestri, nuove generazioni e contaminazioni sempre più audaci, la manifestazione continua a raccontare come la nona arte sia oggi uno dei linguaggi più vitali della cultura globale. Un racconto che parte dal fumetto, ma non si ferma mai davvero lì.

E, forse, è questa la chiave della sua longevità. Non aver scelto tra identità e trasformazione.

Al prossimo anno.

COMICON Napoli 2026
COMICON Napoli 2026 – ph Libera Gigli

Autore Valerio Majolo

Valerio Majolo, iniziato, alla birra artigianale, alla cultura gastronomica e al gioco da tavolo e di ruolo. Bevitore consapevole e pessimo Master, a suo dire; per gli altri, beone da taverna e grandioso narratore.